Cicloamatori, datevi una calmata. L’esasperazione rovina uno sport popolare e per sua natura genuino. «È ora di cambiare mentalità». Parla Gianluca Santilli, che da ragazzo era un ottimo nuotatore, ma ha poi fatto carriera come avvocato. La bicicletta è arrivata dopo… Oggi Gianluca Santilli è responsabile del settore amatoriale della Federciclismo ed è arrivato a quell’incarico dopo un’esperienza di quattro anni come Procuratore federale. Si cambia ripartendo dall’etica: ma che significa “etica” nel ciclismo amatoriale che dovrebbe essere solo divertimento? In Italia si è costretti a “imporre” un’etica anche per divertirsi, ma le ragioni sono giustificate. «L’etica è una correttezza di base, nella vita come nello sport, nel mondo degli affari come in ogni comportamento. Nello sport è piuttosto semplice: ti giochi le tue carte senza null’altro che il tuo allenamento e le tue forze», mentre Santilli ribadisce questo concetto elementare, ma non così scontato, ecco arrivare l’ultimo episodio, che dimostra come non sia così chiara la questione: in una granfondo, a Sant’Angelo Lodigiano, il vincitore è stato squalificato per aver ricevuto aiuti in corsa da due cicloturisti. I due cicloturisti, infiltrati, erano due suoi compagni di squadra, tali Paluan e Sala, già a suo tempo squalificati per doping e per anni in vetta a tutte gli ordini d’arrivo delle manifestazioni amatoriali.

Gianluca Santilli, ex procuratore della Fci, oggi responsabile del settore amatoriale

Gianluca Santilli, ex procuratore della Fci, oggi responsabile del settore amatoriale

Il fatto che, a ben vedere, fa sorridere amaramente, segue ad altre vicende più gravi, come gli ennesimi furti di farmaci dopanti negli ospedali (a fine febbraio è avvenuto in Toscana): tutti episodi che, tuttavia, vanno a comporre un quadro desolante del mondo amatoriale… «Nel ciclismo, in particolare, la situazione è parecchio degradata, ma nello sport amatoriale in generale, la questione doping si aggiunge in un contesto povero eticamente. E questo circolo vizioso alimenta un business illegale di milioni di euro».

 

Scimmiottare i professionisti, dimenticando le regole e i rischi

La degenerazione del doping è soltanto uno degli aspetti che danni si evidenziano in questo ambiente che dovrebbe essere soltanto gioia di vivere in bicicletta: «L’etica dovrebbe essere la prassi, la normalità. Qui, invece, ci si era abituati a un altro modo di far sport in un altro modo. E, indubbiamente, il sistema era alimentato anche da squadre che, di fatto, non sono amatoriali, ma semiprofessionistiche e che ingaggiano ex professionisti. L’esasperazione ha portato una parte di amatori veri a voler emulare, scimmiottare il mondo del professionismo: e così, ecco la degenerazione che porta persone a sacrificare anche famiglia e lavoro, oltre alla salute, per tentare di star dietro a questi ex professionisti che, inevitabilmente, hanno altri ritmi e altre gambe, oltre che un’esperienza nella guida del mezzo che gli amatori non possiedono».

Foto di Roberto Bettini: Santilli con Mauro Vegni (direttore del Giro d'Italia) e Renato Di Rocco (presidente della Fci)

Foto di Roberto Bettini: Santilli con Mauro Vegni (direttore del Giro d’Italia) e Renato Di Rocco (presidente della Fci)

Sono parecchi i risvolti di questa degenerazione, sia dal punto di vista della sicurezza, sia dal punto di vista della salute: «Uno, poi, va a pensare che un cicloamatore arrivi a doparsi per cercare, in qualche modo, di riscattare frustrazioni nella vita. In realtà, nella mia esperienza da procuratore, ho constatato che non è sempre così: ci sono stati anche casi di doping, nel mondo amatoriale, di persone con una vita impeccabile al di fuori dello sport». Per cui, vien da pensare che è il sistema che domina in certe fasce di cicloamatori a essere completamente degenerato: ci si convince, evidentemente, che il ciclismo sia quella roba lì, fatta di risultati a ogni costo, di farmaci e allenamenti esagerati, di sacrifici fuori da ogni logica e di rischi.

Tuttavia, il cambiamento di mentalità che la riforma di Santilli vorrebbe favorire, insiste parecchio sulla questione degli ex professionisti che si confrontavano in gara con gli impiegati e la gente comune… «Con questo non si vuole demonizzare gli ex professionisti, tuttavia lo spirito di emulazione è pericoloso».

 

Se le granfondo sono una festa, perché non eliminare le classifiche?

