Di Gianni Bertoli

Il Giro d’Italia del 1947, che partì da Milano il ventiquattro maggio, fu preceduto da mille polemiche. Strano a dirsi, per quei tempi, non fu la rivalità fra Coppi e Bartali a surriscaldare gli animi ma diversi altri avvenimenti.

Già durante l’inverno i tifosi del grande Fausto, supportati da qualche giornalista, resero pubblica la loro disapprovazione sul tipo di preparazione che il loro beniamino stava portando avanti per la nuova stagione. Secondo costoro – e forse non avevano tutti i torti – Coppi aveva girato le piste d’Europa in cerca di quattrini, anziché prepararsi secondo i sacri canoni. Il malcontento dei tifosi era così forte ed evidente che lo stesso Coppi scrisse, o fu costretto a scrivere, una lettera aperta ai suoi tifosi per rassicurarli e per promettere il massimo impegno.

I due fuoriclasse iniziarono la stagione in sordina, anche se Bartali riuscì a vincere sotto il diluvio quella che venne ricordata come la Sanremo di Cecchi, lo scopaio di Monsummano.

Michele Motta vinse un Giro del Lazio con Gino e Fausto nascosti nell’anonimato. Il romano Quirino Toccaceli fu primo sul traguardo della Milano-Mantova e i due galli nel pollaio di Benotto, Ortelli e Ronconi, giunsero primo e secondo nel Giro del Piemonte, dopo avere staccato tutti gli avversari. Il Giro di Toscana fu appannaggio del bravo e modesto Bruno Pasquini. Gino e Fausto parteciparono al Campionato di Zurigo senza brillare.

Si parlò poi della possibilità di non avere la Bianchi al Giro d’Italia. La marca di viale Abruzzi, che non vinceva la corsa rosa da ventisette anni, sembrava sul punto di non partecipare, sospettando una coalizione avversa di diverse altre case. Si parlò quindi di partecipazione al Tour de France e al Giro della Svizzera. Anche la Legnano sembrò voler snobbare il Giro per portare Bartali in Francia e Svizzera a tentare due prestigiosi bis. La stampa italiana insorse e le due case decisero di correre il Giro, lasciando da parte il Tour.

Prima del Giro, i nostri assi batterono un colpo al Giro di Romagna: 1° Coppi, 2° Bartali, 3° Ortelli, 4° Ronconi. Sorse poi un problema in casa Viscontea: Bizzi e Brambilla bussarono a quattrini alla vigilia della partenza. Il patron della casa milanese, Ottavio Tamassia, lì rispedì a casa, li sostituì con Mario Fazio e Giovannino Corrieri, consegnando le insegne del comando a Fiorenzo Magni.

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Si parte, da Milano, con Bartali numero uno

E, finalmente, si parte. Per la prima volta nella storia del Giro non ci sono compagini della categoria “Gruppi” ma solo squadre di industria: dodici squadre, ottantaquattro corridori. Col numero 1 parte, con la Legnano, Gino Bartali, vincitore della precedente edizione. Gino si avvale di Mariolino Ricci, del rivale di gioventù Aldo Bini, dei giovani fratelli Renzo e Valeriano Zanazzi, di Bruno Pasquini e Riccardo Sarti. La Bianchi di Coppi schiera un complesso decisamente criticabile. Ne fanno parte due velocisti di vaglia, Adolfo Leoni e Luigi Casola, un mezzo velocista come Glauco Servadei, il fratello Serse, l’anziano Mario Vicini, disoccupato fino a pochi giorni dall’inizio, e il vecchio Augusto Introzzi di Fino Mornasco, a suo tempo pupillo di papà Focesi alla Gloria. La Wilier Triestina si affida a Giordano Cottur, la Welter a Giulio Bresci, Ezio Cecchi ed Alfredo Martini, la Lygie punta su Toni Bevilacqua, la Olmo sull’anziano belga Sylver Maes. Arbos, Cozzi, Monterosa e Wally faranno da guastafeste mentre appaiono molto agguerriti i bianco blu di Benotto che schierano i talentuosi Ortelli e Ronconi, il velocissimo Oreste Conte, i fratelli Luciano e Sergio Maggini più Serafino Biagioni e Tino Ausenda. Qualcuno pensa che siano troppi i galli nel pollaio Benotto.

