Di Lorenzo Franzetti, da Vittorio Veneto

Vittorio Veneto in festa è uno dei tanti miracoli di una regione: i colori, i volti e persino il ciclismo, oggi qui, sa di ricchezza conquistata col sacrificio. Il Giro d’Italia, nella Marca e in tutto il Veneto celebra la passione di tanti imprenditori, una storia che l’uomo ha cambiato con le proprie mani e il proprio lavoro. Molto spesso, o quasi sempre, il chiassoso carrozzone della carovana rosa ignora tutto ciò, invade le strade d’Italia con la sua musica e le biciclette, con i suoi discorsi da bar sport, con l’enfasi dei corridori eroi: dinamiche che si ripetono a ogni edizione del Giro d’Italia moderno, che vogliono il ciclismo come una festa paesana, ma senza ballo liscio. Probabilmente nessuno, in gruppo, tra i corridori e le belle ragazze conosce il valore di questa terra, ai piedi delle montagne: il valore umano, quello che si pesa sol sangue e la fatica.

bersaglieri in biciVittorio Veneto è un luogo che ha fatto la storia d’Italia, le montagne e le campagne, qui attorno, hanno visto la guerra vera, la morte: oggi, di quel passato, s’intuisce molto poco, la guerra è una delle tante fatiche sopportate che traspare nell’orgoglio della gente di qui. Uomini e donne che, nel corso del Novecento, sono emigrati e poi tornati a casa: destino toccato anche ai ciclisti, ricordando per esempio, la storia di un giovane fornaretto diventato corridore a Milano, che si chiama Renato Longo e che oggi è una delle personalità di Vittorio Veneto. Un campione indimenticabile, grazie al ciclocross.

 

La ricchezza nella terra, frutto di sacrifici

Molta della ricchezza di questa terra oggi, la si vede nei vigneti: il vino che un tempo dava conforto e allegria ai “poaereti” di qui, oggi è qualcosa di raffinato, che viaggia in tutto il mondo.  Come la renga, l’aringa dei mari del Nord, che oggi è un piatto ricercato, mentre una volta era il lusso da far durare il più possibile:si usava appendere una renga alla lampada petrolio che illuminava la cucina, mentre tutti i membri della famiglia, con una fetta di polenta, la “sfioravano” appena, così da far bastare questo companatico per più pasti. Oggi, la renga, è roba da chef.

rengaAnche due gregari e giramondo recenti, sono tornati alla terra, oggi, a questa terra: Bruseghin e Da Dalto, facce genuine e uomini umili che molti tifosi ricorderanno. «Il ciclismo è stato una bella parentesi della mia vita, oggi si lavora nelle vigne: e sono più felice di prima», racconta il faticatore Da Dalto, che incrocia il sorriso soddisfatto della fidanzata che, per colpa del ciclismo, l’ha vissuto per anni come la fidanzata di un marinaio.

L’attesa del Giro è l’occasione per ricordare, la bicicletta ha fatto davvero un pezzo di storia, qui: non solo tra le trincee e gli accampamenti della grande guerra, ma anche successivamente, quando il miracolo del Veneto si realizzò. A Vittorio Veneto nacque la Graziella, per esempio: dal progetto geniale di pochi designer e dal lavoro costante di tanti operai, che lavoravano alla Carnielli. Oggi la Carnielli è un rudere abbandonato, la Graziella è migrata in altri luoghi.

Il rosa domina la festa, a Vittorio Veneto, e porta il sorriso dentro a una scenario che diventa grigio, per le nuvole che incombe: torna la pioggia, sul Giro, quella che ieri era neve sullo Stelvio, la stessa che era insidia già nel Lazio. I corridori non ne fanno un dramma, nonostante l’enfasi da bar sport che spesso dilaga anche nei dibattiti televisivi.

foto di Ilario Biondi

foto di Ilario Biondi

Pirazzi, lo sfigato e la rabbia

L’attesa finisce, in riva al Piave, la fuga di giornata porta una volata in città, entrano in cinque…”chi ghe xè rivà?” domandano i vecchi del centro, allungando il collo per guardare più lontano, in fondo alla strada. Xè rivà uno di Fiuggi: scatto al momento giusto e vittoria.

