«Soffrire al Giro non è un sacrificio: è una necessità…». Tappa di montagna, a rifugio Panarotta, di quelle che lo esaltavano, un tempo, ma Ivan Basso inseguiva ossigeno, con gli occhi spalancati e le strada che finalmente diventava clemente con le sue gambe, dopo il traguardo.

Convivere con la fatica è la quotidianità del ciclismo: quando un corridore lo fa con saggezza, vuol dire che è arrivato alla maturità, maturità di uomo che è quella che sopraggiunge dopo la maturità come atleta e consente di accettare, con dignità e serenità, il declino. Il successo non è eterno, nella vita di un ciclista dura pochi anni, al massimo. E costa sacrifici enormi. Poi arriva la gloria svanisce, ma la fatica rimane la stessa: e, a quel punto, andare avanti è una scelta dettata dalla passione e dalla serenità. Al Giro d’Italia dei giovani talenti, degli Aru, degli Ulissi, dei Battaglin e dei Canola, fa da contraltare il silenzioso declino dell’altra generazione, dei Basso e dei Cunego.

foto di Ilario Biondi

foto di Ilario Biondi

Un tale che si chiamava Winston Churchill, a un certo punto della sua vita, arrivò a una riflessione: «Il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti».

Ivan Basso va avanti, con poche parole: la bicicletta resta la compagna di sempre, ma la testa va altrove, a cercare la serenità. Va fino a incrociare lo sguardo sorridente e immaginato dei propri figli, per i quali si è sempre il campione numero uno.

DSC_9775Sulle montagne sventolano bandiere colombiane, quelle italiane sono sparite, in attesa: non ci sono più scritte per i “vecchi”, sull’asfalto e sui tornanti più impervi. Basso e Cunego, i giovani talenti invecchiati, non sono più nemmeno nell’immaginario di un popolo del ciclismo che, nell’attesa che maturino i ragazzini, si rifugia nel ricordo dell’eterno Pantani. Il Pirata che faceva impazzire le folle, l’immagine di un ciclismo che, nel bene e nel male, è rimasto nel cuore di tutti e non tornerà più.

Sventolano bandiere colombiane, anche quando Ivan Basso, piegato dalla fatica, è arrivato al traguardo di rifugio Panarotta. Arredondo e Duarte erano già arrivati da tempo, in altre stagioni, un Ivan Basso in fuga avrebbe seminato i suoi avversari, andandosi a prendere il successo. Così come  Cunego, in fuga con altri venti corridori, sulla strada verso Vittorio Veneto, il giorno precedente: sarebbe stato un gioco facilissimo, in altri tempi, batterli tutti in volata, per il veronese. E, invece, la resa silenziosa e mesta di due ex talenti del ciclismo, è un tassello del grande mosaico di un Giro d’Italia che invita a guardare avanti, sia i tifosi, sia i corridori italiani.

«Al Giro d’Italia funziona così. Le giornate grigie vanno immediatamente archiviate», Ivan Basso guarda avanti, a una prospettiva serena, dopo una lunga carriera fatta di onori, ma anche di tante sconfitte, sportive e umane.

Al Tour de France di dodici anni fa, nel 2002, Ivan Basso in maglia bianca si sentiva dentro la forza esplosiva di una giovinezza affamata di successo. Poi la sua storia di uomo cambiò e Basso diventò un’altra persona, abbandonando per sempre quella schiettezza dei primi anni. L’altro Basso era quello che diceva: «La persona che più mi ha aiutato è stata Bjarne Riis. Prima, non sempre era stato fatto il mio bene, sia pure in buona fede». Era il 2006, al termine di un Giro d’Italia che bisogna avere l’onesta di definirlo brutto, anche se nessuno arrivò mai a contestare la sua vittoria.

Un altro Basso, molto diverso da quello del 2006, entrava in trionfo nell’Arena di Verona, nel 2010, dopo tre anni difficili, per la squalifica, per Fuentes, per una verità che la giustizia a svelato solo a metà. Un altro Basso, sul palco dei grandi tenori, con al suo  fianco, sorridente, il povero Aldo Sassi, un preparatore che diceva: «Il ciclismo risolverà il suo grande problema di credibilità quando l’intero sistema non dirà più “doparsi non si può”, ma “doparsi non si deve”».

Aldo Sassi sorridente anche se consapevole della malattia che l’avrebbe ucciso, di lì a pochi mesi, un uomo felice per quel ragazzo riportato in alto, Ivan Basso, che tuttavia non era quello schietto dell’inizio della sua carriera. Tuttavia, eccolo il momento alto della carriera, che bello quel Giro d’Italia! Perché era pieno di umanità. E, poi, il declino, inevitabile, da accettare, lento, ma inesorabile.

«Il successo racchiude in sé i semi del proprio declino. E anche lo sport deve sottostare a questa verità». Lo diceva un altro tale, che si chiamava Pierre De Coubertin e inventò le Olimpiadi moderne.

 Ivan Basso, con la bocca spalancata, sfinito e sorretto, al traguardo di rifugio Panarotta, guarda alle montagne davanti a sé, e forse al nulla, ma con il sorriso orgoglioso dei propri figli, stampato nei pensieri. «Era giusto provarci, per onorare il Giro. Dovevo farlo per me stesso e per i tifosi».

Foto di Luca Bettini

Foto di Luca Bettini

Sotto le bandiere colombiane, mentre quella faccia da indiano di Quintana brinda e festeggia in maglia rosa, Ivan Basso riprende fiato e va avanti, con il mal di gambe e il fiato corto, ma con dignità: ed eccola, lì, di nuovo quella schiettezza d’inizio carriera.

In silenzio, molti minuti dopo arriverà anche Cunego, che ha pedalato da solo in mezzo ai tifosi distratti, davanti alle scritte che inneggiavano a Pantani: sì, quello stesso Pantani che lui stesso onorò con la vittoria al Giro, nel 2004, tre mesi dopo la tragedia del Pirata. Ma questa è un’altra storia…

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