Se il Monte Grappa è la nostra patria, il Giro d’Italia sul Monte Grappa è il nostro ciclismo. Lì, oggi, c’era tutto. C’era una montagna simbolo della storia con tutti i suoi morti, la maggior parte ignoti, ma anche una montagna simbolo della geografia con tutti i suoi tornanti e i suoi versanti. C’era una corsa a cronometro, in cui i corridori abitano la gara in solitudine e così misurano sforzi e fatiche soltanto su se stessi. C’era soprattutto il grande popolo del ciclismo: festoso, rumoroso, generoso, anche se qualche volta pericolosamente esibizionista.

La forza del ciclismo sta proprio in questa passione popolare, in questa febbre stradale, in questa partecipazione nazionale. Dove si condividono paracarri e panini, transenne e vino, prati e grigliate. Dove ci si dà del tu. Dove ci si saluta, ci si abbraccia, ci s’incontra, ci si conosce. Dove non esiste tifo contro. Dove i sostenitori di Aru rispettano Quintana, e viceversa. Il pubblico è il giudice supremo: se c’è, significa che riconosce il  valore dei corridori.

Quintana e Aru sono stati grandi protagonisti. E lo saranno per molto tempo in tutte le corse a tappe. Giovani scalatori con il senso del tempo

Oggi, ultimo atto: lo Zoncolan. E’ una cattedrale del ciclismo, con una parete dalla pendenza spaventosa. Già arduo da affrontare, lo Zoncolan diventerà quasi impossibile per chi avrà ancora, nelle gambe, le fatiche del Monte Grappa.

Vola Colombia. vola. Bravi tutti. Come si fa a non dire bravo a Ivan Basso, che è andato in fuga, lui che di solito controlla la corsa e gestisce le forze. Come si fa a non dire bravo a Dario Cataldo, ancora una volta in fuga, alla ricerca di una vittoria, e poi, sfinito, all’arrivo. Come si fa a non dire bravo a Fabio Aru, che nel finale ha cercato di guadagnare qualche secondo agli avversari e poi riuscire a salire sul podio del Giro, almeno per un giorno. Come si fa a non dire bravo a Domenico Pozzovivo, che è sempre lì, davanti. E come si fa a non dire bravo a tutti gli altri, a cominciare dai colombiani, il vincitore della tappa Arredondo, il primo e il secondo in classifica, Quintana  e Uran. Vola Colombia vola.

Bravi tutti, ma non c’è stata guerra. Forse perché sono stanchi, forse perché li aspettano due giorni terribili, finali, forse estremi. La cronoscalata del Monte Grappa e la tappa dello Zoncolan. C’è sempre da  capirli, i corridori.

E’ venuto a trovarmi Giuseppe Bellandi, il sindaco di Montecatini, uno dei principali artefici del Mondiale in Toscana di un anno fa. Il ciclismo crea rapporti di lavoro e li trasforma in amicizia. Una ragnatela di sentimenti – affetto, stima, rispetto – che sono l’essenza del ciclismo stesso e della vita.

Ieri mattina al Giro d’Italia mi sono collegato per telefono. Ringrazio Marino Bartoletti per l’idea. La mia voce era quello che era. Forse suonava lontana, come in certe chiamate interurbane di una volta. Ma il mio legame con il mondo del ciclismo è, intimamente, strettissimo.

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