So long, it was so long ago
But I’ve still got the blues for you

Un blues da suonare, da Belfast, per zingari in bicicletta, giramondo con la valigia che hanno le radici dentro a un telefonino. Il Giro d’Italia è un concetto senza un confine: sì, è una gara per corridori indistruttibili, o quasi. Ma il ciclismo è una festa, anche travestito col business. E la festa possiamo farla ovunque, anche nel tuo garage. Basta avere lo spirito e la cultura giuste. Eccolo il Giro, che sbarca a Belfast. Eccolo, allora, il blues, che a Belfast, dentro a una corsa in bicicletta, sul calar della notta, ci sta proprio bene.

 

So long, it was so long ago
But I’ve still got the blues for you

 

Piegati su attrezzi in carbonio, rigidi come lame. Dentro al vento fino a farsi sollevare, quasi a prendere il volo. Ecco le biciclette da cronometro, nel grigio tramonto di Belfast, dove non si tirano più le molotov, ma coriandoli rosa. Coriandoli sulla testa di un canadese che da bambino voleva girare il mondo. E ora l’ha fatto. Faceva a pugni spesso, pensava di diventare un lottatore, ma non immaginava quando fosse meraviglioso lottare in sella a una bicicletta. Senza pugni, ma con un cuore grande. Sì, Svein Tuft, ciclista zingaro in mezzo a una carovana che non si ferma mai. Sorridi, oggi è il tuo giorno.

 

Copyright Photo Bettini

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So long, it was so long ago
But I’ve still got the blues for you

 

La cronosquadre è un esercizio che sembra non avere sentimenti. Non c’è spazio per il cuore, in una gara fatta di tecnologia e centesimi, di vento da tagliare e ingranaggi da far funzionare alla perfezione, come ballerini alla gara più importante. Eppure, l’animo umano vien fuori agli ultimi cento metri: c’è un vecchio passista, lo zingaro Svein Tuft, che va a indossare la maglia rosa, va a vincere con tutti i compagni, la Orica Green Edge, ma stavolta i suoi colleghi hanno deciso che a festeggiare come leader ci fosse proprio lui, quel canadese che da adolscente si fece 4.000 miglia in giro per il Canada, a esplorare la vita in bicicletta. C’era un italiano, in squadra, l’unico: e indossava la maglia tricolore. Ivan Santaromita, gambe forti, animo umile: da gregario. Sempre. Anche ora che potrebbe essere leader, un leader che non rinuncia alla sua generosità. Poteva indossare la maglia rosa, ma la squadra ha scelto Svein, il vecchio Svein, da premiare per le tante tirate in testa al gruppo, anch’egli per i suoi compagni.

 

So long, it was so long ago
But I’ve still got the blues for you

 

Foto Watson/Bettini

Foto Watson/Bettini

“Il coraggio, non è semplicemente una delle virtù, ma la forma di ogni virtù quando giunge alla prova, vale a dire, nel punto della più alta realtà”. Lo scriveva uno di Belfast, Clive Staples Lewis, ma il coraggio non può nulla contro la sfortuna. Troppo esile un ciclista, cinquanta chili di nervi e muscoli, su bici che sembrano piume: troppo esile anche al cospetto dell’infida e bastarda buca imprevedibile. E il coraggio non è bastato a Daniel Martin, uno dei due irlandesi al via. Mezzo irlandese, mezzo inglese, mezzo nipote d’arte (suo zio si chiama Stephen Roche), mezzo soprattutto se stesso, mezzo campione e anche mezzo sfigato: due settimana fa, stava vincendo la Liegi-Bastogne-Liegi per la seconda volta in carriera. Era all’ultima curva, Daniel, ma è finito rovinosamente a terra sul più bello, mentre stava rimondando l’ultimo avversario. Si dice, da centro gruppo, che Martin sia scivolato su una semplice biro, finita sull’asfalto non si sa come, in quell’ultima curva.

E a Belfast, su strade lisce come biliardi, l’infida e imprevedibile buca l’ha disarcionato. E lui, Daniel ha tirato giù mezza squadra, la Garmin Sharp di Hesjedahl, il vincitore del Giro 2013, che ha già alzato bandiera bianca. Un canadese festeggia dove mai avrebbe immaginato, Tuft, un altro canadese si dispera come mai avrebbe pensato, Hesjedahl.

So long, it was so long ago
But I’ve still got the blues for you

 

Mentre a Belfast cala la note, un blues del suo chitarrista, Gary Moore, ci sta bene sulle case e sulle strade in cui tirava calci e si ubriacava George Best. Belfast che il ciclismo non l’aveva mai visto così importante e così frenetico. Con gli elicotteri che non sparavano dall’alto, ma riprendevano con la telecamera. Belfast e il ciclismo, l’incontro improbabile, perché il Giro d’Inghilterra non sarebbe stato così amato: il Giro d’Italia sì, anche se nessuno  nei pub d’Irlanda, capisce perché il Giro d’Italia debba partire dall’Irlanda del Nord. Ma è nel destino dello sport più bello del mondo, non ci sono molte domande da porsi: il destino del ciclismo è anche quello di andare fin sull’uscio dell’ultimo sperduto tifoso, tra le luride case in mattoni, di un quartiere di Belfast.

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