di Gino Cervi

Montecopiolo, Appennino tra Marche e Romagna. Terra di battaglie, di agguati e arroccamenti. Guelfi e ghibellini, pontifici e imperiali, Montefeltro e Malatesta. Nel 1502 Guidobaldo da Montefeltro fuggi da Urbino, assediata da Cesare Borgia, e trovò scampo nel castello di Montecopiolo. Vent’anni dopo, nel 1522, il capitano di ventura Giovanni de’ Medici, che l’anno prima, alla morte di papa Leone X in segno di lutto aveva fatto annerire le insegne a righe bianche e viola, scatenò le sue Bande nere contro Francesco Maria della Rovere e le rocche montefeltrine di Pennabilli, Pietrarubbia, Montecerignone, Monteboaggine. Si salvò solo il castello di Montecopiolo.

A scorrere l’ordine di arrivo dell’ottava tappa del Giro, la Foligno-Montecopiolo, di 179 km, l’Internazionale del ciclismo in rosa ricorda la composita nazionalità delle truppe alleate che tra l’estate del 1944 e la primavera del 1945 contese alle armate tedesche la Linea Gotica, che passava proprio da queste parti: nei primi dieci della classifica di giornata un croato e un olandese, due colombiani e un australiano, un polacco e un canadese.

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Ma il migliore oggi, nel mestiere delle armi e dei pedali, con un colpo di mano di astuta e conclamata possanza, è stato il partigiano Ulissi, al suo secondo giorno di fuoco in questo Giro, dopo la tappa di Viggiano e delle arpe di strada.

«C’era da restare accecati a voler fissare là dove il cielo d’un azzurro di maggio si saldava alla cresta delle colline, di tutto nude fuorché di neve cristallizzata. Una irresistibile attrazione veniva, col barbaglio, da quella linea: sembrava essere la frontiera del mondo, da lassù potersi fare un tuffo senza fine.»

Beppe Fenoglio e i suoi giorni di fuoco, Davide Lajolo e il partigiano Ulisse. Il traguardo e la frontiera del mondo, la vittoria e un tuffo senza fine. Diego Ulissi come un partigiano che al momento giusto balza fuori dalla boscaglia, il suo scatto in volata secco come una sventagliata di sten. 

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