Dentro una squadra, giorno dopo giorno, vedi un ciclismo fatto di riti quotidiani. Battiti del cuore che tengono in vita questo sport. Sempre. A volte, a ritmo sfrenato, sale la tensione, il respiro si affanno. Altre volte il cuore rallenta il suo battito, si calma, ma non smette di alimentare pensieri, fantasie, ambizioni. È così per tutti, dal primo corridore all’ultimo dei massaggiatori. Con la valigia in una mano e lo smartphone nell’altra, nell’incessante ricerca di contatto, comunicazione con il mondo: tanto che, il ciclismo globalizzato fatica a comunicare con se stesso. I telefonini sono addirittura un problema, quando sette compagni di squadra restano seduti per ore, la sera, senza parlarsi. Ognuno, a tu per tu con il proprio whatsup, facebook o twitter, ma senza comunicare con il compagno che magari l’indomani ti deve tirare la volata. E vuoi che spenda ogni sua energia per farti vincere.

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Dentro una squadra, al Giro di Turchia. Una settimana con loro, come loro, con la Lampre Merida, i suoi corridori, i suoi tecnici, il suo personale. Stessi alberghi, stesse ammiraglie, stessi orari, stessi riti. Una settimana tra Mediterraneo e Asia, passata a osservare e ad ascoltare.

DSC_9195Otto tappe da Sud verso Nord, lungo la costa dell’Anatolia, fino a Istanbul: una gara tra cielo, mare e storia. Con la costante di due simboli, sempre e ovunque, la mezzaluna sulla bandiera turca e, soprattutto, lui, il padre dei turchi, Mustafà Kemal, ovvero Ataturk, il fondatore della repubblica celebrato con orgoglio in ogni angolo di strada, con statue e bandiere.

Dentro la squadra, i simboli e la storia del territorio li vedi sfumati, al massimo ci pensi al sera, dopo aver scaricato l’adrenalina di una giornata faticosa. Le giornate, tappa dopo tappa, nascono con le attese. Fughe immaginate, timori, ambizioni da verificare, tensioni da placare. La Lampre Merida, in Turchia, ci è arrivata con una giovane squadra coraggiosa. L’attesa di ognuno dei sette corridori al via è diversa: , ma mira sempre a quella liberazione del cuore che è la vittoria, il respiro a pieni polmoni sopra un palcoscenico, con la maglietta zuppa di sudore, ma la gioia incontenibile che ti fa sembrare come nuovo. Vittoria di squadra, non del singolo: uno della squadra, lassù, è una vittoria di tutti. Anche del meccanico che pulisce la bici sul calar della sera, dopo aver iniziato a lavorare all’alba. Per vincere.

foraturaDentro la squadra si vive una storia di poche parole e tanti sguardi che dicono di più. Soprattutto quando la vittoria non arriva e non bisogna arrendersi: a guidare la Lampre Merida c’è Bruno, stesso nome di un orso e a prima vista lo sembra. Poi, però, quel suo sembrare burbero, si scioglie in sguardi paterni. Poche parole, ma dette per insegnare qualcosa: lui che era un pistard, ha girato il mondo tra keirin e mezzofondo. Tutte le piste del mondo e ha fatto carriera: poi però la vita ha preso un’altra direzione. E la carriera e il denaro si sono rivelati evanescenti: resta l’esperienza, tanta, dietro a nuvole di fumo di un sigaro sempre acceso.

Dentro la squadra ci vivono in tanti, anche in una piccola trasferta come quella in Turchia. C’è Ronnie, il capomeccanico, preciso e meticoloso a livello maniacale. Ha imparato ad armeggiare sulle bici che era un bambino, oggi quell’amata bicicletta è un lavoro continuo, in giro per il mondo, più faticoso di quello di uno scalatore. Accanto a lui debutta Chico, silenzioso e umile, ma con le idee chiare, quando deve mettere le mani su una bici: è figlio di un grande velocista del passato, ha ereditato una passione, ma non la stessa gamba. Niente esuberanza da velocista, per lui, ma la pazienza infinita di un grande meccanico.

moisesStefano è l’anima toscana della Lampre. Ci mette l’allegria quando serve, la calma quando ci vuole. Dirige il reparto massaggi e non solo: dai panini alle borracce, dalle valigie ai trasferimenti. Sempre premuroso, guarda molto spesso in faccia i suoi corridori. Li osserva, cerca di capire cosa nascondono dietro lo sguardo. E poi con le sue mani scioglie loro i muscoli e li vorrebbe liberare di tutte le tensione: il corridore, al massaggio, parla, si sfoga, si lascia andare a confidenze. Una volta succedeva così, oggi un po’ meno sempre a causa di quei maledetti telefonini. Stefano, però, è il fratello maggiore che non può che essere alleato dei suoi atleti. Con lui, in Turchia c’è Mois, spagnolo di Galizia: figlio d’arte, ovvero seconda generazione di una famiglia di massaggiatori, che ha lavorato accanto a grandi campioni iberici. La simpatia spagnola porta serenità a un gruppo che, faticando a vincere, sorride poco.

