Ci vorrebbero più primi posti.  Nessuno è straniero nel ciclismo, tuonò Gianni Brera in un editoriale sulla Gazzetta dello Sport quando, al Giro d’Italia del 1950, per la prima volta nella storia s’impose un corridore non italiano: lo svizzero Hugo Koblet. Nessuno è straniero perché il ciclismo è di tutti, così come lo sport, così come la Terra, così come la vita.

Ma quella della tappa del Santuario di Oropa è stata la giornata degli italiani. Una specie di festa della Repubblica. Il primo posto di Enrico Battaglin, autore di una rimonta prodigiosa. Il secondo posto di Dario Cataldo, che avrebbe meritato, anche lui, di vincere, e io ho sempre detto che nel ciclismo ci vorrebbero più primi posti. L’attacco di Domenico Pozzovivo, che ha acceso la sfida e riaperto il Giro. E, soprattutto, la corsa di Fabio Aru.

 Scrivo soprattutto perché Aru è un ragazzo di ventitré anni, al suo secondo anno da professionista, e già sa correre in testa, senza perdere la testa. Mi dicono che sia serio, mi confidano che è onesto, mi spiegano che ha fatto il liceo classico, mi raccontano che è legatissimo alla sua terra, la Sardegna, e alla sua famiglia, tanto che quando era dovuto trasferirsi in Lombardia per correre, veniva preso dalla nostalgia di casa. 

La gente non immagina neppure lontanamente quanti sacrifici debba sopportare e imporsi un ragazzo per riuscire nel ciclismo. E’ per questo che la bicicletta deve essere considerata non solo un mezzo per muoversi, il più semplice e silenzioso, ma anche un metodo di educazione e disciplina.

La tappa di Oropa è stata dedicata a Marco Pantani. In corsa c’era Jarlinson Pantano, che non è italiano ma colombiano. Terzo al traguardo, mi viene da dire che ci sarebbero voluti due Pantano per fare un Pantani.

IERI : Fuggitivi credenti e angeli custodi. Oggi ha vinto Marco Canola e, con lui, ha vinto anche il ciclismo, il ciclismo antico, nobile, valoroso, il ciclismo delle fughe. Partiti in cinque, diventati sei, rimasti in tre, quelli più credenti, poi Canola ha vinto in volata. 

La fuga è un’avventura: bisogna crederci e non solo sperarci, ci vuole complicità e non solo egoismo, ci vuole follia e non solo coraggio. Può succedere che il gruppo sottovaluti, o si distragga, oggi c’è stata anche una grandinata, e così un corridore come Canola può scoprire la sua giornata di gloria eterna. 

Oggi ha vinto anche la gente. Tanta, colorata, allegra. Sembrava che l’intera Rivarolo Canavese fosse scesa in strada per festeggiare il ciclismo, la bicicletta, forse se stessa. Una passione che mi commuove.

Guardo le tappe, alla tv, con Marco Mordini. Spesso si unisce anche Franco Vita. Sono i miei due angeli custodi. Con Franco, che ha un cognome che è un inno alla speranza ma anche alla realtà, si sono trascorsi gli ultimi cinquant’anni insieme. Con Marco meno, ma ormai c’è una conoscenza così profonda che per capirsi basta solo uno sguardo, o un gesto, o una parola. Sono stato un uomo fortunato. Anche per avere avuto due compagni di strada, di squadra, come loro due.

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