di Gino Cervi

Circa un anno fa, Simone Volpato, bibliofilo triestino, titolare della Libreria Antiquaria Drogheria 28, ritrovò una quarantina di volumi appartenuti alla biblioteca di Ettore Schmitz, alias Italo Svevo. Per uno come lui, che invano ha lottato tutta la vita con decine e decine di sigarette al giorno, che, massima espressione di attività sportiva, lo si vedeva, paglietta tirata indietro sulla testa sudata, sul campo da bocce di villa Veneziani, è sorprendente scoprire che avesse annotato e puntualmente sottolineato un libretto dal titolo Vademecum dei ciclisti triestini. Stampato nel 1898 dallo Stabilimento tipolitografico E. Sambo, di Trieste e Pola, è opera di Giuseppe Egger, che si vantava di essere stato «il primo ad introdurre l’uso della bicicletta tanto a Trieste come in tutto il litorale e nella provincia di Udine». Pare che tenesse, l’Egger, in piazza Caserma, presso l’Hotel Europa, in un salone «appositamente costruito a norma delle più recenti innovazioni», una vera e propria scuola dove impartiva lezioni per cavalcare quelle nuovissime “macchine a pedali”. Nel librettino si presentavano gite in velocipede sui 7 km e mezzo da Trieste a Servola, ma anche quella certo più impegnativa, di 36 km e mezzo, che portava, oltre il Carso, a Lipizza e a Sesana. E poi a Gorizia, Palmanova, Fiume. Il pigro Schmitz ci aveva forse fatto un pensierino, se è vero che aveva sottolineato anche la pubblicità di due modelli di bicicletta: una Swift, ovvero una “agile, svelta”, prodotta dalla Steyr, fabbrica di armi, e una Diana 24, la cui descrizione precisava essere «adattata per ogni persona, anche la più greve».

trieste

Metti quindi che oggi, sul traguardo delle Rive, compaia, in sella a una Pinarello nera, Ettore Schmitz-Italo Svevo-Zeno Cosini, al posto del velocista Ben Swift. Conoscendolo, c’è d’augurarsi che non sbagli volata, sprintando al penultimo giro, così come Zeno, in ritardo per assistere al funerale dell’amico Guido, si accodò al corteo funebre sbagliato.

Noi assisteremo all’ultima volata, insieme a tanti triestini. Tra questi, Virgilio Giotti.

Vardo ’na strada de la mia zità,
cha ghe sarò passado mile volte,
e no me par de averla vista mai.
Le fazzade zalete, le boteghe,
un bar, dei àuti, e el fiatin de viavai.
Come la nostra vita, sì: vissuda,
finida ormai, e mai ben conossuda.

Anche questo Giro, «finido ormai», ci pare, in fondo, di non averlo «mai ben conossudo».

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