di Gino Cervi

Nel bar della piazza di Sarteano chiedemmo se qualcuno sapesse dove abitava Nando Terruzzi. L’uomo coi baffi appoggiò la tazzina di caffè sul bancone e ci disse: “Vi accompagno io. E’ il mio dirimpettaio”.

Fu così che gli piombammo in casa, così, senza preavviso. Vestiti da Carovana Ciclistica Milano-Roma, coi colori del Touring Club Italiano, eravamo in quattro: Marco Pastonesi della Gazzetta, Angelo Melone di Repubblica.it, Luca Conti, cicloresistente romano, ed io.

IL tandem delle meraviglie

Nando Terruzzi guida il tandem azzurro nel 1948, Renato Perona pedala alle sue spalle

Nando Terruzzi, il gatto delle Sei Giorni, rispose al citofono. “Veniamo da Milano in bicicletta. Volevamo salutarla”. Entrammo così nel suo mondo fatto di palmer e caschetti, manifesti alle pareti e ritagli di giornale: e cento storie. Era il giugno del 2011. Terruzzi, il 9 aprile 2014, ha messo ancora un colpo di reni sulla linea dell’ultimo traguardo. Di lui mi resta il ricordo quell’incontro a Sarteano, nella sua villetta con garage-museo, e le pagine di Cesare Fiumi che per primo ne aveva fatto uno straordinario ritratto (Storie esemplari di piccoli eroi, Feltrinelli, 1996; poi Dalai Editore, 2011). Queste qui.

 

Cesare Fiumi 

Nando Terruzzi

(che per frenare poggiava il naso sulla gomma di una bici)

 

Sarteano, estate

Portava il casco sulle ventitré, come un baschetto allegro, come se passeggiasse per il corso la domenica, strizzando l’occhio alle ragazze. E invece si infilava dentro vicoli angusti, fatti di tubolari stretti e gomiti larghi: pertugi che solo l’ arroganza della velocità rendeva accessibili. Ma l’occhio alle ragazze gli riusciva di strizzarlo ugualmente, tra volate e inseguimenti. Più che un ciclista, un cow boy al rodeo.

terruzzi2Mai di domenica però, perché Nando Terruzzi la domenica si riposava. In fondo correva sei giorni: che è un modo per raccontare la vita di tutti e, insieme, precisare la sua, quel mestiere che si era scelto avendo capito che la bici era una passione ma le salite un disagio inaccettabile: «Non ero fatto per il Tourmalet, per portare le borracce agli altri: bastavano i sacrifici che dovevo accettare per me. Non riuscivo a capire come ci si potesse dannare lungo una salita. Così decisi per la pista, amavo troppo la velocità , l’acrobazia, diventai l’uomo delle Sei Giorni». Il più grande seigiornista nella storia del ciclismo italiano, 149 gare disputate, 25 volte primo: a New York e Buenos Aires, a Parigi e Berlino, a Melbourne e Barcellona. E dal ’57 al ’63 numero 1 al mondo.

Portava il caschetto sulle ventitré e il naso fin sopra il tubolare quando si sporgeva nelle volate . tanto da usarlo come un freno innaturale, arrotino di se stesso tra il raccapriccio e la stupita ammirazione della gente: «Lo facevo per lo spettacolo, dopo uno sprint di rimonta, quando ero sicuro d’ essere primo. Qualche volta il naso sanguinava, ma era diventato quasi un gioco. Poi é venuto un foruncolo e mi sono dovuto operare. Show o competizione, mi prendevo tutti i rischi, perché la pista è così: se ti vedono spericolato ti temono e ti lasciano passare. Eravamo come cani che sentono quando uno ha paura».

