Se il Giro d’Italia è un boato, la Ottavio Bottecchia è un soffio di vento gentile.

Semonzo è un piccolo paesino ai piedi del Monte Grappa che si è vestito di rosa. Il Giro d’Italia è passato di qui il 30 maggio. Tre giorni dopo l’orologio è tornato indietro di sessant’anni almeno per accogliere quelli della Ottavio Bottecchia.

Tra moderno e antico

Tra moderno e antico

Base operativa i locali del gruppo Alpini di Semonzo: un sorriso e una bottiglia di prosecco sempre pronti. Alle sei e mezza di mattina tutti in fila dietro al pullman per caricare le bici sul rimorchio approntato dagli organizzatori: il giro lungo parte da Conegliano, di fronte alla sede dello showroom De Marchi, che fa da sponsor e ha regalato una maglia vintage ad ogni partecipante.

Strade strette che neanche al Fiandre e poi sterrati belli come Coppi e Bartali. Filari d’uva da una parte, distese di frumento dall’altra e in mezzo epoche che si accavallano tra l’acciaio delle bici d’epoca e la fibra di carbonio del Veneto che pedala appena può, figuriamoci in una domenica di sole. E pazienza se c’è un po’ di odore di benzina delle auto d’epoca che fanno da contorno, lucide come neanche uscite di fabbrica. Altre epoche anche in quel senso.

La Ottavio BottecchiaUn percorso bello, anzi quattro, perché oltre a quello da 144 chilometri c’era un ridotto da 70 e poi varianti da 120 e 90 chilometri in cui sbizzarrirsi tra ristori abbondanti e saliscendi per niente cattivi.

Si è sbizzarrito Marzio Bruseghin, un bicchiere di prosecco ogni ristoro e maglia vintage della nazionale azzurra da aggiungere alla collezione di quelle conquistate in tanti anni di professionismo. Fisico asciutto come da corridore, e come da corridore ha preso il via: tasche abbottonate e niente pompa al telaio. Dopo poche curve di sterrato era lì, fermo ad aspettare un tubolare di ricambio. Ma ha recuperato rapidamente sul gruppo che si è sfilacciato sempre più tra Valdobbiadene e Montello.

La Ottavio Bottecchia si è conclusa alle cinque del pomeriggio con l’arrivo degli ultimi, quelli più tranquilli e quello più sfortunato (11 forature sono un record difficilmente eguagliabile) e la pioggia evitata per un soffio. Polvere e pedali di una volta che devono crescere ancora. Pochi partecipanti per una manifestazione di questo livello. Poche pecche per l’organizzazione, molto peccato per chi non c’era. Posti così meritano una gita. Anche senza bici d’epoca.
L’appuntamento è per l’anno prossimo, mettetelo in calendario che ne vale la pena. L’organizzazione se lo merita e saprà mettere a posto anche qualche piccolo difetto di gioventù, d’altra parte, in queste occasioni, la riuscita dell’evento si legge in faccia ai partecipanti e noi abbiamo visto solo sorrisi.

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