Le ventuno fatiche di Hector: fino alla gioia più bella. «Ventuno Giri d’Italia da inviato». Oggi ha 70 anni. E sul traguardo dello Zoncolan, mentre commenta il momento più bello della storia del ciclismo colombiano,  ha gli occhi lucidi, la voce rotta dall’emozione. Ma non si ferma, il suo popolo deve ascoltare, deve gioire, dall’altra parte del mondo: le sue parole scorrono come un fiume, come musica. Quintana e Uran, in vetta all’ultima salita, il trionfo può cominciare.

Giro d'Italia 2014

Hector Urrego non è un semplice radiocronista: è un pezzo di storia del ciclismo colombiano. La passione, enorme, di un popolo, arriva in parte dalla sua voce. «Da quasi quarant’anni, lavoro per Rcn, la Radio Cadena Nacional. In questi giorni, trasmetto per circa venti milioni di persone, su 60 emittenti locali contemporaneamente». Un settantenne, maestro di giornalismo, si regala la ventunesima fatica, l’ultima tappa, del ventunesimo Giro d’Italia: a Trieste. Domani sarà festa vera. Lo Zoncolan è l’ultimo sussulto di un Giro che è colombiano, da Quintana a Uran, da Duarte a Pantano, da Arredondo a Chalapud: «Grande emozione, per me alla pari degli anni d’oro del passato, gli anni di Lucio Herrera, anche se Quintana ha fatto già di più, ha vinto il Giro».

Quando Hector va in diretta, in Colombia è mattina: un computer, due microfoni e un telefonino. Ecco la tecnologia con la quale arriva in tutto il paese: «Per i colombiani, la radio è più popolare della tivù.  Io, poi, trasmettendo la mattina, arrivo negli uffici e nei luoghi di lavoro di tantissima gente». Da Cali a Bogotà, da Medellin fino ai villaggi più piccoli e poveri, come quello in cui è nato e cresciuto Nairo Quintana, per esempio.

Quintana festeggia sul palco, Hector Urrego, in un angolo, a bordo strada, racconta tutto a 20 milioni di colombiani

Quintana festeggia sul palco, Hector Urrego, in un angolo, a bordo strada, racconta tutto a 20 milioni di colombiani

La salita più attesa, non regala colpi di scena, sì, è un trionfo colombiano, anche se la tappa la vince Rogers: Quintana e Uran, primo e secondo in classifica, non trovano avversari in grado di attaccarli. Se ne vanno assieme verso la gloria, mentre Hector è un vulcano di parole ed emozioni: «Vamos Colombia!».

Sa che sta raccontando un pezzo di storia, Quintana è sul palco e festeggiare, ma Hector continua a commentare, cerca di non scomporsi, è un professionista: e, intanto, laggiù, nel suo paese, l’orgoglio della gente è al top. Tutto cominciò da Martin Cochise Rodriguez, poi la Colombia ha fatto tanta strada nel ciclismo: «La generazione attuale è la più forte, ma tutti questi ragazzi sono cresciuti ciclisticamente in Europa: sono venuti qui, hanno fatto esperienza, hanno messo a frutto le loro doti. Ai temi di Cochise e poi di Herrera, ma anche di quelli che sono venuti dopo, i colombiani correvano in Europa, ma vivevano in Colombia. Oggi tutti questi ragazzi sono il frutto della globalizzazione».

Hector e la sua poesia, giornalismo di strada, ciclismo raccontato sulla linea del traguardo, come in vetta allo Zoncolan, al vento, ma dentro l’evento. Totalmente. E la sua voce va, porta quell’emozione al di là dell’Oceano. Quarant’anni di giornalismo, ventuno Giri d’Italia: ha vinto anche Hector Urrego, assieme a Quintana.

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