C034_F13Prima tappa, Milano-Torino: la maglia rosa va al giovane Renzo Zanazzi, primo e solo al motovelodromo. Zanazzi, gregario di Bartali, è ragazzo ambizioso e riesce a conservare la maglia per tre giorni.

La seconda tappa, da Torino a Genova, prevede il superamento degli Appennini. Sul Col Caprile, Vito Ortelli, desideroso di affermare la sua leadership in casa Benotto, attacca e gli resiste solo Bartali. Sembra che Coppi soffra di stomaco e Ronconi abbia problemi intestinali. I due fuggitivi filano verso Genova. Sulla breve rampa che immette nel velodromo, Bartali stacca Ortelli e taglia il traguardo con 11” di vantaggio. Coppi e Ronconi arrivano a quasi tre minuti.

Ronconi e Ortelli si fanno la guerra in casa e così, nella quarta tappa, che porta i corridori da Reggio Emilia a Prato, con la scalata dell’Abetone, Ronconi attacca e rispondono Bartali e Coppi mentre cede Ortelli. A Prato: 1° Coppi, 2° Bartali, 3° Ronconi. Gino sfila la maglia rosa al suo gregario Zanazzi e Fausto è secondo a 2’41”. Giuseppe Ambrosini considera la lotta finale ristretta ai due campioni e rimanda il responso alle Dolomiti anche se conviene che “… Gino ha dimostrato sinora di essere vulnerabile da parte di nessuno in salita”.

Da Prato in poi il Giro diventa noioso. Non ci sono difficoltà degne di nota, Bartali controlla facilmente la corsa, Coppi non attacca, si aspettano le tappe dolomitiche che, praticamente, sono solo una, la Pieve di Cadore-Trento.

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Lo sciopero dei corridori

A movimentare questa sonnolente situazione, arriva uno sciopero. Il 31 maggio, durante la Perugia-Roma, qualche chilometro dopo Rieti, tutto il gruppo si ferma. Alla base della protesta pare che ci sia la decisione degli organizzatori di fare partire la tappa del giorno dopo, Roma-Napoli, nel pomeriggio, in modo da arrivare a Napoli verso le diciannove, al termine dell’incontro di calcio Napoli-Inter. Si protesta anche perché i corridori sono stati costretti, lungo la discesa delle Marmore, a percorrere un tratto di strada in pessime condizioni anziché un  ampio stradone asfaltato praticamente parallelo. Gli organizzatori addossano la colpa ad un addetto alle segnalazioni e cercano di calmare gli animi. Alla fine i corridori ripartono ad andatura turistica e raggiungono Roma. Prima di entrare in città, designano dieci corridori che andranno a disputarsi lo sprint al velodromo Appio. La vittoria viene assegnata ad Adolfo Leoni ma, più tardi, viste le fotografie, la Giuria cambia opinione: primo Oreste Conte. E’ maretta.

E così si arriva a Pescara, dove vince ancora Oreste Conte. Il giorno successivo Bartali accusa problemi intestinali. Qualcuno darà la colpa a pesce non fresco. Sembra che altri corridori abbiano gli stessi disturbi. Gino nasconde al meglio la cosa, aiutato anche da tappe non impegnative.

Di questi tempi gli alberghi non sono un granchè e generalmente le camere hanno solo servizi in comune. Bartali pretende un gabinetto personale per evitare “spionaggi” da parte di altri corridori. Comunque sia, Gino passa indenne il momentaccio e aspetta con fiducia le montagne.

