di Gino Cervi

«Fissando le orme, il tenente Berrendo seguitava a salire con la sua faccia magra, seria e grave. Il suo fucile automatico era posato di traverso sulla sella ed egli lo reggeva nel cavo del braccio sinistro. Robert Jordan giaceva dietro l’albero respirando molto leggermente per mantener ferme le mani. Aspettava che l’ufficiale giungesse nel tratto soleggiato dove i pini della foresta finivano e cominciava la verde china del prato. Sentiva il cuore battergli contro il terreno coperto d’aghi della pineta.» (Ernest Hemingway, For whom the bell tolls).

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Come il tenente Berrendo, alla fine del romanzo di Hemingway, Nairo Quintana, salirà i tornanti dello Zoncolan, ma montagna che da qualche anno è diventata una salita, e quest’anno la salita che deciderà il Giro, con le sue pendenze più dolorose di una lama confitta nei fianchi. E avrà la sua faccia imperturbabile, «magra, seria e grave». Fabio Aru si apposterà come si appostava Robert Jordan, trattenendo il respiro, se potesse fermando il battito del cuore. Fabio Aru conosce le corse in salita, quelle che si aspettano lungo il ciglio della strada; le conosce da quando si era intrufolato tra le gambe degli adulti, guardando verso Funtanedda, nel suo Paese d’ombre.

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«L’allegria si vedeva dalle facce della gente, di tutta la gente: uomini, donne, vecchi e bambini, che con l’abito della festa aspettavano già da qualche ora addossati ai muri delle case, ai lati della via, in due file compatte – così compatte, che, per vedere, i bambini si ficcavano a forza tra le gambe degli adulti, guardando verso Funtanedda, la parte bassa del paese da dove i cavalli sarebbero dovuti arrivare al galoppo. Le gare, a memoria d’uomo, si erano sempre fatte così, in salita. Non era una gara di velocità ma di bravura, di vera e propria acrobazia, e i cavallerizzi avevano adottato questo sistema perché i cavallerizzi, pur lanciati al galoppo, non corressero troppo veloci.» (Giuseppe Dessì, Paese d’ombre).

Già, perché le salite non sono gare di velocità, ma di bravura, di acrobazia, e di resistenza alla fatica. E lo Zoncolan ha nel nome qualcosa di terribile: “zonco” è un artiglio che arpiona, una zanna che affonda nelle carni, una falce che sibila prima del taglio; “lan” è il suono che il respiro che viene a mancare al termine della salita, il vuoto d’aria prima del precipizio. Ombre o campane? Aru o Quintana?

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