di Walter Bernardi

Da tempo ormai anche molti sportivi, i ciclisti forse più degli altri, sono abituati a frequentare i tribunali e le cronache giudiziarie dei giornali per faccende di doping. Ma il 30 gennaio 1947, davanti alla Sezione speciale della Corte d’Assise d’Appello di Firenze, si discuteva di reati molto ben più gravi, era in corso un processo per omicidio e collaborazionismo con il nemico, il processo per la strage di Valibona, il primo scontro a fuoco tra partigiani e fascisti in Toscana del 3 gennaio 1944, dove era morto il capo partigiano Lanciotto Ballerini, un mito della Resistenza toscana.

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Comprensibile, dunque, che quella mattina il pubblico fosse accorso più numeroso del solito, perché erano stati chiamati a testimoniare, in un processo di enorme risonanza contro una ventina di fascisti repubblichini della zona di Prato, tre noti ciclisti professionisti ancora in piena attività. A convocarli era stato l’avvocato difensore di un altro ciclista che però era assente, anzi latitante, perché, stando a un mandato di cattura spiccato contro di lui dal Procuratore della Repubblica, avrebbe dovuto trovarsi ammanettato dentro la gabbia degli imputati. Testimoni e imputato erano tutti e quattro toscani; il più famoso era Gino Bartali, già vincitore di due Giri d’Italia nel 1936 e nel 1937 e di un Tour de France nel 1938; gli altri due testimoni erano Aldo Bini e Alfredo Martini; l’imputato era Fiorenzo Magni. Tutti e quattro erano nati e abitavano nel raggio di trenta chilometri intorno a Firenze, tra i paesi di Ponte a Ema (Bartali), Montemurlo (Bini), Sesto Fiorentino (Martini) e Vaiano (Magni).

magni4Oggi tutti conoscono, soprattutto se hanno una certa età, i nomi di Bartali e di Martini, ma allora non era così; i mattatori del ciclismo toscano erano Bartali e Bini, due fieri rivali che si erano divisi per anni il favore dei tifosi di Prato e di Firenze, città troppo vicine tra loro per essere amiche, meno che mai nello sport. Magni e Martini appartenevano a un’altra generazione, erano più giovani di Gino e Aldo di sei-sette anni e fino a allora avevano vinto poco o nulla tra i professionisti. Il pubblico della Corte d’Assise quella mattina di gennaio si divideva tra tifosi e partigiani, tutti ugualmente curiosi di vedere come si sarebbe svolto il dibattito. Ma l’attesa “per vedere Gino Bartali e Aldo Bini, «assi» del ciclismo, salire sulla pedana innanzi ai giudici e deporre a favore del noto corridore pratese Fiorenzo Magni, purtroppo risultato attivo repubblichino”, come segnalava il giorno dopo il quotidiano fiorentino “Nuovo Corriere”, era andata “delusa”. Bartali era infatti “partito per la Svizzera, chiamato da impegni precedentemente contratti”, e Bini non si era fatto vedere.

Bartali e Bini erano compagni di squadra alla Legnano; dopo essere stati per tanti anni rivali, ormai da tempo il pratese si era rassegnato a fare il gregario al campione di Ponte a Ema. Il sospetto che la loro assenza fosse stata concordata è molto forte, ma Gino aveva dalla sua una buona scusa, era andato davvero a Zurigo per partecipare alle gare su pista che si svolgevano nel periodo invernale; correva in coppia con Coppi, lui che non era proprio tagliato per gareggiare nei velodromi. E difatti, come ricordava sempre il “Nuovo Corriere” nella cronaca sportiva del 3 marzo, i due italiani si erano classificati “quarti nell’omnium a Oerlikon”. A corto di preparazione avevano dimostrato di essere “fuori fase, specialmente Bartali non sufficientemente allenato”. Tutto lascia pensare che, scuse a parte, Bartali e Bini avessero scelto di non compromettersi con l’opinione pubblica antifascista andando in tribunale a difendere un ex-fascista. Per questo non si erano presentati al via di questa singolare corsa che per loro nascondeva solo fastidi mentre per Magni poteva significare la vita o la morte.

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Nella cronaca del processo, dopo aver sottolineato la sorpresa del forfait di Bartali e Bini, il “Nuovo Giornale” proseguiva scrivendo che a favore dell’ex-camicia nera avevano deposto “diversi testi di nessuna fama sportiva”, dimenticando che nella stessa udienza era stato convocato anche Alfredo Martini, il quale si era presentato e aveva risposto alle domande del presidente. Martini era allora tutto fuori che “un asso del ciclismo”, visto che non aveva ancora vinto nessuna corsa da professionista; si sarebbe imposto per la prima volta in una classica proprio quell’anno, vincendo per distacco il Giro dell’Appennino. Ma aveva un merito non da poco rispetto ai due colleghi più famosi, aveva fatto la Resistenza ed era comunista, come la quasi totalità degli uomini e delle donne che affollavano l’aula del tribunale.

