Un’intervista a Claudio Marinangeli e Mario Zangrando sul tema caldo della settimana

di Guido P. Rubino

Corridori, granfondo o cicloturistiche? In Italia c’è di tutto, succede di tutto. Capita di vedere gente saltare i ristori per “fare il tempo” all’Eroica (che è una cicloturistica senza ordine d’arrivo) ma anche i gruppi di amici che si fermano all’osteria nella granfondo dove i primi tengono medie da Giro d’Italia e sono pronti a giocarsi tutto in volata. Poi ci sarebbero le gare amatoriali, quelle che, saggiamente, la Federazione aveva pensato per chi voleva togliersi lo sfizio dell’agonismo su distanze alla portata di chi nella vita dovrebbe fare altro come primo lavoro.

Le granfondo con l’ordine d’arrivo, iniziato quasi per gioco, si sono trasformate presto in qualcos’altro. Ne abbiamo parlato con due che di granfondo se ne intendono. Claudio Marinangeli e Mario Zangrando, rispettivamente organizzatori dell’Eroica e della Granfondo Stelvio Santini, ma sopratutto pedalatori di gare, cicloturistiche e randonneur. Zangrando ha anche organizzato tappe del Giro d’Italia, Marinangeli la Granfondo di Firenze. E potremmo proseguire perché sono due che il ciclismo lo hanno visto e vissuto da tutti i punti vista.

«Pensa che colpe che ho io – esordisce col botto Claudio Marinangeli – sono stato uno dei primi a portare i professionisti nelle granfondo.
«Si stava esasperando tutto – prosegue – e allora per spegnere i soliti che ormai stravincevano tutto e si atteggiavano a professionisti… facemmo in modo di farli confrontare davvero con i pro’. Poi si fece lo squadrone, Parkpre, Biasci e cosi via. Ma allora si poteva fare tutto e gli unici che si lamentarono furono quelli cui era stato tolto il giocattolo. Insomma, fu una provocazione ma servì a quello che immaginavo: calmare la situazione perché ridimensionò quelli che fino a quel momento facevano il bello e il cattivo tempo».

Le cose, poi, sono cambiate, è nata l’Eroica che ha interpretato perfettamente lo spirito di chi vuole pedalare per il piacere di stare insieme godendosi bicicletta e paesaggio. Nelle granfondo si è andati verso una deriva pericolosa e Marinangeli rilancia:

«Io adotterei i sistemi dell’atletica: farei correre tutti insieme, con i pro’ davanti. Così chi vince su certi percorsi è chi ha pieno titolo, gli altri guardano il proprio tempo ma non la classifica. Per non parlare poi delle diverse classifiche…

– In che senso?

«Quando correvo in bicicletta, fino tra i dilettanti, ad alzare le braccia era chi passava per primo sotto il traguardo, fine. Oggi vedo alzare le braccia in mezzo al gruppo. Che senso ha? Al di là della cosa buffa, le varie classifiche aggiungono agonismo anche in posizioni dove converrebbe passeggiare.

Poi ci vuole una blacklist degli squalificati e chi è fuori corsa non può mettersi sul percorso al pari delle automobili non autorizzate. Chi contravviene compie un reato penale e può essere allontanato dalla forza pubblica».

Sulla stessa linea, a favore solo dei tempi e magari calcolati solo in determinati punti del percorso, è anche Mario Zangrando. Tra randonneur e cicloturistiche ha avuto modo di incontrare parecchi ciclisti del resto d’Europa e conferma che «Un certo tipo di agonismo esasperato non fa parte di chi viene in Italia a pedalare da fuori, ma è giusto che chi si voglia misurare con gli altri possa farlo, magari prendendo i tempi solo di alcuni tratti, certe salite famose, oppure settori di percorso prestabiliti, ma senza l’impeto agonistico per tutta la manifestazione.

«A me piacerebbe eliminare proprio le classifiche a favore solo dei tempi – prosegue – partenza alla francese e non c’è quella sfida diretta che poi è la fonte di tanti problemi e pericoli.

«Il problema è che spesso l’agonismo è una questione di mentalità e in una granfondo non dovrebbe avere senso. E via pure i professionisti. Almeno che facciano diversi anni di stop. Che senso ha che un professionista di fatto vada a battere l’idraulico o l’impiegato?

«Il rischio è anche di stufarsi presto. Ho conosciuto ciclisti che hanno fatto per anni una vita sacrificata, poi si sono stufati e hanno messo via la bici. Non voglio cacciare i professionisti alle granfondo, ma solo se sono un motivo di confronto, non di sfida, altrimenti servono solo ad esasperare la situazione.

«Poi mi piacerebbe che ci fosse mediamente più cultura, che dalle granfondo passassero messaggi utili, dal casco all’educazione stradale.

Finisci di parlare con due organizzatori che hanno passato la storia delle granfondo e poi ripensi alla situazione attuale delle manifestazioni italiane. Viene da restar male, cadono le braccia. Però poi pensi che se ci sono anche organizzatori così e tante persone che se ne infischiano delle classifiche per il gusto di pedalare con gli amici, e al massimo usare le classifiche per prendersi un po’ in giro al bar, una strada forse già c’è. Bisogna solo capire se la maggioranza è fatta da quelli che urlano di più oppure no.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.