Arrivi alla stazione. E c’è Panta che ti aspetta. Un piccolo museo accanto al primo binario su Marco Pantani. Mentre il trenino procede oltre. Verso Ravenna. Qualche extracomunitario che ciondola. Due taxi lucidi di ceralacca. Ne prendi uno. E’ Antony che lo conduce. Elegante, giovanile, fisico asciutto. Minuto. Sorriso e camicia. Sembra un ciclista in borghese. E infatti lo è. Stato. Guarda un po’ la coincidenza. C’è lui ad aspettare te.

Ti fa sedere davanti. Come preferisci. In ammiraglia. «Eh sì, la Nove Colli… primi arrivi… Dove andiamo?», chiede con garbo,  «Pensi che qualche anno fa la rumba iniziava già dal giovedì. Adesso, con la crisi, arrivano tutti il sabato pomeriggio. Ma va bene lo stesso purché arrivino. E si pedali. Che bici in giro ce n’è».

È subito feeling. La sua è un’ammiraglia, infatti. Ammiraglia Panta. Perché poi, quando hai pagato e sta per darti la ricevuta, davanti al piccolo hotel sul mare, Little Hotel appunto,  rompi il ghiaccio e scopri che: «Marco? Se l’ho conosciuto? Siamo cresciuti insieme, eravamo bambini prima di tutto, allievi e juniores poi in bici, andando avanti. Dilettanti. Pedalavamo. Si giocava. Era timido. Sì, è vero, era timido».

Vorresti chiedere di più. Finisci per parlare di Maradona. Ma è solo per non fare l’invadente con la sua sfera privata. Parlare di campioni e brutte storie. Ecco non vuoi fare la solita giornalista a caccia di… No, Antony non se lo merita. E’ venuto a prenderti in ammiraglia! Gli passa un velo, lo vedi, ma è dignitoso. Sembra amicizia. Si sente. È anche fantasia, la tua che qui venivi da bambina, è giochi di bambini sulla spiaggia. E bici a più non posso. È la sua infanzia, sogni di corse e di sport. Infranti. Tragicamente infranti.

Antony è gentile e ti risponde al tuo incalzare. Sul Panta. Che è qui. In ogni via. A Cesenatico. Piadine. Bagni (di una volta come una volta e che bello che non cambia mai). Panta è qui e non perché tutti ne parlano. Perché c’è. Come le sue salite, da provare e riprovare. Come le strade di allenamenti, di incroci. Come è finita male la storia di quel bambino. «Ma figurati, non devi scusarti – ti dice -. È che quella vicenda è diventata tutta un’altra cosa… Mi sembra di parlare di qualcuno che poi, dopo quell’episodio là, dopo che l’hanno fermato al Giro, ma poi perché? Non era più lui. Troppa gente sbagliata attorno. Ci hanno provato, si dice qui, a mettere le cose a posto… Ma quando la strada è sbagliata è sbagliata con quelle cose lì».  Non scendi dal taxi. I tuoi colleghi stanno tornando in hotel e ti vedono lì, su quell’auto. Che parli. Ti guardano straniti. Sei lì davanti. Sull’ammiraglia del Panta, da dieci minuti almeno. Sei a Cesenatico. E sei con Panta e l’amico del Panta.

Ma torniamo al dunque: Nove Colli! Ah già, sei arrivata per la Nove Colli. La più antica gran fondo italiana. Erano in 17. Oggi sono dodicimila. «Ma io quella fatica lì non la voglio più fare e poi te lo dico che non mi ha mai attratto», precisa Antony il taxista che correva con Pantani. «Non mi ha mai convinto. Ma li capisco. Bell’idea. Uno cento dodicimila. È una bella cosa per tutti. Diversa da quando prendevo la bici io. Iniziai alla Fausto Coppi, poi, ho fatto il dilettante. Sono stato a un passo dal prof. Ma ho smesso che le cose non sono andate come dovevano. A volte è anche questione di tempismo. E di fortuna. Pazienza». E ciao.

Ciao Marco ciao. Intanto, da 44 anni, qui c’è il rito. Nove Colli. Che fatica. Senti parlare di quelle colline e soffi già. Te li snocciolano come vuoi. Sti colli. Il Bertinoro, la prima da quel che capisci, il Barbotto la mitica, il Tiffi – carogna, come lo descrive Giacomo Pellizzari sul suo Ma Chi te lo fa fare? (Fabbri Editori). Che non ce la fai più. È dura, insomma, anche sulla carta è dura. Anche solo da immaginare. Nove Colli e pedalare. Ora la scoprirai questa avventura. Pian piano conoscerai la sua umanità. Il suo cuore. Cuore di Romagna.

La vigilia è quella di tutte le gran fondo. Degli eventi di massa. Fatta di ritiri pacchi gara, di stand presi d’assalto, di energia nell’aria, gruppi di voci. Girano, sul lungomare bici. Sfogliano, fra hotel e camper riti e rituali pregara. La sgambata. La sudatina. La gonfiatura delle ruote. La strategia di carboidrati da mettere nel taschino. Il meteo. E gli strati. La bici sul balconcino della camera dell’hotel: ricoperta da un asciugamano perché la salsedine… La sveglia da puntare prestissimo. Che alle 6 si parte. Il fiume dalla griglia. Parte. Lo scoprirai all’alba.