L’esasperazione, tuttavia, esiste anche senza ex professionisti in gara. Un gesto coraggioso? Perché non eliminare le classifiche dalle granfondo? Se il problema è l’eccesso di competizione, non è meglio eliminarla, soprattutto in manifestazioni che nascono come promozione di un territorio? «Come organizzatore della granfondo di Roma, ho provato a limitare l’agonismo. Tuttavia, i cicloamatori sono sempre molto legati alle classifiche. C’è anche un agonismo sano, secondo me, poi ci sono comunque delle derive: ci si dopa anche dal millesimo classificato in giù, per battere il collega o compagno di squadra, purtroppo. Tuttavia, limitare gli eccessi, il troppo agonismo, può essere una strada: magari istituendo le classifiche solo in alcuni tratti, su qualche salita, per esempio. E annullando la gara nelle discese, per cercare di limitare i rischi per la sicurezza».

Cyclists climbing the Gardena Pass during the Maratona dles DolomitesE la proposta del ct Cassani? Le granfondo e i cicloamatori possono aiutare economicamente il settore giovanile, in Italia? «L’idea è interessante, conosco Davide da molti anni e si discute assieme di questa idea, ormai da anni. Il professionismo e i settori giovanili soffrono e, indubbiamente, il mondo amatoriale può essere un traino. Però occorre studiarne la forma: non trovo giusto far pagare il conto sempre ai cicloamatori. L’idea di Cassani, di finanziare i settori giovanili con le granfondo, è bella, ma non lo imporrei come obbligo. Anche perché non si creda che le granfondo siano così ricche: queste manifestazioni costano parecchio. Il cicloamatore non è un soggetto da strizzare: tuttavia, è giusto che il mondo amatoriale e il resto del ciclismo dialoghino maggiormente».

 

Milano«Ero un agonista sfegatato, poi un bel giorno ho iniziato a pedalare con mia figlia»

Granfondo e cultura: l’esasperazione porta a offuscare certi valori. Le granfondo nascono per far conoscere un territorio, per creare aggregazione e spesso diventano una corrida: «Vero, ma la mentalità si può cambiare. Io ho scoperto la bicicletta a 50 anni, folgorato da questo mezzo straordinario. E sono sempre stato un agonista sfegatato, lo ammetto. Poi, un bel giorno ho cominciato a pedalare con mia figlia, che ha 25 anni, e la prospettiva è cambiata. Per esempio, io ho corso tante volte la Maratona delle dolomiti, ma un giorno mi sono sentito un idiota: perché mi sono accorto che nemmeno le guardavo, le dolomiti. Ero in uno dei luoghi più belli del mondo e nemmeno me ne rendevo conto. Poi, pedalando su quel percorso con mia figlia, a ritmo più tranquillo, mi sono gustato totalmente la giornata, immerso in un contesto meraviglioso».

 

La manifestazione di #salvaiciclisti, organizzata a Roma nel 2012 a Roma si svolse un raduno promosso dal movimento spontaneo #Salvaiciclisti che portò ai Fori Imperiali 50.000 persone. Quel mondo e il ciclismo amatoriale e agonistico sono ancora troppo distanti

La manifestazione di #salvaiciclisti, organizzata a Roma nel 2012 a Roma si svolse un raduno promosso dal movimento spontaneo #Salvaiciclisti che portò ai Fori Imperiali 50.000 persone. Quel mondo e il ciclismo amatoriale e agonistico sono ancora troppo distanti

Dalle città e dalle nuove generazioni, i ciclisti su cui scommettere

Come conferma l’aneddoto di Santilli, oggi c’è un pubblico nuovo, ci sono giovani e meno giovani che scoprono la bicicletta e la usano, ma non hanno niente a che vedere con i cicloamatori esaltati… «E queste persone sono la maggioranza. I cicloamatori, contando quelli tesserati, non arrivano a 100.000 in tutta Italia. Tuttavia gli italiani che vanno in bici sono milioni. Il mondo amatoriale è vecchio, oggi bisogna guardare a quanto accade intorno: solo a Roma, città difficile per le bici, ci sono 170.000 persone che pedalano quotidianamente. La mobilità e il cicloturismo sono temi importanti: il vero target, per il futuro, è quello. Il ciclismo amatoriale oggi non dialoga con quella realtà, ma la cultura ciclistica, secondo me, deve unire tutte le realtà. Penso a quanto accade a Londra, per esempio: lo scorso anno è stata organizzata la Ride London con 20.000 persone. E tra queste il sindaco, Boris Johnson, che si è fatto 160 chilometri pur non essendo particolarmente atletico: il suo esempio, visto dalla gente, è straordinario. Perché dimostra che in bici, ci si può andare con qualsiasi condizione di forma e allenamento».

Tra i cicloamatori e i pedalatori urbani, in Italia oggi c’è un abisso: eppure, punti d’incontro, ce ne sarebbero. Basta cercarli e fare, finalmente, rete.

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