Foto di Ilario Biondi

Foto di Ilario Biondi

È lo scatto di Pirazzi, l’ultimo di millecinquecento, l’ultimo di una serie che va avanti da cinque anni e non porta mai a una vittoria, ma soltanto mal di gambe: “scatta Pirazzi!”, ormai radiocorsa potrebbe benissimo dotarsi di una voce preregistrata, come quelle delle stazioni ferroviarie. Pirazzi ci prova e ci riprova: tanto lo riprendono, l’hanno sempre ripreso. E, invece, no: Pirazzi l’è rivà, a Vittorio Veneto.  Vince a braccia alzate e poi tiè! «Ma cosa g’ha fato? Disgrasià!».  Vince e manda tutti a quel paese, Pirazzi, fa festa per un secondo , poi un altro secondo lo cede alla rabbia e, infine, si lascia catturare dal pianto. Piange come un bambino, un bambino sfinito, a furia di provare e riprovare, provare e riprovare. E beccarsi pernacchie dai colleghi: “Ma dove vai Pirazzi?”, si dice spesso in gruppo. Pirazzi, stavolta, va al traguardo, per primo.

«Era uno sfogo – dirà più tardi, ai giornalisti – contro chi mi critica. Non tanto i giornalisti, ma altri, quelli che mi hanno detto di tutto per come corro».

Non fa molte allusioni, si capisce poco, ma se vivi un po’ il clima del gruppo, in corsa, allora ci arrivi: le gerarchie del gruppo sono spesso crudeli. Ci sono i leader, ma ci sono anche gli sfigati: Pirazzi è uno degli sfigati. Uno di quelli che molti non sopportano, perché scatta quando meno te l’aspetti, perché ti costringe a far fatica, in punta di sella, quando invece ti vorresti fermare a far pipì. «Pirazzi, ma dove vai?». Tanto non arriva mai al traguardo, tanto è uno che scatta a casaccio, quando lo riprendono lo spernacchiano, perché lo sopportano in pochi, uno che ti fa venire il mal di gambe, quando non vorresti.

Foto di Ilario Biondi

Foto di Ilario Biondi

Questioni di potere, in gruppo

Logiche e leggi non scritte, del ciclismo. Che la gente, a bordo strada, fatica a comprendere e, guardando i commenti in tivù capisce ancora meno: logiche del gruppo, che portano per esempio Quintana, la maglia rosa a temere rappresaglie per lo sgarbo dello Stelvio. Tutti a chiedersi se è stata un’imboscata oppure no, quella del colombiano, nella discesa verso Val Martello. Tutti a domandarsi se e come: ma il gruppo ha già deciso, sentenziato. E non lo viene a dire a noi, è la legge non scritta. Ora Quintana non ha scelta: o diventa padrone assoluto del Giro, con la forza delle gambe, oppure per lui il destino è quello degli sfigati.

Colombiani in festa, a Vittorio Veneo - Bettiniphoto

Colombiani in festa, a Vittorio Veneto

Questioni di potere, di un ciclismo moderno che tutti ci sforziamo di raccontare e dipingere come qualcosa di eroico: ma l’eroismo non è un’etichetta da appiccicare quando hai bisogno di far salire l’audience televisivo. Certi valori sono quelli che restano nel cuore della gente, quando il ciclismo rende onore a una terra o a una montagna o, persino, a una storia più grande: onore vero. Senza gesti dell’ombrello o effetti speciali.

Vittorio Veneto merita rispetto e memoria, per quello che rappresenta per l’Italia e per il ciclismo: il Giro d’Italia, qui, passò per la prima volta il 23 maggio 1919. Si correva una tappa della memoria, da Trento a Trieste, un anno dopo la fine della grande guerra: il ciclismo rendeva omaggio a strade che ancora odoravano di sangue e di morte. Il Giro d’Italia rendeva onore, con le sue fatiche, all’eroismo vero: e vinse Girardengo, con tre minuti sul secondo, Calzolari.

Costante Girardengo

Costante Girardengo

Ogni epoca ha le sue storie, ogni contesto ha il suo eroismo, Quintana e Pirazzi sono il Giro di oggi, ma il peso delle parole e dei gesti dovrebbe essere sempre lo stesso.

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