Di Alfredo Martini (con Luciana Rota)

Gavia: di una bellezza crudele. Stelvio: di una bellezza soffocante. E Val Martello, che non conoscevo: di una bellezza misteriosa. Le montagne sono luoghi meravigliosi. Ma con il freddo, la pioggia e la neve, diventano anche luoghi inaccessibili.

Tant’è che non è stata una tappa, ma l’esodo di un popolo. Quei corridori stretti l’uno con l’altro per incoraggiarsi, per riscaldarsi, per confortarsi. Per aiutarsi. Il ciclismo, a volte, è come il Gavia, di una bellezza crudele, è come lo Stelvio, di una bellezza soffocante, e come la Val Martello, di una bellezza misteriosa.

E la corsa è stata misteriosa. Con l’atto di dolore di Dario Cataldo, che avrebbe meritato la prima pagina della Gazzetta dello Sport solo per lui. Con l’atto di coraggio di Quintana, Rolland, Hesjedal e compagni, che in discesa non hanno tirato i freni. Con l’atto di fede di Fabio Aru, che non aveva neanche messo i piedi a terra e già regalava il senso di questa tappa-esodo: «Sono tutti campioni».

Dal primo all’ultimo, giunto quarantaquattro minuti dopo. Non entro nelle polemiche. Non conosco i fatti. Non vorrei che le polemiche nascondessero o oscurassero il valore dei corridori e del ciclismo. Spenta la tv, mi sono sentito stanco, sfinito, come se su quei tornanti, sinuosi e insidiosi come rettili, avessi corso anch’io.

IL SOGNO DI ARU – Aru. La tappa di Montecampione rimarrà nella storia per averci fatto conoscere Fabio Aru. È – questa, la sua – una nuova favola del ciclismo. Un ragazzo sardo, che s’innamora della bicicletta, e che in nove anni, forse meno, va dalla prima gara in mountain bike fino alla maglia rosa del Giro d’Italia. Ha vinto attaccando, ha vinto da solo, ha vinto sulle montagne. Il massimo del ciclismo. Già ieri Aru mi aveva colpito per il carattere e la forza. Stavolta per la personalità e il coraggio.

E poi per l’umiltà. Quando spiegava che deve ancora imparare tanto, se non tutto. Mi viene da pensare a un altro ragazzo, quando vinse la sua prima tappa al Giro d’Italia. Era il 1940, si correva la Pistoia-Modena, c’era da attraversare l’Appennino, pioveva. Scattò, staccò tutti, arrivò da solo, conquistò anche la maglia rosa, che avrebbe difeso fino all’ultimo giorno. La gente non sapeva come incitarlo, perché ancora non lo conosceva. Si chiamava Fausto Coppi.

Non voglio dire che Aru valga Coppi. Voglio dire che Aru è un’alba, è un raggio di sole, è forse l’inizio di un incantesimo. Sta vivendo un sogno, e lo fa vivere anche a noi.

Con me e Marco Mordini, a vedere la tappa e Aru, c’era anche Renato Di Rocco, il presidente della Federazione ciclistica italiana. E come noi, anche lui si è illuminato. L’altro giorno Canola e la sua pazza fuga, prima Battaglin e la sua fantastica rimonta, poi Aru e il suo volo vincente.

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