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Al Porto Canale di Cesenatico. Pescatori di sogni. Reti di emozioni. Tutti al via. Di una granfondo. Amatori e vip. Gli olimpici ad esempio. Coppia inossidabile, per cominciare, quella di Antonio Rossi e Yuri Chechi e la solita sfida impari: il primo allena ruolo istituzionale e politico (per la Regione Lombardia), l’altro si allena. E si sa. «Ho già mal di gambe prima di iniziare – ti dice l’assessore allo sport della tua Regione che per te è sempre il mitico Antonio Rossi– ma è bello essere qui. E parto. Si vedrà. Bello essere uno dei dodicimila. Ci vorrebbe anche da noi un evento così. Magari per l’Expo chissà. Una granfondo che faccia scoprire come è bello pedalare anche dalle nostre parti e non per forza per una gara. Anche per turismo. Io, quando riesco, pedalo intorno a Como e a Lecco, dove abito, e sono posti bellissimi. Qui c’è il mare e si respira la simpatia della Romagna. Ma tutto il mondo è paese quando si pedala. Provate per credere».

Spirito olimpico sulla Nove Colli. Ci sono anche Piller Cottrer e pure Paolo Bettini. È un po’ fuori forma l’olimpionico del ciclismo su strada, l’ex prof alla Nove Colli, il Betto per tutti noi, pedalerà perché «ho accettato la sfida olimpica di Sportful e ho dovuto riprendere la bici ma farò tutti i rifornimenti fino all’ultimo. Lo spirito è lo stesso della mia scorsa maratona di Reggio Emilia. Sono l’unico maratoneta al mondo ad avere preso un kg correndo 42 km. Ogni sosta era mia…».

In 25 alla Nove Colli. Ecco il team Gio'n'Dent Milano

In 25 alla Nove Colli. Ecco il team Gio’n’Dent Milano

Lo spirito è qualcosa che vola alto. E soffia sul mare. Alla Nove Colli. La Vigilia è preghiere e attesa. Per le emozioni che si consumeranno domani c’è tempo. C’è un gruppo che ride e piange con spirito di squadra. Energia positiva. Comunque. Si chiamano Gio’n’Dent Milano. Che sembra piuttosto il nome di un team amaricano. Un nome più  da fissati dello scattofisso o del vintage che granfondisti. Ma il dialetto non inganni: tira giù un dente. Facile a dirsi. E pedalare.

I Gio’n’Dent sono 25. Alla Nove Colli. C’è quello che va forte. E quello che la farà come la farà. C’è quella che arriva in ritardo alla partenza della sgambata – pre del gruppo. E si prende i fischi, tutti. C’è il veterano Giorgio che ne ha fatte 16. O forse anche 18. Una volta, persino, con la maglia e la bandiera dell’Inter. Che aveva vinto lo scudetto… Ma che anno era ? E chisseloricorda più… Che qui il bar sport è a due ruote non è una palla. E gira e sale. E scende. Verso il santuario. Ricky guida il gruppo. «Per scaldarci e provare la gamba si va alla Basilica del Monte e lì dirò la mia preghiera». Ricky Ferrari è il cuore della squadra e ti mostra la scritta sulla manica della maglietta. L A U R A. È il nome di sua moglie. Che non c’è più. Ma c’è e pedala con lui. È il cardio di Ricky quella scritta nera su giallo. Che segna il battito. Il ritmo della corsa. Andare avanti e pedalare.

Matteo, l’altro “luogotenente” del gruppo ti dice che quest’anno sono 25. Meno uno: Giampaolo, l’amico perso “in bici” due mesi fa. E anzi, meno due: perché ad ottobre è mancato pure il Nico, per un tumore. «Su, ragazzi, andiamo che si fa tardi». Ricky ha il carisma del Capitano e dà la scossa. Inforca la sua bici. Sta già per tirare giù un dente. La tristezza non fa in tempo ad arrivare che sono già tutti via. Verso la vigilia sul percorso. Pedali che ti passa. Tutto gira e si ribalta. Il mare si prende energia e la riporta. Quando vuole. A volte anche no.

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Ma poi, domani è la Nove Colli e si vedrà. «Ci sarai alla partenza?» ti fischia un messaggino sull’Iphone mentre calcoli quante poche ore restano da quel maledetto via alle sei di una domenica mattina di maggio. «Non te la perderai per niente al mondo!» . Piadina al profumo di canfora ti aspetti. E quel fruscio. La bici che muove il mondo. Ci sarai. A immortalare emozioni. Raccogliere sorrisi.

Ulissi, sono tutti e dodicimila degli Ulissi. Come Diego sul traguardo del Giro, saranno lì in griglia. Pronti via, ritmo e fatica, qualche metro in affanno, in salita e in discesa: la prima, la seconda, la nona. E per tutti questi 12mila Ulissi sarà vittoria. Ognuno la sua. Il lungo, va fatto il lungo! Un boato, dal bar-ciclismo di Cesenatico echeggia ancora il boato e l’applauso per Diego Ulissi vincitore al Giro. Ti dice che il popolo del ciclismo c’è. E adesso pedala. Silenzioso pedala sui Nove Colli pedala.

Il traguardo verrà. Viva il ciclismo.

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