dal capitolo V del romanzo di Michele Marziani, Nel nome di Marco, Ediciclo Editore, 2013, 208 pp, 14,50 euro

cop ora del fausto2Rimbalzano le notizie. Dicono che non ha voglia, che non prende fiato, che il tempo passa, il percorso per recuperare si accorcia. I gregari lo sostengono, ma è lui che non trova il ritmo. D’altra parte Pantani in salita non è uno da ritmo. È uno da fatica, da muscoli, da nervi, dall’andatura irregolare, scomposta…
Poi arrivano altre notizie. Dicono che è scattato quasi all’improvviso, che va avanti, che aumenta la velocità, la potenza, che raggiunge i primi. E anche a me aumenta il ritmo cardiaco, perché la corsa è l’unica cosa a cui riesco a pensare. È come se fosse
diventata la mia sola ragione di vita. Allora prego Maria, la Madonna Nera del santuario, le domando
di dare forza al Pirata.
So bene che è una stupidaggine, che alla Vergine andrebbero affidati i poveri, i bisognosi, i malati, le anime in pena, non i ciclisti. Ma non resisto e le affido Marco, Marco Pantani che corre sulla statale 144 per Oropa, tra ali di folla che sono lì solo per lui.
Le notizie si accavallano, si susseguono, arrivano veloci, tra le chiacchiere, la radio, il passaparola: Marco li sta sorpassando tutti, uno a uno, in piedi sui pedali, una falcata dopo l’altra, spingendo sul rapporto, senza paura, senza fermarsi.
Così raggiunge finalmente i primi, quelli che dominano la corsa, li supera, sistematicamente, uno dopo l’altro.
Ogni tanto si appoggia alla sella, ma per dare più forza ai muscoli, poi riparte, raggiunge lo spagnolo Heras e infine l’ultimo, il francese Laurent Jalabert, che fino a quel momento era stato il dominatore della corsa. Lo sorpassa con uno scarto leggero a sinistra. Un volo di farfalla. E lo lascia indietro.
Gli ultimi tre chilometri li fa tutti da solo, con la determinazione e la paura di aver dimenticato qualche avversario davanti. Inseguendo il vuoto.
Il pubblico è un delirio, un boato di felicità. Lo vedo arrivare al traguardo, dove lo sto aspettando: è seduto, ondeggia sulla bicicletta, volto e muscoli tesi. La maglia rosa, conquistata il giorno prima, fa a pugni con i colori dei pantaloni e le scarpette gialle. Il cranio è raso, la fronte aggrottata.
Marco Pantani realizza un’impresa impossibile. Dopo le tante impressionanti vittorie del Giro e del Tour dello scorso anno, a Oropa sconfigge la sfortuna, supera se stesso entrando di nuovo nella leggenda. Più di Fausto Coppi. Più di chiunque. Lo dicono i tifosi, lo dicono i giornali, le televisioni, le radio.
A me dimostra che nulla è impossibile.

Lo racconto a messa, nell’omelia, mentre saluto i ragazzi della mia parrocchia: è domenica e loro tornano in paese mentre io resto qui. A ripetermi da solo che nulla è impossibile. Basta volerlo.
Me lo dice sempre anche Sandra: basta volerlo. Me lo ripeto anch’io, specie da quando le cose sono precipitate. Poi mi dico anche che non è vero, che tante cose concorrono alla realizzazione di un desiderio, al concretizzarsi di una scelta. Eppure
oggi Marco Pantani mi fa capire che tutto è davvero possibile. Occorrono grinta, tenacia, determinazione, preparazione e desiderio di lottare fino in fondo, anche contro la sfortuna.
Per quel che riguarda me, non so se sono preparato, grintoso, tenace, determinato. Però la sera rompo il silenzio e telefono a Sandra, le racconto della giornata, della corsa, della vittoria inattesa, dell’uomo con cui ho incrociato lo sguardo e di
quanto mi sia sentito felice.
«Niente male per un’anima in pena…».
Non la vedo ma sento che sta sorridendo dall’altra parte della cornetta. Prendo il coraggio in mano e le dico che sì, questa volta ho deciso: lascio la tonaca e la sposo. Che riconosco il figlio che verrà. E che lei, Sandra, è la mia vera vocazione.
«Ne parlerò subito con il cardinale Marcolongo».
«Che ti farà cambiare nuovamente idea…».
«Non questa volta, Sandra».
«Te l’ho già sentito dire in altre occasioni, ma quel cardinale ha su di te un potere che…».
«Sst, vedrai. Non preoccuparti».
«Non mi preoccupo. Lo sai, le mie scelte le ho fatte. Sei tu che non sai cosa scegliere».
«Adesso lo so».
Sì, è vero, per la prima volta lo so.

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