C’è il Giro e c’è l’altro Giro. C’è una corsa ciclistica con l’unica inquadratura scelta dalle riprese tivù e c’è un evento nazionalpopolare che, invece, lo devi andare a cercare: non te lo commenta un telecronista.

L’altro Giro lo intravedi negli occhi di Steve Morabito, figlio dell’Italia emigrata, che parla cinque lingue e fa il gregario. Morabito ha gli occhi stanchi e felici: per aver pedalato, fino a distruggersi le gambe, per aiutare il suo capitano, Cadel Evans, finalmente in maglia rosa. Il maggio della bicicletta è attraverso un’Italia che è già meravigliosa, ma che vorresti vedere più bella: quell’Italia che sorride al passaggio di una carovana multicolore e chiassosa, come il Giro d’Italia. Sorride e dimentica, magari per un istante, i suoi problemi. Come la magia di un istante.

Una delle magie più inspiegabili del ciclismo è la fedeltà del gregario, ieri come oggi, dai tempi di Coppi a quelli di Evans. Magia? Sì, perché è un’alchimia non spiegabile razionalmente, il fatto che un uomo accetti di sopportare fatiche immani per fare vincere un altro. Il mal di gambe che ti toglie il fiato, i dolori ovunque, per la fatica e le cadute, lo sfinimento, fino all’ultima goccia di energia, finché sembra di morire in bici: sensazioni che, se non ami il ciclismo, non puoi capire perché si debbano fare non per sé, ma per la vittoria di un collega. Il ciclismo è anche un lavoro, bellezza, direbbe qualcuno: ma di fronte alla fatica, a uno sforzo irrazionale, i soldi non possono essere la motivazione determinante.

Steve Morabito e Samuel Sanchez, un gregario e un ex capitano, per Cadel Evans

Steve Morabito e Samuel Sanchez, un gregario e un ex capitano, per Cadel Evans (foto Luca Bettini/Bettiniphoto)

Capitani e gregari, storia antica, ma sempre affascinante: il ciclismo vive di questo, di un Alan Marangoni che si butta negli sprint, a settanta all’ora, rischia l’osso del collo per il capitano Elia Viviani. Un Viviani che, in una settimana, ha sempre perso le volate da Kittel e Bouhanni: un capitano che non vince e che si scusa con i compagni, a fine corsa. Eppure, Marangoni lo ritrovi sempre là, a faticare per il capitano, ugualmente. Come Murilo Fischer, il brasiliano che vive in Veneto, che in gruppo fatichi a riconoscere, ma è fondamentale per i trionfi dell’ex pugile Bouhanni, oggi sprinter senza paura.

Anche Matthews, la ex maglia rosa, ha assaggiato l'asfalto (foto Roberto Bettini)

Anche Matthews, la ex maglia rosa, ha assaggiato l’asfalto (foto Roberto Bettini)

Il bello del Giro d’Italia è che la carovana multicolore della corsa offre migliaia di spunti e riflessioni che vanno oltre l’inquadratura, uguale per tutti, della tivù. Storie e volti che offrono qualcosa di più profondo e che parlano di una corsa che non è andata sempre e soltanto come mostrano una telecamera o quattro cronisti rinchiusi in sala stampa.  

La schiena di Franco Pellizotti, medicata dai massaggiatori con il Kinesio taping, un cerotto che allevia i dolori (foto da Twitter)

La schiena di Franco Pellizotti, medicata dai massaggiatori con il Kinesio taping, un cerotto che allevia i dolori (foto da Twitter)

Uomini invisibili, come Mattia Cattaneo, fedelissimo di Diego Ulissi, quello che ha fatto vibrare il Giro con i due successi più spettacolari: trovi il talento che aspettavi da anni, capace di dare spettacolo, ma il primo quotidiano italiano, la Gazzetta dello sport, organizzatore stesso del Giro d’Italia, riesce a dare il titolone, in prima pagina, allo scudetto dell’Atletico Madrid, nella Liga spagnola.

Gregari e amici veri, come il morettone Eugenio Alafaci, che la telecronaca non riesce a menzionare più di tanto, ma che fa il tifo non per sé, ma per l’amico e compagno di squadra Nizzolo, che lui pilota a velocità supersonica, per poi incoraggiarlo di persona e su twitter, sempre, anche dopo una “non vittoria”, come un fratello.

Uomini invisibili, come i quaranta massaggiatori sfiniti, che hanno rimesso in sesto gambe e schiene a pezzi, fino a tarda sera, ogni giorno: corridori feriti, corridori sofferenti, corridori in crisi. Resuscitati dalle mani e dalla pazienza infinita, paterna, di uomini che viaggiano duecento giorni l’anno per una paga da operaio.

 

Cadute e salite deserte

Alan Marangoni, l'apripista di Elia Viviani

Alan Marangoni, l’apripista di Elia Viviani (foto di Luca Bettini)

Ecco un piccolo bilancio di una decina di giorni di Giro, partito in Irlanda, sbarcato in Italia, dove ha cominciato a risalire la penisola, dalla Puglia, verso Nord, anche a rotoloni sull’asfalto: su una bici ultraleggera (meno di 7 chili), rigida e scattante, pedalando in mezzo a un gruppo, a settanta all’ora, su asfalto viscido, può succedere di cadere. È un’ipotesi, che qualsiasi persona ragionevole, deve considerare: eppure la cosa ha scatenato polemiche e dibattiti. Si parla molto, si scrive troppo, si giudica sempre troppo in fretta: colpa della voglia di protagonismo che i social network suscitano in ognuno di noi. Dibattiti in tivù e sul web, parole a fiumi, spesso rinunciando a osservare. Osservare in silenzio, cogliere tutti gli aspetti della realtà. E ci si sarebbe accorti dell’energia, della forza con la quale tutti, esclusi i fratturati e i feriti gravi, si siano rialzati da quelle cadute: rotti, spelacchiati, con i vestiti stracciati. Tutti con la testa al traguardo, con la voglia di ripartire e pensare alla tappa successiva. Inseguire e recuperare, ogni corridore sa che nessuno l’aspetta. Il mondo va avanti, non resta che pedalare e recuperare. Cara Italia guarda e impara.

E continuare a tirare: come De Bakker e Stamsnijder, due motori del treno di Kittel. Il capitano se n’è andato a casa dopo le prime tre tappe, colpa di una febbre che è stata archiviata velocemente, senza troppe domande: a proposito, tutto bene? Guarito herr Kittel? Intanto i suoi compagni, a ogni volata, continuano paradossalmente a tirare in testa al gruppo, come se a sprintare ci fosse ancora il capitano.

Foto Bettini

Foto Bettini

Magie di gregari e capitani, ma anche di ciclisti anonimi e stelle poco celebrate, dinamiche di un ciclismo che voleva ricordare Pantani, in cima al Carpegna: eppure sulla montagna del Pirata c’era il deserto (si veda la foto in apertura di questo articolo). Poca gente, nulla in confronto alle folle oceaniche che radunava lui. In una terra di ciclismo, tra Marche e Romagna, vedere così poca gente al Giro, dovrebbe interrogare e interrogarci: che lingua parla il ciclismo di oggi? Come lo stiamo scrivendo e raccontando? Passa il Giro, l’Italia si desta, ma gli regala solo un sorriso: c’è un paese che non si emoziona più come un tempo, che bisogna corteggiare e sedurre. Se in Italia fa più notizia l’Atletico Madrid, del capolavoro di Ulissi…

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