E così è finito anche il novantasettesimo Giro d’Italia. Tre settimane infinitamente veloci. Tremilacinquecento chilometri, alcuni erano chilometroni, altri chilometrini, come se avessero distanze differenti e mai uguali. E infine una storia che lascia segni nella storia del ciclismo e anche dell’umanità. Il ciclismo è una divina commedia umana.

Fra tutti i segni che lascerà nella storia del ciclismo, questo Giro d’Italia sarà ricordato come quello della svolta. Quintana primo, Uran secondo e Aru terzo rappresentano, forse, il podio più giovane che la Corsa Rosa abbia mai avuto. Magari sarò smentito. Ma a mia memoria, non ho mai visto tre corridori così giovani in cima alla classifica finale. E poi Bouhanni leader ai punti, e Arredondo leader della montagna: altri due corridori giovani.

I giovani sono la continuità della tradizione, l’attualità della vocazione, il futuro presente. E tanta gioventù significa anche un modo di correre più in attacco, più all’avventura, dunque più imprevedibile ed entusiasmante. I distacchi, con il passare degli anni, si sono ridotti. Ma ciò che conta è il coraggio di provarci.

Adesso che ho spento la tv, mi sento improvvisamente orfano, solo, un po’ perduto. Non era solo un appuntamento quotidiano con il Giro d’Italia, ma anche con l’Italia del Giro. I mari e le montagne, i bambini e le donne, gli striscioni e i cartelloni, il sole e la pioggia, i velocisti e gli scalatori. E tante facce che conosco.

Fra un mese ci sarà il Tour de France. Con Vincenzo Nibali a rappresentare il ciclismo italiano. Ho un mese per prepararmi. Dovrei andare anch’io in altura su un vulcano o su un ghiacciaio?

Il Giro con il podio più giovane di sempre

Il Giro con il podio più giovane di sempre

NIENTE SPINTE, GRAZIE – Il giorno dello Zoncolan.  E’ stato il giorno dello Zoncolan. Uno di quei luoghi messi al mondo dal ciclismo. Sarebbe rimasta una montagna per vento e neve, per faggi e larici, per fantasie e miti, invece è diventata una meta per ciclisti e sognatori.

E’ stato il giorno dello Zoncolan, della vittoria di Michael Rogers, del secondo posto di Franco Pellizotti e del terzo di Francesco Manuel Bongiorno. Proprio Bongiorno è stato il protagonista del momento più significativo e, per lui, meno piacevole: la spinta di uno spettatore gli ha fatto tamponare la ruota di Rogers, girare il manubrio e deragliare. Bongiorno ha messo un piede a terra. E a terra è finito anche il suo volo verso la vittoria.

I corridori non vogliono le spinte. Si può dimostrare affetto e passione in tanti altri modi: cantando, incitando, applaudendo. Solo esserci, partecipare, assistere significa condividere la fatica e la bellezza degli atleti. Ma la spinta falsifica il risultato. E la spinta è il sinonimo sportivo di raccomandazione, bustarella, facilitazione. Non vale.

Lo Zoncolan mi ha, ancora una volta, emozionato. Stavolta si è rivelato l’atto supremo del Giro d’Italia. Come se tutte le precedenti tappe, da Belfast al Grappa, fossero soltanto una rincorsa verso questo gigante della natura. E il cielo contemplava lo spettacolo. La nostra vita ha i suoi Zoncolan. Li facciamo a quattro zampe, a piedi, in carrozzina, anche nei pensieri, nei ricordi, nei progetti. Sono difficoltà che ci aiutano a superarci e dunque a migliorarci. Ma niente spinte, grazie.

Libri in Giro è un’iniziativa supportata da Enervit: link 

Grazie a Fernanda Pessolano e a Marco Pastonesi

 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.