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Come si è visto nel caso di Bartali e di Bini non era facile, sfidando le attese del pubblico che pretendeva la condanna dei fascisti alla sbarra testimoniare a favore degli imputati. C’era stato per la verità qualcuno che si era presentato spontaneamente in aula, ma erano tutti partigiani che volevano portare la loro voce per aiutare a fare giustizia, contestando le argomentazioni degli imputati. Martini, e pochi altri di cui nessuno ricorda più il nome, erano stati anche loro antifascisti e avevano militato nella Resistenza, ma ora comparivano nella lista dei testimoni “a discarico” degli imputati presentata dai loro avvocati. Il fatto che si fossero presentati anche a costo di sfidare la deplorazione della propria parte politica dimostra che erano galantuomini, volevano fare il loro dovere e difendere persone che, per quello che sapevano loro, non si erano macchiate dei delitti di cui erano accusate. Non c’era bisogno di essere eroi, ma una certa dose di coraggio bisognava averla perché spesso in tutte le Corti d’Assise straordinarie che giudicavano casi di collaborazionismo il pubblico accoglieva con bordate di fischi, improperi e minacce i testimoni a discarico, insultava gli avvocati difensori e contestava perfino qualche giudice popolare ritenuto non affidabile. Se n’era avuto un esempio in quello stesso processo nella seduta del 20 gennaio quando, stando alla cronaca del solito “Nuovo Corriere”, “il tumultuoso comportamento del pubblico”, che di fronte alla testimonianza di un imputato aveva “inscenato una clamorosa manifestazione di protesta”, aveva indotto il presidente a “sospendere il processo”.

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Tutto questo Martini lo sapeva, ma non gli aveva impedito di inforcare la bicicletta e percorrere i dieci chilometri che separavano Sesto Fiorentino da via Cavour, sede della Corte d’Assise. Eppure, se avesse voluto scansare quel fastidio, lui aveva una scusa migliore di quella di Bartali. Bastava spostare di un paio di settimane il matrimonio con la moglie Elda, invece di scegliere l’11 gennaio, e così sarebbe stato in viaggio di nozze proprio nei giorni della citazione in tribunale. Invece no, si era presentato e in “un’oretta”, come ha raccontato recentemente a Marco Pastonesi, aveva testimoniato ed era tornato a casa, contento di aver fatto il proprio dovere (A. Martini con M. Pastonesi, La vita è una ruota. Storie resistenti di uomini, donne e biciclette, Portogruaro, Ediciclo editore, 2014, p. 37). Qualche tempo prima, nel corso di una chiacchierata a casa sua il 13 dicembre 2013, Alfredo aveva ricordato al sottoscritto l’atmosfera che c’era nella sala d’attesa del tribunale quando si era presentato per testimoniare a favore dell’amico ex-camicia nera. “Entrai nell’aula passando in mezzo a due ali di folla, la tensione era alta, molti erano curiosi, tanti mostravano chiaramente la loro avversione verso i fascisti chiamati alla sbarra. Io dissi quello che mi dettava la mia coscienza, che per quello che sapevo io Fiorenzo Magni era una persona perbene. Nessun fiatò”.

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In un’aula piena fino all’inverosimile di ex-partigiani e militanti comunisti che reclamavano una condanna esemplare dei fascisti, Martini aveva giurato che per lui Magni era un galantuomo, oltre che un grande sportivo. “Cosa ci deve dire signor Martini a favore dell’imputato Magni Fiorenzo?”, gli aveva chiesto il presidente. E lui: “Che tutti l’han sempre considerato una persona retta, una persona che ha ottenuto buoni riscontri tra i tifosi di ciclismo perché provocava tanto agonismo nelle corse e quindi si faceva ammirare per il suo coraggio e per il suo comportamento. Una persona insomma dai sani principi che non avrebbe fatto del male a nessuno”.

