Michela ha un piccolo sogno nel cassetto, un’impresa che vuole riallacciare i fili con una grande leggenda, quella del bisnonno. Non una leggenda qualsiasi, ma quella di un certo Costante Girardengo. Michela, sul lungomare di Savona, sogna d’indossare per un giorno i vestiti del Campionissimo e cavalcare il cavallo d’acciaio che ha reso immortale nonno Costante. Sulle strade polverose, per assaggiare, anche se solo per una volta, il sapore di un ciclismo che, in casa, ha sempre sentito raccontare come una favola.

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Mamma Costanza le sorride e ne è felice. Lei, però, la leggenda la porta scritta nel nome: Costanza Girardengo. Oltre al nome, dal nonno ha ereditato un istinto, un sentimento non ben descrivibile, per il ciclismo: «È un’emozione, una sensazione particolare: che parte dalla voglia di vedere le corse e palpitare per il rumore del ciclismo, fatto di ruote che scorrono e pedali che girano sulla strada, il rumore del gruppo in corsa mi trasmette un’emozione particolare, unica».

girardengo pistaVive a Savona, la signora Costanza, ma le sue radici sono naturalmente a Novi, la patria di nonno Girardengo. Terra di campionissimi, lui fu il primo, poi venne Fausto… «Anche se nonno era più bartaliano. Con Coppi c’era meno feeling».

Il Girardengo della signora Costanza è il ricordo indelebile di un nonno, ricordi di bambina e di donna: «Ricordi di un nonno sempre presente nei momenti più importanti della mia vita, fino a quando ho avuto mia figlia Michela».

La leggenda e le imprese, i Giri d’Italia e le Milano-Sanremo, le fatiche immani e le strade polverose: immagini di un’epoca eroica, che Girardengo non può non rievocare in ogni appassionato di ciclismo. Per la signora Costanza, tutto questo è superfluo: i ricordi indelebili sono quelli dell’uomo… «Il suo rigore morale mi rimane come insegnamento, la sua correttezza. Nonno Costante era di poche parole e fatti concreti, esemplari: ci ha lasciato i suoi valori etici e morali. Io non ho vissuto gli anni in cui era corridore, in casa parlava molto poco di quella sua vita da atleta, ma il ciclismo era il nostro pane, perché rilevò la Maino, una squadra e un’azienda. Parlava poco delle sue imprese, parlava più degli altri che di se stesso:  e nonno ha sempre avuto grande rispetto per i suoi avversari. Se gli chiedevi chi fosse il più grande, lui rispondeva Alfredo Binda. E quando Eddy Merckx vinse la sua settima Sanremo, superando il suo record (Girardengo ne vinse sei), lui avrebbe voluto incontrarlo per regalargli una delle sue medaglie. Ma non fece in tempo, perché poco dopo (erano gli anni Settanta, ndr) morì. Allora, fui io a prendermi l’impegno di consegnare a Merckx quella medaglia, che Eddy apprezzò moltissimo».

costanteUna bambina, il nonno e la bicicletta. Che nella signora Costanza non rievocano le fughe solitarie di un campione entrato nella storia, bensì ricordi intimi che si conservano nel cuore: «Avevo tre anni e m’insegnò ad andare in bici. Mi rimane anche una foto di quel momento».

Sui pedali, in casa Girardengo, sarebbe stato facile fantasticare di mettere un numero sulla schiena e diventare corridore, fantasia che, però, la piccola Costanza non provò mai. «Non ho mai corso in bicicletta e nemmeno mio padre, suo figlio, ci provò. Tuttavia, a me è rimasta dentro una passione, un’emozione tutte le volte che vedo il ciclismo dal vivo».

Le donne in bici, ai tempi di Girardengo, davano scandalo: «Ma nonno Costante era molto aperto. Apprezzava molto, per esempio, Alfonsina Strada, che corse addirittura assieme a lui. Aveva molta stima per Alfonsina». Binda storceva il naso, Bartali brontolava, Girardengo apprezzava. Una donna in bici, la rivoluzione, oggi come allora: l’idea muove la fantasia dell’ultima dei Girardengo, la graziosa Michela, figlia di Costanza. Quella bici del nonno da far ritornare in strada, quel sapore della fatica da provare, almeno una volta: dietro a un sorriso s’intuisce l’idea che viene dal cuore. “Una storia d’altri tempi, prima del motore”.  

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