Primo aprile 1967, ore 20, tutta la squadra della Salvarani si trovava a Gand in Belgio e precisamente nelle Fiandre orientali: è ora di cena e di fronte, l’uno all’altro, ci sono Dino Zandegù e Felice Gimondi.
Quella sera il guascone padovano non sprizzava la sua proverbiale allegria, anzi per la verità i suoi compagni erano un po’ preoccupati per il fatto che non fosse ancora arrivato nessun pesce d’aprile: Zandegù era famoso per le sue burle,come quella volta in cui nascose la campanella dell’ultimo giro in una sei giorni. In altre occasioni, in corsa, riusciva ad attaccarsi al sellino degli avversari e farsi trainare senza che l’altro se ne accorgesse. Quella sera a Gand, tuttavia non era il solito Dino che i colleghi conoscevano.

Merckx attacca, Zandegù risponde

Merckx attacca, Zandegù risponde

Dino veniva da Rubano, un paesino vicino a Padova, una terra di emigranti e quella sera, quando il suo capitano Gimondi gli chiese il motivo di tanta serietà, Zandegù cominciò a raccontare dei suoi paesani che avevano dovuto emigrare proprio lì, in Belgio, per lavorare nelle profondità delle miniere, lasciando le famiglie a casa per sottoporsi a fatiche quotidiane di quindici ore per finire le giornate stravolti e con la pelle annerita dal carbone che avevano estratto per tutto il giorno.
Gimondi vide negli occhi del compagno di squadra un profondo sentimento e forse un qualcosa che andava al di là anche del semplice rispetto. Zanbdegù quella sera si sentiva molto, molto vicino ai suoi paesani emigrati, come se soffrisse con loro.
Il giorno seguente, il Giro delle Fiandre  partiva proprio da Gand e, forse, la tattica di gara era nata proprio dalla chiacchierata tra Gimondi e Zandegù, la sera prima.

Dino Zandegù in maglia Salvarani

Dino Zandegù in maglia Salvarani

Eddy Merckx, quel giorno, era nettamente  il favorito, anche perché aveva vinto da poco la Milano-Sanremo e tre giorni prima aveva dominato la Gand –Wevelgem: anche Gimondi era in forma, ma Eddy era superiore e poi i racconti della sera prima lo avevano colpito molto.
Alla partenza della Ronde, il cielo era grigio e lungo il percorso la pioggia si alternava a nevischio, con un vento insidiosissimo che obbligava i corridori a frequenti cambiamenti di ritmo: dopo dieci chilometri andavano in fuga in sette corridori, tra i quali il belga Noel Forè che aveva vinto il Fiandre l’anno prima. Con lui, c’erano l’inglese Hoban, George Delvel e altri quattro.
Questi fuggitivi avevano raggiunto un vantaggio massimo di sei minuti: dopo 216 chilometri, nei pressi di Mont de Faucons venivano ripresi dal gruppo e Gimondi allungava. Pochi istanti dopo, Zandegù l’aveva rincorso, portandosi dietro un drappello di corridori, tra i quali il temuto Eddy Merckx. Una volta raggiunto il capitano, Dino scattava a sorpresa e Gimondi rimaneva a coprirlo, cercando di frenare il grande Eddy: soltanto Forè rimaneva alla ruota di Zandegù che, tuttavia, sul traguardo di Merelbeke non aveva problemi a prevalere allo sprint, anche perché l’avversario era duramente provato da un’intera giornata all’attacco.

1306260491dz653Al momento della premiazione, sotto il palco c’erano centinaia di minatori italiani che esultavano per colui che aveva regalato loro un’emozione immensa, battendo gli atleti fiamminghi in quella terra per loro fonte di fatiche e magri guadagni. Dino Zandegù viveva il momento più felice della sua carriera e Gimondi era più emozionato di lui, addirittura piangeva di commozione, pensando a quei minatori là vicino al connazionale. Orgoglio e lacrime d’Italia, di un’Italia umile che si riscattava per un giorno.

Quando lo speaker della corsa lo aveva affiancato, Zandegù non poteva non dedicare al microfono quella grande giornata: una dedica suggellata da una canzone. Zandegù in trionfo cantava e per i minatori l’emozione proseguiva. Cantava e gioia, cantava e riscaldava i cuori dei suoi connazionali. La commozione era forte anche per lui, tanto che Dino steccò l’acuto: «Con quell’emozione – ricorda ancora oggi Dino – nessun tenore di fama mondiale ce l’avrebbe fatta». Lui era il solista, quel giorno, di un’impresa meravigliosa: il direttore d’orchestra (in corsa), nientemeno che il suo capitano, Felice Gimondi.scansione giornale 2 aprile 1967

 

 

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