Il coraggio è innato. O ce l’hai oppure no. Cavalcare l’asino non è uno gioco da ragazzi, ci vuole coraggio, ma non basta nemmeno quello: devi stare in equilibrio sulla sua schiena, proprio dove le pietre fanno più paura. In equilibrio costante, come pedalare su un filo immaginario: e spingere sui pedali, non in modo scomposto, ma sempre di potenza, per non finire sbalzati a ogni buca. Dominare il pavé, in bicicletta, è un’arte. Roger De Vlaeminck era il maestro indiscusso a pedalare sulle pietre: era il numero uno a cavalcare l’asino, quella schiena di pietre sconnesse che taglia i campi del nord della Francia.

Paris Roubaix 058

Vincenzo Nibali ha cavalcato la schiena dell’asino, ha domato la bestia del pavé, è uscito a riveder le stelle, a sera, da un inferno dantesco, come lo definisce l’Equipe, il quotidiano che organizza il Tour de France: cavalcare l’asino non è come andare in mountainbike e non è nemmeno come fare il ciclocross. L’arte del domare il pavé è unica, è un gioco di equilibrio e potenza che i fiamminghi imparano fin da ragazzi, mentre i siciliani come Nibali scoprono di saperlo fare grazie a madre natura e al coraggio.

Il Tour de France ha reso omaggio all’arte di cavalcare l’asino: un tributo alla Roubaix, piccolo e con pochi passaggi sul pavé, ma è bastato per esaltare atleti e, soprattutto, tutto il mondo degli appassionati di ciclismo. Nibali, con la sua maglia gialla infangata, ha colorato il grigio di Arenberg, nei pressi della vecchia miniera. Ha sfidato le pietre e se ne è innamorato, perché non poi domare il pavé, in bici, se non lo ami: e chissà, magari un giorno, Nibali le ritroverà quelle pietre, per sfidare i draghi delle classiche, quei giganti come Lars Boom, che ha vinto la tappa, oppure come Fabian Cancellara e Peter Sagan, che hanno addirittura ceduto all’esuberanza e al coraggio della maglia gialla. Nibali ha scoperto il pavé ed è stata una magia, come i minatori dell’Arenberg scoprivano la luna, ogni sera dopo la grande fatica.

Roger De Vlaeminck, il maestro nel "cavalcare" il pavé

Roger De Vlaeminck, il maestro nel “cavalcare” il pavé

Lì, accanto, la foresta, immensa e silenziosa, attraversata da una lingua di pietre che, stavolta, è rimasta senza ciclisti: soltanto la Roubaix può violare quel magico santuario, il Tour si è fermato sull’uscio, a contemplare la bellezza di un ciclismo che, a molti, non sembra nemmeno umano, ma che fa emozionare, palpitare, commuovere.

Nibali e la sua maglia gialla, sporco di fango, ma luminoso: ecco un’immagine che il Tour de France regala alla storia del ciclismo, al racconto di una corsa splendida. Splendida e drammatica: per capirlo, basta guardare in silenzio i volti dei corridori. Facce appena uscite da un incubo, come quella di Contador, occhi disperati, come quelli di Froome, costretto al ritiro ben prima di sfidare il pavé.

«Il Tour comincia ora», ha detto Contador a sé stesso più che agli altri, al termine di una giornata difficile, sbalzato sulla sella alla ricerca di un coraggio che non aveva. Le montagne, più avanti, saranno lo scenario della rivincita, ma intanto Nibali prende coscienza della sua forza: in salita, Contador è più forte, ma un Tour lo si può vincere con coraggio e strategia. Osare, senza paura. Come cavalcare l’asino…

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