Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

Figli delle Langhe: il Barolo e un giovane corridore, che pedala col sorriso, su e giù dalle colline, e per un giorno fa la cronometro fregandosene dell’aerodinamica. C’è il suo mondo da salutare. Figli delle Langhe, come Federico, che da quando è nato, vive di vino. Ha 34 anni ed è il presidente dell’enoteca regionale del Barolo. C’è una nuova maglia rosa da premiare, l’Australia che dominava il Giro d’Italia, sparisce, ed emerge la Colombia di Rigoberto Uran. C’è una nuova maglia rosa, ma Federico ha un altro pensiero: «C’è il nostro corridore da accogliere, da andare a salutare». Il “nostro” corridore, che tutti aspettano a Barolo, è Diego Rosa.

Federico Scarzello, 34 anni, presidente dell'Enoteca Regionale del Barolo

Federico Scarzello, 34 anni, presidente dell’Enoteca Regionale del Barolo

DSC_9692Arriva la traguardo con un tempo altissimo, Rosa, ma felice come se avesse vinto. Tra le vecchie case e le cantine più moderne, ferma la sua bici e viene subito circondato da una dozzina di bambini in festa. E dalle finestre giungono grida: «Ciao Diego! Evviva Diego!». Sorrisi sotto la pioggia che ha annacquato la tappa del vino, sorrisi di gente che ritrova un proprio figlio.

L’uomo del Barolo, Federico Scarzello, intanto si è già confidato, all’ombra dell’antico castello: «Ho sempre amato la bicicletta e, come molti di qui, da ragazzino ho anche sognato di diventare un corridore. Fino a qualche anno fa, pedalavo molto spesso, non più con la fantasia di correre in bici, ma per godermi la mia terra. Queste colline, queste strade, sembrano fatte apposta per pedalare soli, per entrare in sintonia con la natura, completamente isolati dal resto del mondo».

 

Diego Rosa (foto Bettini)

Diego Rosa (foto Bettini)

«Ho voluto salutare tutti, abbracciare ogni metro della mia terra»

Dall’altra parte del paese, mentre lo speaker si esalta per l’impresa di Rigoberto Uràn, mentre si consuma la resa di Cadel Evans, il giovane Diego Rosa firma autografi e si confida pure lui: «Oggi me la sono proprio goduta la mia terra, me le sono guardata e salutata metro per metro».

Da una settimana pedala con una grave infezione e un buco nel ginocchio, ha sofferto, ha temuto di doversi ritirare, ma la ferita è stata domata, il dolore pure. Diego voleva in tutti modi rimanere in gara almeno fino alla “sua” tappa: «All’inizio del Giro avevo grandi obiettivi di classifica, mi ero preparato per arrivare qui, tra Barbaresco e Barolo, e fare la tappa “a tutta”, per fare risultato. Poi, l’incidente mi ha costretto a cambiare obiettivi, sto recuperando, il dolore non si fa quasi più sentire. E di conseguenza, la tappa nella mia terra è diventata un’occasione per recuperare energie. Ho potuto guardarmi attorno e mi sono ripromesso, già dalla partenza, di salutare tutti: chiunque mi chiamasse, dalle case e per strada avrebbe ricevuto un saluto, almeno con la mano, un sorriso. Ho voluto guardarmela tutta, la mia gente. Mi sono persino fermato a salutare i miei tifosi, quelli del fan club. E mi sono goduto queste strade, che conosco come le mie tasche e anche di più…».

Sotto la pioggia, a Barolo, aspettando l'idolo di casa

Sotto la pioggia, a Barolo, aspettando l’idolo di casa

Diego Rosa nasce come ciclista fuoristrada, ovvero come atleta della mountainbike. Poi sceglie la bici da corsa e un’altra carriera. Abita ad Alba e delle Langhe conosce davvero ogni centimetro, dai sentieri alle strade asfaltate: «E infatti, mentre pedalavo, oggi, mi rivedevo ogni stradina, scorgevo mille varianti, salite e salitine che spesso faccio in allenamento, ognuna con la sua caratteristica. M’imbattevo in ogni deviazione, dove si poteva persino tagliare…».