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L’impresa di Coppi piega Bartali

Finalmente ecco la prima tappa dolomitica, la Vittorio Veneto-Pieve di Cadore. In realtà non è molto dura. C’è solamente la scalata al passo Mauria. E proprio sul Mauria, Bartali attacca. Gino si ricorda del ventenne Coppi in crisi su quella stessa salita nel Giro del 1940 e attacca. Il vecchiaccio non crede ai suoi occhi: Fausto va in crisi. Benedetto sia il Mauria!

L’alfiere della Legnano vola leggero verso la vetta con quella sua pedalata nevrotica, fatta di scatti, pedalate a vuoto, pedalate “en danseuse” e occhiate all’indietro. Tutta la Bianchi è attorno al suo capitano che non dà cenni di ripresa. Gino, su un tornante, trova il tempo di fermarsi e schiaffeggiare uno spettatore che gli ha dato del “prete falso”.

Fausto sogna la sua casa e il suo letto e rivive una specie di remake di un vecchio film, nel quale il Bartali del 1940 ha il viso e le sembianze di Adolfo Leoni. Ma come? Leoni, un velocista, che spinge Coppi in salita? Fausto pian piano si riprende. Il viso non è più terreo, le gambe non sono più di legno. Rientra su Bartali. A Pieve di Cadore, 1° Bartali, 2° Coppi. 3° Leoni.

All’arrivo, Coppi manifesta l’intenzione di ritirarsi. Zambrini e Tragella lo convincono ad attendere; domani c’è una giornata di riposo, prima del tappone. Durante il giorno di riposo, Bartali – lo racconterà egli stesso molti anni dopo – viene avvicinato da un corridore della Bianchi che gli offre un milione a patto che faccia in modo di perdere il Giro. “Vedi, Gino, – spiega il corridore – la Bianchi non vince il Giro dal 1920 e pare che, in caso di un’altra sconfitta, abbia deciso di chiudere con le corse”. Bartali rifiuta. Intanto Coppi, verso sera, comincia a sentirsi meglio e riprende fiducia in se stesso tanto da confidare ai suoi: “Se domani quello là fà tanto di mettere il piede a terra, parto e non mi vede più”.

Ed eccoci alla tappa decisiva, la Pieve di Cadore-Trento di 194 km. Sul Falzarego restano soli Bartali e Coppi. A poche centinaia di metri dalla vetta, quasi fosse stato scritto nel copione di un film giallo, Gino è costretto a mettere piede a terra per un salto di catena. Fausto attacca e Gino insegue. L’alfiere della Bianchi è in grandissima giornata. Scala il Pordoi da solo e, a Cavalese, ha 8’40” di vantaggio sul rivale. Gino capisce che da solo non ce la può fare e attende Giulio Bresci, Fiorenzo Magni, Alfredo Martini, Ezio Cecchi ed il belga Sylvere Maes. Tutti hanno interesse a collaborare ed il vantaggio del battistrada diminuisce ma, a Trento, è ancora di 4’24”. Coppi toglie la maglia rosa a Gino, sulle cui spalle è rimasta per tredici tappe. E’ primo con 1’43” sul rivale e vince il suo secondo Giro d’Italia.

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La Bianchi torna a vincere, dopo 27 anni

La Bianchi, vittoriosa dopo ventisette anni, esce con un comunicato polemico dalla punteggiatura discutibile: “La Bianchi ringrazia amici ed ammiratori che inviarono, l’espressione del vibrante loro consenso per il gesto altamente sportivo della sua partecipazione al Giro d’Italia ed il plauso entusiastico per la luminosa vittoria conseguita dai suoi Campioni, che hanno affermato ancora una volta per le vie del Mondo, l’imbattibile supremazia dei suoi prodotti”.

La Legnano pubblica la sua pubblicità da cui si evince che, loro, di Giri ne hanno vinti quindici, senza scrivere che la Bianchi ne ha vinti solo tre. Tra aquilotti e ramarri la guerra è più che mai aperta.

 

 

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