La spicciola!” Mio padre la chiamava così la bicicletta! Lui, milanese da sempre,  in quegli anni, gli anni sessanta, lavorava in un magazzino affacciato sul naviglio, sull’Alzaia naviglio grande, patria di lavandaie ed osterie. Nel periodo estivo, forse per addomesticarmi a nuove e sconosciute geografie cittadine, mio padre mi portava con sè la mattina quando andava a lavorare per poi ritornare la sera in quelle calde ed afose estati padane e mi ci portava in bicicletta!

Me la ricordo bene quella “spicciola!” Una Bianchi nera, da uomo, con un grande manubrio ed un campanello color argento che mio padre usava soprattutto per attirare la curiosità delle gente e non certo per annunciare la nostra presenza alle sporadiche automobili che percorrevano la parte più stretta dell’alzaia, quella che portava verso la periferia!
Pedalava contento in quella città piena di illusioni e di ricordi mentre io, beato, con i capelli al vento e i miei pantaloni corti stavo seduto, in un inesplorato equilibrio, sulla canna fredda della bicicletta. Mio padre, allora quarantenne, era un bell’uomo, cordiale, aperto a tutte le novità, con un carattere espansivo e con una grande e purtroppo mai coltivata passione: cantare! E dunque su quella bicicletta, mentre io, affascinato dall’acqua verde ed allora trasparente del canale sognavo grandi viaggi, lui cantava canzoni alla moda, felice, contento, con quella sua bella voce  intonata, ritornello dopo ritornello, cambiando di tonalità senza la minima incertezza, mentre disinvoltamente lanciava occhiate di simpatia a quelle persone che in quel momento ci incrociavano. Tra una pedalata e l’altra, facendomi credere che fossi io, con le mie piccole mani aggrappate al manubrio a condurre la spicciola, scivolavamo su quella strada e mentre le due ruote gracchiavano sull’asfalto incandescente, come fossero mosche impazzite in un sole abbagliante, di tanto in tanto, il fischio di un treno imponeva la sua potende melodia come volesse dire a tutti: ” ...ora passo io!”
Sotto quel cielo, a tratti azzurro, la mia fantasia correva quasi quanto quella bicicletta e come quella bicicletta dondolava in un’aria estiva alla ricerca di nuovi passatempi, sconosciute invenzioni, divertimenti a costo zero!

Quei pochi chilometri, che per un bambino di sei anni erano un lungo viaggio verso l’ncredibile, sono rimasti nei miei ricordi come una sfida, una scommessa con l’ignoto, un gioco infinito che non ha età, una storia da raccontare agli amici  ed oggi, a tutti quei bambini e bambine che nel frattempo sono diventati uomini e donne e che almeno per una volta, nella loro vita, hanno avuto l’occasione di essere stati felicemente sospesi in quell’inesplorato equilibrio sulla canna di una spicciola….Loro sanno di cosa parlo ed è a loro che regalo questo ricordo!

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