Fiorenzo Magni ed Alfredo Martini, nel 1949

Fiorenzo Magni ed Alfredo Martini, nel 1949

A distanza di tanti anni, Martini prova un po’ di fastidio a ritornare con la mente a questi fatti di un passato “doloroso, difficile, confuso”, che hanno lasciato un segno indelebile nella sua vita e rafforzato la sua amicizia con Magni, un’amicizia più forte di tutte le ideologie perché si fondava sull’onestà; e l’onestà, dice sempre Alfredo, “non ha colore”. Ma lo storico che, come ha scritto Marc Bloch, assomiglia “all’orco della fiaba” che “là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda”, non può arrestarsi di fronte ai sentimenti dei propri testimoni. E anch’io ho continuato a chiedere risposte ad Alfredo, che non si è sottratto: “Parlai pochi minuti, non mi chiesero altro. Ai giudici evidentemente interessava l’aspetto umano, non quello politico. Volevano sentirsi dire che Magni era un ragazzo perbene e che, probabilmente, il suo coinvolgimento nei fatti a lui contestati era indipendente dalla sua volontà. Che si era trovato nel mezzo di un grande guaio, insomma, senza la reale intenzione di arrecare danno al prossimo”.

Nel freddo verbale dell’udienza, ritrovato solo di recente, il cancelliere si era limitato a registrare uno degli episodi più emblematici della storia del ciclismo e della vita civile e politica italiana di quegli anni con queste poche, scarne parole: “Opportunamente interrogato sul fatto, il teste risponde: «Il Magni, che è corridore ciclista, fino al 25 luglio ‘943 mi è parso ottima persona. Nessun fatto specifico so a favore o a carico di lui»”.

Preso atto di queste parole, il presidente non aveva ritenuto opportuno fare altre domande a Martini; d’altra parte lui abitava a Sesto, dal versante opposto della Calvana dove si trova Valibona, non poteva sapere che cosa aveva fatto Magni a Vaiano e se era stato presente o meno sul luogo della battaglia. Ma ci voleva poco a intuire quello che succedeva nei paesi e sui monti, le notizie correvano veloci di bocca in bocca; e poi c’era sempre la vecchia bicicletta a far ritrovare i due vecchi compagni di squadra. Martini mi ha raccontato, ritornando con la memoria a quei mesi terribili, che un giorno si erano dati appuntamento sulla via Pratese, vicino a Sesto Fiorentino, per fare una sgambata di allenamento in bicicletta. Che mese sarà stato? Alfredo non ricorda con precisione, molto probabilmente nella primavera ’44, quando ormai Fiorenzo aveva deciso di buttare via la camicia nera. Tra un colpo di pedale e l’altro il partigiano era entrato in argomento dicendo al repubblichino di stare attento perché la situazione era disperata per chi aveva scelto di stare dalla parte di Mussolini e della repubblica di Salò. “Non lo vedi che il fascismo è finito? Pensa a te Fiorenzo”, si era raccomandato, “stai attento”. E lui: “Non ti preoccupare Alfredo. Ho dovuto arruolarmi nella milizia, perché altrimenti mi mandavano chissà dove nella contraerea, invece così sono vicino a casa, a Vaiano, dove si fanno le guardie lungo la ferrovia e basta”.

Anche Magni ha ricordato questi scambi di pareri e sollecitazioni alla prudenza tra il partigiano e la camicia nera, divisi dalla guerra, ma uniti in un abbraccio fraterno da un’amicizia nata pedalando e destinata a durare tutta la vita. Entrambi correvano molti rischi nei ruoli che si erano scelti, Martini quello di portare rifornimenti ai partigiani del Monte Morello, Magni quello di conciliare il suo compito di militare con la preoccupazione di evitare a parenti e amici le rappresaglie naziste. Fiorenzo l’ha raccontata così questa strana corsa dei due amici a salvare la vita l’uno all’altro: “Lui che veniva giù dai monti e mi diceva: «Siete rovinati, sei matto a restare qui». E io: «Vieni via dalla montagna, ci sarà una retata» (C. Fiumi, Magni: “Bartali, il mio nemico il Diavolo”, “Corriere della Sera” del 22 gennaio 1994).

Ho domandato ad Alfredo se era stato Magni stesso o il suo avvocato a cercarlo prima del processo. “Nessuno mi aveva contattato”, ha risposto, “avevo semplicemente ricevuto una cartolina postale da San Marino”. Era là, a San Marino, che Magni si era infatti rifugiato, presso una zia suora. “L’hai conservata”, ho chiesto? “Macché, l’ho persa nel trasloco di casa”. “Ti ricordi almeno cosa c’era scritto?”. “Quello sì”, risponde Martini: “Caro Alfredo, ti ho chiamato a testimoniare in Corte d’Assise di Firenze per i fatti che mi riguardano. Fiorenzo”.

Il resto della storia è noto. Fiorenzo Magni fu assolto e poté tornare a correre, iniziando la sua straordinaria carriera, con Alfredo Martini al suo fianco. Due uomini che la politica e le ideologie avrebbero voluto nemici, ma che la bicicletta ha unito per tutta la vita.

 

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