Nel gruppo, poi, c’è il fratello che ha studiato, quello che tutti chiamano il dottore: affabile, con il piglio del bravo ragazzo. Che, tuttavia, non si tira indietro quando bisogna fare i “porta acqua”, quando c’è da lavorare sodo dietro le quinte, anche se non è roba da dottori.

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Le corse a tappe sono fatte di riti e di attese. Una sveglia che suona e colazione già in testa. Fatta di abbondanza. Dov’è la pasta? In Turchia è un prevedibile chewing gum, gli olandesi e i fiamminghi la trovano meravigliosa, se sei cresciuto a spaghetti la sopporti e pensi ad altro. Da un italiano all’estero, lo spaghetto turco è semplicemente carboidrato, energia da mandar giù e digerire in fretta. C’è la tensione da stemperare, spesso ci pensa Andrea con qualche battuta.

dodiUna piccola famiglia che cambia in continuazione, che convive per una settimana: con il calendario internazionale molto fitto, i programmi differenti per ognuno dei corridori, la squadra è quasi sempre differente.  

I protagonisti al Giro di Turchia sono sette: Andrea, Luca, Kristijan, Maximiliano, Niccolò, Sacha, Valerio.

Andrea è il più generoso, quando bisogna rischiare e lanciare le volate. Sogna la vittoria anche per sé, lo si legge nel suo sguardo, ma il traguardo là davanti sembra sempre troppo lontano. E, allora, si spreme totalmente per i compagni. Dopo la gara, ama scherzare, anche Luca è il gregario umile, ma dignitoso: non lo senti mai lamentarsi, fa il suo lavoro in bicicletta, lo fa senza troppi discorsi. Il pensiero alla moglie, il numero da attaccare, decine di borracce da portare. Avanti e indietro. Dall’ammiraglia ai compagni.

durasek1Kristijan è il capitano, quello che aspetti in salita e deve fare classifica: non ha bisogno d’impartire ordini, si fa capire e rispettare senza lunghi discorsi. Il silenzio tipico degli atleti dell’est è carismatico in lui, nonostante la corporatura minuta. E se il successo non arriva, quasi chiede scusa, pensando a come prendersi la rivincita.

Maximiliano è il cuore sudamericano del gruppo. Il velocista di esperienza, che non ha paura di nulla e che insegue la forma migliore. Ha molto da insegnare ai giovani, ma non fa il professore: lui fa, per gli altri è solo da osservare e prendere a esempio.

Niccolò è il giovane esuberante, il velocista matto, che porta dentro di sé una gran voglia di emergere. Ha l’anima del vincente, detesta perdere. Ma le sconfitte e le scuffie, nel ciclismo, si prendono eccome. E cerca d’imparare, misurandosi anche con un altro aspetto difficile, quello di saper rispettare gli equilibri della squadra. Se vuoi che un tuo compagni rischi l’osso del collo per te, per tirarti la volata, devi sapergli regalare la migliore delle motivazioni.

Sacha è il velocista talentuoso, quello più atteso che ha deluso da subito: colpa di tanti dolori, dentro e fuori. Nelle osse e nei pensieri, quanto basta per fare la valigia e rientrare quasi subito in Italia.

conti2Valerio è il neoprofessionista, il cucciolo a volte un po’ esuberante, a volte ingenuo, altre volte sanguigno. Alla prima corsa a tappe della sua carriera da pro, vive la tensione di un ragazzino alla prima interrogazione. Con le lacrime agli occhi, alla prima batosta in salita, con un sorriso enorme e solare, quando riesce a mettersi in evidenza. «Bruno, posso andare in fuga?» e il mal di gambe passa, pedalata dopo pedalata.

Il sole tramonta a Istanbul e sorge la mezzaluna, che qui ha un valore immenso: senza vittorie, dentro la squadra sembra che manchi qualcosa. Ma tutto si scioglie, tra un sorriso e una battuta, davanti a un piatto caldo, in riva al mare. Dentro la squadra.

 

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