Elia Viviani ad Alicarnasso, Adam Yates a Efeso, Mark Cavendish ad Antalya. Piccole storie dentro a luoghi che hanno vissuto la storia grande. Minuscoli uomini in bici, in una settimana, hanno colorato le strade della Turchia, strade e coste che nel corso dei secoli hanno visto tanti eroi, battaglie, generali, gente comune calcare pietre antichissime.

Adam Yates, nuovo talento della scuola britannica

Adam Yates, nuovo talento della scuola britannica

Oggi quei luoghi sono località turistiche, hanno altri nomi: Bodrum è una Portofino con un antico castello, ma senza aver conservato nulla di quella città greca che era considerata una delle sette meraviglie del mondo antico. Le rovine di Efeso, invece, si trovano in una località che prende il nome di Selçuk, nei pressi di un colle sul quale si è conclusa la frazione decisiva del Giro di Turchia. Efeso è una tra le tante meraviglie sfiorate da una carovana sportiva colorata e internazionale, una delle più grandi città del mondo antico, tuttavia ignorata dal piccolo circo degli addetti ai lavori, atleti, organizzatori e soprattutto giornalisti. Il ciclismo attraversa il mondo, pedala nella storia, su strade, accanto monumenti, sfiora le case della gente, entra in tutte le culture e va a far la volata, in fondo a un rettilineo, oppure in cima a una montagna.

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Per le sue caratteristiche, una corsa a tappe è un fenomenale strumento di marketing per promuovere un territorio, per farlo conoscere nel mondo, non solo grazie alla televisione, ma anche a un folto gruppi di giornalisti che dovrebbero scrivere, raccontare, diffondere in tutto il mondo, un pezzetto di cultura abbinato allo sport.  Allo stesso modo, le strade, i paesi, le montagne, le città attraversate da una carovana ciclistica sono un’occasione straordinaria di promozione del ciclismo stesso in una realtà ancora vergine.

Elia Viviani batte Mark Cavendish a Bodrum

Elia Viviani batte Mark Cavendish a Bodrum

Eppure, la sensazione è che queste gare ciclistiche “esotiche”, figlie della globalizzazione, finiscano per essere un ‘opportunità sprecata: una gara fine a se stessa che sfrutta un po’ di mecenatismo temporaneo, una gara, come tante fra quelle che si sono affacciate sul panorama internazionale, che il mondo del ciclismo insegue soltanto ed esclusivamente con l’ossessione della ricerca di soldi. Un business mordi e fuggi, che non incide sulla cultura ciclistica del luogo che ospita questi eventi.

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Strade deserte, in un paese in cui la cultura ciclistica deve ancora germogliare

A qualcuno sembrerà una riflessione troppo alta, questa, forse una forzatura. Dal nostro punto di vista, quello di Cyclemagazine, invece la questione culturale non è secondaria, ma vitale se si vuol cambiare in meglio l’approccio alla bicicletta. Per essere cronisti corretti e professionali, occorre per esempio rilevare un dettaglio: la tappa decisiva del Giro di Turchia si è conclusa, in giorno festivo, sulla strada che sfiora l’antica città di Efeso. Ad assistere alla spettacolare impresa del giovane Adam Yates, che ha sfilato il primato in classifica all’estone Rein Taaramae, vi erano poche decine di persone, una manciata di appassionati (esclusi sponsor e addetti ai lavori). Lì accanto, in visita alle rovine di Efeso e alla biblioteca di Celso, si affollavano migliaia di persone provenienti da tutto il mondo.

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Con il tempo, investendo sulle nuove generazioni, il ciclismo potrebbe diventare una realtà importante anche in Turchia

 

Respirare la storia, prestare un po’ più di attenzione e dare più valore al contesto in cui si è, guardare oltre la catena e il pignone, non farebbe male a un sport che vuole la globalizzazione, ma si ritrova sempre più piccolo e autoreferenziale. Non è un vezzo da intellettuali, questo, ma un’opportunità. Il ciclismo in Turchia, come in altre realtà “esotiche” ed emergenti, è uno straordinario incontro di culture. Lo è anche il Tour de France e i francesi ne vanno fieri.

Vogliamo, invece, rimanere focalizzati sul piccolo teatro dell’evento sportivo? Ok, anche questa è una scelta: Adam Yates, un giovanissimo talento emergente della scuola britannica, ha centrato la sua prima corsa a tappe da professionista. L’estone Rein Taaramae, che aveva conquistato la leadership in classifica nell’altra tappa di salita, quella di El Mali, ha ceduto la vittoria finale per un solo secondo: l’estone si è fatto sorprendere dall’attacco del britannico e ha perso per un nulla. «E’ la vita! – dice Le Mevel, francese, compagno di squadra di Taaramae -. Non è stata sfortuna, Yates ha vinto sulla strada, meritatamente. Un solo secondo è nulla, è il tempo perso per esultare sul traguardo per esempio, ma così è la vita. La vittoria è questione di attimi, a volte». Accanto alla sfida per la classifica, sulla salita finale si è vista anche tanta Italia: a cominciare dai giovani, Formolo (secondo dietro a Yates) e Conti (protagonista di una bella azione), fino ai veterani, l’eterno Rebellin (terzo al traguardo).

taaramaeE, parlando di ciclismo italiano, occorre sottolineare la bella vittoria di Elia Viviani a Bodrum, il giorno precedente: fino a quel momento, tutte le volate erano state dominate da Mark Cavendish, pilotato dal vecchio Petacchi (e non solo). In una giornata, in cui, il britannico lo si è fatto soffrire un po’ di più in salita, ha perso un pizzico di esplosività, sufficiente a far emergere Viviani. 

“Non sono gli uomini a dominare la sorte, ma la sorte a dominare gli uomini”, disse un tale che si chiamava Erodoto e che nacque da queste parti, qualche millennio fa. Lui la pensava così e probabilmente anche lo sconfitto Taaramae condividerebbe. Tuttavia, se vogliamo che la salita di El Mali diventi davvero un Galibier, occorre altro: la cultura ciclistica ha bisogno di un territorio fertile. Ed è per questo che, forse, il mondo del ciclismo dovrebbe viverlo di più e meglio, il territorio che attraversa. Guardare oltre, è un’opportunità.

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