Vincenzo Nibali e Adriano Malori, in maglia tricolore: archiviati i primi sei mesi della stagione ciclistica, si riparte da due nomi importanti, che si sono aggiudicati i campionati nazionali professionisti, in Trentino. Campioni di un’Italia che entra nell’estate, ma con poche certezze sul suo futuro: il Tour de France, presto, svelerà il nostro livello nel confronto più importante, a livello internazionale. Il Tour, nel quale gli italiani non partono favoriti, segue di un mese un Giro d’Italia interessante, soprattutto per i giovani talenti emersi, ma tutti ancora in cerca di conferme che verranno non prima dei prossimi anni.

Adriano Maloir, campione italiano a cronometro (foto Luca Bettini)

Adriano Maloir, campione italiano a cronometro (foto Luca Bettini)

Il ciclismo che ci fa maggiormente sperare ha oggi il volto di ragazzi del Mediterraneo, da Nibali ad Aru, gente cresciuta a colpi di pedale tra cielo e mare. Emozioni figlie della passione che tuttavia convivono con i fantasmi del passato: il lungo cammino verso la credibilità non è affatto completato. Ci sono fantasmi del passato, zavorre antipatiche e fastidiose che il ciclismo, ancora, si porta dietro: a tu per tu con la coscienza e con la coerenza, non è facile cancellare un passato e ricominciare, quando per quasi vent’anni ha regnato un intero sistema parallelo alle regole.

Il coraggio che dimostrano certi atleti, in bici, tuttavia, viene meno quando è il momento di chiudere definitivamente con il passato e cambiare davvero: coerenza e ipocrisia non possono convivere, ma il ciclismo si ostina a provarci. Prendo spunto da due notizie brutte, che sono state diffuse nei giorni scorsi: la prima riguarda il caso di positività all’antidoping di Diego Ulissi, riscontrato al Giro d’Italia, la seconda è la sospensione di Roman Kreuziger per alcune anomalie rilevate nel suo passaporto biologico. Ai due atleti non possiamo che augurare il meglio per la propria difesa: dovranno smentire i fatti, per ora, emersi dai dati scientifici e dalle analisi. Ulissi e Kreuziger, due talenti più volte celebrati, si ritrovano nella situazione già vissuta da numerosi colleghi del passato e del presente.

Davide Cassani con Vincenzo Nibali (foto Bettini)

Davide Cassani con Vincenzo Nibali (foto Bettini)

Volti nuovi alla ribalta del ciclismo, vecchie storie e vecchie facce di un sistema ereditato e che non si vuole far sparire: è davvero necessario convivere con un passato scomodo? Mancano giovani e volti credibili per affiancare il “nuovo” ciclismo? A me sembra di no, eppure certe presenza fatico a comprenderle. Non me ne vogliano, non è un fatto personale contro singole persone, ma è un fatto di coerenza: perché Nibali per esempio, ma anche altri atleti, devono dipendere, per il loro lavoro, da team manager e tecnici che, in maniera più o meno grave, hanno avuto responsabilità nelle vicende peggiori del nostro sport? Da Ulissi a Kreuziger, passando per molti altri, sono in tanti nel ciclismo ad avere “maestri”, allenatori, tecnici, preparatori o team manager che non debbano fare i conti con il proprio passato poco credibile.

Cambiare il sistema, purtroppo, non dipende solo dai corridori, ma anche da chi sponsorizza e da chi prende le decisioni importanti, anche a livello istituzionale. L’arrivo di Davide Cassani in Nazionale, per esempio, potrebbe essere una bella occasione di riscatto del ciclismo, dal punto di vista anche mediatico. Tuttavia c’è un passato che non riusciamo a cancellare: è davvero indispensabile, questo passato? Da vari pulpiti, ma in ogni sede, oggi si riconosce che il ciclismo degli anni Novanta non era credibile ed era pesantemente condizionato da certe pratiche. Qualche anno fa, questa riflessione avrebbe suscitato critiche, oggi si è quasi tutti concordi: ma se è davvero così, allora perché Davide Cassani sceglie di avere, accanto a sé, in Nazionale, un personaggio come Giancarlo Ferretti, tecnico d’esperienza, ma inequivocabilmente legato a quegli anni Novanta? All’Italia, mancano volti nuovi e più credibili?

Diego Ulissi vince la quinta tappa del Giro d'Italia 2014

Diego Ulissi vince la quinta tappa del Giro d’Italia 2014

Sempre sul caso Ulissi, rivivono gli incubi del passato anche con le dichiarazioni di Davide Cassani che, alla Gazzetta dello Sport dice “Sono sicuro che Ulissi sia innocente. Ci metto la mano sul fuoco. Bisogna capire che questo non è doping, perché non migliora le prestazioni e non è un coprente”. Tutti noi speriamo che la prima affermazione sia confermata dai fatti: lo vorremmo davvero. Tuttavia, se certe affermazioni sono tollerabili da giornalisti o semplici appassionati, da una carica istituzionale (Cassani oggi è il Commissario tecnico della Nazionale), un po’ di prudenza non guasterebbe: in primis perché per dimostrare l’innocenza di Ulissi occorrono prima le controanalisi e, se non fossero sufficienti, ci vogliono fatti e dati inconfutabili che in qualche modo scagionino Ulissi. In secondo luogo, sostenere, da Ct, che il salbutamolo, la sostanza vietata, riscontrata nelle urine di Ulissi, non sia doping, è un po’ come dubitare della credibilità delle regole. Studi scientifici dimostrano che il Salbutamolo, assunto in grandi quantità, è certamente doping ed per questo motivo che la Wada (l’agenzia mondiale antidoping) lo ha inserito tra le sostanze a restrizione d’uso e da controllare nei test.

Ora confidiamo nella buona fede di Ulissi e ci auguriamo che sia lui, sia Kreuziger riescano a uscirne puliti: ad ora, i fatti parlano di un’altra, triste, verità, purtroppo. E siamo, naturalmente, in attesa che il ciclismo coraggiosamente e nei fatti decida di chiudere definitivamente con il proprio passato. Nei fatti, nei gesti, nelle immagini e nelle parole.

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