terruzziPortava il caschetto sulle ventitré, il naso fin sopra al tubolare torrido di sfrigolii ed era l’ acrobata della bici: un uomo «che poteva pedalare perfino sui bordi della vasca da bagno», parola di Coppi. E portava in giro l’Italia come un ambasciatore involontario, un emigrante per forza, pieno di talento e prodigo di successi, che dall’Italia . a suo modo si sentiva preso in giro. «Pedalavo per il mondo, vincevo ovunque, ma da noi nessuno voleva organizzare una Sei Giorni. E allora non ho potuto fare altro che continuare a pedalare, pedalare e aspettare, fino a quando a Milano si sono decisi. Era il ’61, avevo 37 anni, finalmente potevo vincere anche a casa mia. É stata la gioia più grande. Ho continuato altri 4 anni e ho chiuso proprio a Milano: secondo posto ma ormai avevo la pancetta». L’ uomo che a Londra, nel ’48, aveva conquistato l’ oro olimpico nel tandem, nel ’65 si divertiva ancora a rincorrere Gianni Motta che poteva essere suo figlio.

Oggi Nando Terruzzi porta i 70 anni come un jeangabin disincantato, che ha tenuto duro nonostante tutto e riserva la malinconia soltanto agli occhi, mai alle parole: una vita passata a pedalare e quando è ora di smettere e godersi la famiglia francese e la casa di Nizza, perde Annette, la moglie. E all’età di 35 anni se ne va anche Bruno, il primogenito, colpito da un male incurabile. Terruzzi si è risposato con una cara amica della moglie, una signora toscana («Fortuna che ho trovato lei») e adesso divide il suo tempo tra Nizza e le colline senesi, la figlia in Costa Azzurra e una pedalata tra gli ulivi. Ma i ricordi di Coppi e Magni, di Anquetil e Faggin, quando scendono in pista sono la medicina del cuore. «Una carriera quasi ignota la mia, tutta all’ estero. Ogni tanto qualcuno mi chiede: “Ma é vero che lei è stato un campione del ciclismo? Che gare ha vinto?», sono imbarazzato e non so cosa rispondere. Però, qualche tempo fa, un amico ha trovato al mercatino dell’antiquariato, qui in paese, la Gazzetta dell’agosto ’48, quando vinsi la medaglia d’oro. E me l’ha regalata. C’é la foto del testa a testa nella “bella” con gli inglesi: Perona e io che bruciamo Harris Bannister».

«Da allora sempre in viaggio. Non sarei capace di raccontare l’Italia di quegli anni. Non l’ho vissuta. Ne ho conosciuta un’altra, quella dei connazionali all’estero che si commuovono quando vinci. Ho visto Berlino ancora distrutta dalle bombe. Ho sentito i fischi di Parigi: la ferita della guerra ancora aperta. Ho visto i poliziotti argentini picchiare gli emigranti che volevano abbracciarmi dopo la vittoria. Ho visto italiani e australiani scatenare una rissa gigantesca, provocati dalla ingenuità mia e di Patterson che mimammo un diverbio in pista, sotto consiglio dell’organizzazione che voleva fare il pienone. Mai più mi sono prestato a simili richieste».

L’Italia di Terruzzi insomma era un ristorante napoletano a Buenos Aires, le serate a Brooklyn, la comunità italiana di Melbourne. E lui era una consolazione viaggiante, le radici ritrovate per gli italiani affamati di casa e d’ orgoglio nel dopoguerra. «Pensi che un giorno, qui a Sarteano, un signore mi ferma per strada: “Sapesse quanta gioia mi dette vincendo a Parigi. Per noi italiani, che lavoravamo lì in quei giorni duri, fu un’emozione indescrivibile».

«E tutta la mia avventura per il mondo cominciò in fondo per uno scherzo del destino. Era il ’49, Rigoni e io dovevamo partire per New York, la nostra prima Sei Giorni in coppia. Avremmo corso un circuito a Mestre e l’indomani ci saremmo imbarcati da Parigi sull’aereo per New York. Però ci fecero pressioni: il sindaco La Guardia voleva anche gli italiani al banchetto ufficiale, ci pregarono di essere lì, anticipammo la partenza. Il giorno seguente il disastro: l’aereo in volo da Parigi a New York non arrivò mai a destinazione: dovevamo esserci noi su quell’ aereo. E invece c’era il pugile francese Cerdan che aveva occupato uno dei posti rimasti liberi. Veniva a New York per il match con Jack La Motta: morì al posto nostro. E fu proprio La Motta a premiarci con la coppa al termine della gara».