Sorride, Diego, saluta la sua gente e tira un sospiro di sollievo: il suo Giro non è finito, può continuare, con la ferita al ginocchio che sta guarendo. Ha disputato una cronometro, arrivando tra gli ultimi e fermandosi a fare le foto con gli amici: ed è felice… «Quando passi in gruppo, come mi è capitato al Giro dell’anno scorso, è un attimo e non ti godi nulla. Quest’anno, con la cronometro, ero da solo e con l’ammiraglia alle mie spalle che aveva tanto di nome bene in vista. Insomma, tutti mi riconoscevano, era un’altra cosa».

Anche Diego Rosa la pensa come l’uomo del Barolo, Federico: «Sì, questo posto è un paradiso per pedalare soli, per entrare in pace con sé stessi. Io, anche per mancanza di altri colleghi professionisti che vivono qui, mi alleno sempre da solo. Ed è anche un bel modo per vivere le Langhe».

 

Il castello di Barolo

Il castello di Barolo

Barolo e ciclismo, da domare. Federico e quella sbornia quando aveva tre anni…

Federico, tra autorità e giornalisti, ha atteso il “suo” corridore. La sua vita, però, non è il ciclismo, ma il Barolo: «Da sempre, anzi, da quando avevo tre anni. C’era un bottiglia sul tavolo, un giorno, “è roba solo per grandi”, dicevano i miei genitori. E proprio per questo io ebbi la tentazione di toccare quell’oggetto proibito: mi rovesciai addosso la bottiglia e mi portarono all’ospedale, per aver bevuto una parte del vino, un Barolo appunto».

Roba per grandi, non per bambini e nemmeno per corridori: «Io purtroppo ne posso bere molto poco – conferma Diego Rosa – e a volte mi sento in imbarazzo perché quando mi capita di uscire con la mia ragazza, lei può bere e io no. Si chiama Alessandra e lavora proprio in una cantina, a Barolo: e anche per questo, al ristorante è lei che consulta la carta dei vini».

Barolo e ciclismo, Federico, dalle sue cantine, vede molte analogie tra questo sport di fatica e passione e un vino molto particolare: «Il Barolo, prodotto da solo undici comuni, è qualcosa di unico, è figlio di una terra particolare. Ed è l’espressione di un vitigno, il nebbiolo, difficile da esportare, un vitigno molto esigente. Per fare un buon Barolo, bisogna domare il Nebbiolo, un vitigno non facile, che richiede molta esperienza. Un po’ come questo percorso della cronometro, un percorso difficile da domare».

Rigoberto Uràn (foto Tim De Waele)

Rigoberto Uràn (foto Tim De Waele)

Colline meravigliose, che la gente del posto ha saputo, appunto domare, come quel vitigno: «Fenoglio, a proposito di questi posti, scrisse un racconto chiamato “Malora”, perché solo sessant’anni fa, qui, c’era molta miseria e povertà. La nostra gente, però, ha saputo uscire da questa situazione, valorizzando la propria unicità, il proprio territorio. Chi non conosce bene il vino di qui, pensa che il vero paradiso sia la cantina. E, invece, è la vigna che fa la differenza: la terra, è lì che costruisci il futuro, con il lavoro, l’intelligenza e la fatica. Un po’ come per diventare un ciclista».

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Barolo e ciclismo: certe riflessioni non sono affatto un azzardo. Federico ne è convinto, le due cose si assomigliano molto: «Il Barolo richiede cure infinite e pazienza, come il ciclismo. Per produrre questo vino d’eccellenza bisogna mettere in conto circa mille ore per ettaro. E, in quelle mille ore per ettaro c’è la fatica, la serietà. Il vino, poi, secondo me, come il ciclismo, richiede scelte individuali: perché il vino è il risultato di una fatica, ma, a monte, c’è un’idea, l’idea di una persona. La squadra serve, ma la differenza la fa l’idea di una persona. Anche il ciclismo è così, la squadra è preziosa, ma è il singolo campione che vince. E poi ci sono le cadute e gli imprevisti, sia in bici, sia nella vigna: basta una grandinata e la situazione diventa difficile…».

«Ho voluto salutare tutti, godermi la mia tappa»

«Ho voluto salutare tutti, godermi la mia tappa»

L’acqua, la pioggia sono manna per la terra, quando scende al momento giusto. Anche il Barolo ha bisogno di acqua, come Rigoberto Uràn per scrivere la sua impresa più importante. Scende la sera su un piccolo paese in festa, tra le vigne: con la maglia rosa, un colombiano, Rosa, il figlio delle Langhe, e Federico, l’uomo del Barolo. Dentro una terra fatta apposta per pedalare, e sognare, da soli: come un cronoman.

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