stadio frecciaSi dice che il momento in cui Fausto Coppi prese coscienza della sua reale forza ed indiscussa classe fosse stato in occasione della Freccia Vallone del 1950: certo, vien da pensare quali conferme cercasse ancora, poiché l’anno precedente fece la grande accoppiata Giro/Tour e si rese protagonista nella fuga più famosa di tutti i tempi durante la tappa da Cuneo a Pinerolo, trionfò alla Sanremo, al Giro di Lombardia e dominò una miriade di altre corse.

Tuttavia, il 1950 fu una stagione particolare: quell’inverno, Fausto si preparò in modo maniacale, trascorse l’inverno in riviera con i sempre presenti, i fedelissimi Sandrino Carrea, Ettore Milano e il fratello Serse. Alla Milano-Sanremo si presentò più forte che mai, ma ci fu un imprevisto, poiché sul Berta gli scoppiò un tubolare e dovette lasciare il trionfo a Gino Bartali.
Quel contrattempo fu soltanto il preludio di un anno che sarebbe stato davvero difficile, ma ovviamente Fausto non lo poteva immaginare che si sarebbe fratturato il femore poco tempo dopo, al Giro, nella tappa da Vicenza a Bolzano.
Dopo la delusione della Sanremo  partì per il Belgio, per la campagna del nord con un carico di rabbia agonistica davvero straordinario: vinse la Parigi-Roubaix da dominatore, praticamente demolendo tutti gli altri, senza pietà.
Quindici giorni più tardi, tornò in gara alla Freccia Vallone: quell’edizione partiva da Charleroi  per arrivare a Liegi dopo 235 chilometri.
La vigilia pioveva a dirotto e faceva un freddo intenso, ma alla partenza, l’indomani, il cielo si presentava terso e la temperatura era primaverile. Un Coppi sereno, però faceva calare tra i 112 iscritti e suoi avversari. Era temuto moltissimo, tanto che al via si presentarono soltanto 88 atleti.

 freccia vallone gazzetta

La corsa prese avvio con la fuga con due belgi, Breuer e Dillis, ma dopo un centinaio di chilometri Dillis ebbe un cedimento, con Breuer che provò a resistere in testa, da solo. Lo raggiunsero i francesi Chateau e Forlini. Alle loro spalle, Carrea, Milano e Keteleer li tenevano “a bagnomaria”, ovvero a una distanza controllabile, a un paio di minuti.

A 100 chilometri dal traguardo, entrò in scena lui, Fausto Coppi. Approfittando di uno strappo, quello di Hautregard, se ne andò in avanscoperta recuperando tutti gli avversari davanti a sé. Dapprima, lasciò sul posto Forlini e lo svizzero Metzeger, poi toccò all’italo belga della Peugeot, Pino Cerami,  che forò nello stesso momento dello scatto, come se anche la sua bici fosse stata in preda allo sconforto,. Chateau e Breuer li riprese a 85 chilometri dal traguardo

Fausto e i suoi fedelissimi (tra cui il fratello Serse) in allenamento invernale

Fausto e i suoi fedelissimi (tra cui il fratello Serse) in allenamento invernale

Approfittando di un’altra cote, quella di Malchamps, se ne nadò da solo: trentatreesima vittoria per distacco in carriera. Non c’erano rivali, per l’Airone. Era nettamente il più forte del mondo.
“Abbiamo indovinato dove sarebbe partito – scriveranno i giornali dell’indomani-  ma Coppi avrebbe potuto liberarsi di tutti prima o dopo, a piacimento, su una delle nove salitelle dell’itinerario”.
Al secondo posto giunse Impanis, dopo 5 minuti e mezzo.
Guido Giardini della Gazzetta scrisse: “Mai conquista è stata così superba, così chiara, così convincente. Coppi non ha vinto: ha dominato, ha giocato con gli avversari piantandoli come e quando ha voluto”.
Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sul valore del mito, da quel giorno svanirono: anche nella testa di Coppi.

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