Il destino con Terruzzi si sarebbe accanito più tardi. Ma ora un passo indietro; sul tavolo del salotto cantina compare una foto bellissima: Nando ha cinque anni e due borracce appese al manubrio della minuscola bici che monta con piglio da competitore: ha appena vinto il Premio Sempione a Milano, gara aperta a bambini fino a 8 anni di età. «Sa cosa c’ era dentro quelle borracce? Marsala all’ uovo. Lo aveva messo mio padre e io lo ciucciavo compiaciuto. Mio padre aveva un “deposito e noleggio bici” a Sesto San Giovanni, dove sono nato. E prima ancora aveva lavorato al Circo Padella, dove faceva il giro della morte sulla moto». L’ uomo che poteva pedalare sui bordi della vasca da bagno aveva avuto uno strepitoso maestro. «Mia madre morì che avevo 4 anni e mio padre si risposò altre due volte. L’ ultima con una ragazza di 17 anni, quando io ne avevo già nove. Mi misero in collegio ad Albizzate e poco mancò che finissi pretino, nel seminario di Venegono. Cominciai a giocare a calcio con la Falck, e andai in nazionale C assieme a Toppan, che poi finì al Milan. Ma mio padre mi voleva ciclista: e allora una domenica la partita, quell’altra la corsa. Poi dal ’42 solo bicicletta, per sempre».

Scorrono i ritagli di ogni gara, l’albo d’ oro fittissimo, le coppie storiche: Terruzzi Rigoni, Terruzzi Gillen, Terruzzi Arnold. Ma fra tanti compagni e avversari solo Coppi è un groviglio di sentimenti. «Attirava la gente, Parigi impazziva per Fostò: nel ’52 facemmo coppia ma a lui davano 3 milioni e mezzo di franchi, a me 800 mila. Noi stavamo agli stradisti di fama come oggi il teatro sta al cinema: le star erano loro. Noi dormivamo tre ore per notte, e tutti nelle camerette dell’ impianto, mentre Coppi riposava in albergo: aveva una clausola nel contratto. Ero coppiano, ma lui alle Sei Giorni veniva per gli ingaggi, non per battere tutti. Così, se vincevamo, vinceva Coppi col suo coé quipier; se perdevamo, perdeva Terruzzi che era lo specialista. Finimmo quarti e la Gazzetta scrisse: “Peccato che Terruzzi non abbia tenuto l’ultima ora di corsa”. Una bugia che mi fece piangere, strappai il giornale in 50 pezzi dalla rabbia». E mostra orgoglioso una lettera di Coppi dell’ anno seguente, che ricompone un diverbio («Si era lagnato che a Parigi avessi fatto coppia con Magni e non più con lui, ma non dipendeva da me») e si conclude con un: affettuosamente Fausto. Un cerotto sul dissidio. E oggi un cimelio della memoria. «Il guaio era che Fausto della pista aveva paura, temeva l’ infortunio. Invece la pista vuole il rischio e pure lo spettacolo. Certe volte, quando negli sprint ero in vantaggio, poggiavo il petto sul sellino, allungavo le gambe all’ indietro e arrivavo al traguardo sulla spinta, via le mani dal manubrio. Era la mia specialità e il pubblico si divertiva. Un giorno tentò di imitarmi il danese Palle Likke, il genero di Van Steenbergen, ma si strizzò i genitali sul sellino, cadde in pista e non ci riprovò». Povero Palle Likke, un nome, un destino, schiacciato dall’ emulazione.

Ora neppure Terruzzi fa più queste cose: l’ uomo che poteva pedalare sui bordi della vasca da bagno, oggi risale senza fretta i colli della val d’ Orcia. Lo scambiereste per un cicloturista qualsiasi, non fosse per quella faccia da jeangabin e un innocente foruncolo sul ciglio del naso. 

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