Zouflia Zabirova con le ragazze dell'Astana Be Pink, un progetto italo/kazako voluto da lei e dal team manager Walter Zini

Zulfia Zabirova con le ragazze dell’Astana Be Pink, un progetto italo/kazako voluto da lei e dal team manager Walter Zini

Di Lorenzo Franzetti

Il cerchio si chiude, la storia ricomincia. Zulfia, la mamma, Angelina, la figlia: varcheranno la soglia di una scuola di ciclismo, a Lugano. Il viaggio riparte, a 6.000 chilometri e 40 anni da dove è cominciato. Punto di partenza, Tashkent, capitale dell’Uzbekistan: «Immaginavo il mio futuro in acqua, credevo di poter diventare una nuotatrice». A oggi è ancora la prima e unica donna uzbeka ad aver vinto una medaglia d’oro a un’Olimpiade: non nel nuoto, nel ciclismo. Accadde nel 1996, ad Atlanta.

«È stato davvero un lungo viaggio, il mio. E oggi rifletto molto: tutto aveva un senso e ne sono felice, perché la mia storia è un insieme di scelte, di fatti, di fatiche, soddisfazioni, delusioni, chilometri pedalati, aerei presi o persi. Fino a qui, dove il destino mi ha regalato Angelina, mia figlia».

Zoulfia Zabirova ha gareggiato fino al 2008

Zulfia Zabirova ha gareggiato fino al 2008

È una splendida quarantenne, Zulfia Zabirova, dai lineamenti orientali e dal portamento elegante: «I miei genitori hanno origini tartare», racconta davanti a una tazza di tè, in un bar di Mendrisio. Nata in Uzbekistan, cresciuta nella Russia comunista, oggi è kazaka: «E anche in Kazakistan, apro la strada». Da Astana parte un progetto: far crescere il ciclismo in quel paese. Intanto, mette le basi in Europa, con una squadra femminile, l’Astana Be Pink, che ha un’anima italiana (buona parte delle atlete, il team manager e lo staff tecnico), ma con radici a Oriente. Per dare frutti nei prossimi anni: «Le ragazze kazake che corrono in bici sono ancora poche: in tutto il Paese, credo che siano una quarantina circa. Però ora c’è un punto di riferimento, una squadra: nella quale abbiamo anche quattro atlete kazake. In più ci sono io, che metto a disposizione la mia esperienza, tutto quanto ho imparato: perché per una ragazza kazaka, venire in Europa a correre è un po’ come aprire una porta su un mondo nuovo e sconosciuto. La stessa cosa è capitata a me, molti anni fa, quando sono partita da Tashkent».

Nove mesi dopo la sua quarta Olimpiade, quella di Pechino, nacque Angelina

Nove mesi dopo la sua quarta Olimpiade, quella di Pechino, nacque Angelina

La bicicletta, il primo amore: Zoulfia Zabirova ne parla così… «È stato un vero colpo di fulmine. Avevo 13 anni, quando mi sono innamorata della bicicletta: ero in Russia, non lontano da Mosca, per le vacanze estive con la scuola dello sport. Io facevo nuoto e, in quella vacanza, trascorsi tre mesi bellissimi: vicino al nostro albergo c’era un velodromo. E lì nei dintorni c’erano tanti ragazzi che giravano in bici, si allenavano e si divertivano. Ricordo che chiesi a un ragazzo di farmi provare la sua bici: non avevo mai pedalato su una bicicletta da corsa. Fu una sensazione che non dimenticherò mai».

Una ciclista musulmana: e la prima a vincere un oro olimpico

Zouflia Zabirova, oggi: vive ad Agno, nel Canton Ticino

Zulfia Zabirova, oggi: vive ad Agno, nel Canton Ticino

“Voglio fare la ciclista”, le idee le aveva chiare: tutto il resto non era così semplice, perché mai nessuna donna in Uzbekistan ci aveva provato, perché in un paese musulmano  una donna in bicicletta faceva ancora scandalo, perché il ciclismo non era e non è uno sport molto popolare in Uzbekistan: «Da bambina avevo imparato ad andare in bici grazie a mio nonno, lui aveva una specie di rampichino che per me era troppo grande. Mettevo i piedi sui pedali e m’infilavo tra i tubi del telaio, tenendo il manubrio, perché sulla sella non ci arrivavo».

La famiglia non si oppose mai, nonostante nel suo Paese non fosse facile scegliere il ciclismo, essendo donna: «Mia mamma è sempre stata orgogliosa, all’inizio mi ha lasciato fare, poi quando sono arrivati i primi risultati ha capito veramente che ne valeva la pena».

L’integralismo islamico ha un po’ complicato le cose? «Più che l’integralismo, è stata l’idea di fare qualcosa di nuovo, a creare qualche disappunto: io sono musulmana e ce l’ho fatta a correre in bicicletta, a differenza di altre donne in paesi islamici più conservatori. Yuttavia, anche io, all’inizio della mia carriera ho avuto qualche preoccupazione. In certi quartieri, per esempio, non passavo mai in bici, per evitare il rischio di essere presa a sassate da qualcuno».

La prima bici: un premio dopo aver vinto una gara di nuoto e una corsa a piedi

Il ciclismo fu inizialmente una materia scolastica: «Dal nuoto a ciclismo, fu la mia scelta. E a Tashkent eravamo soltanto due ragazze ad avere scelto la bicicletta: io e un’amica, Giulia, che non pensava di diventare una campionessa. Il suo sogno era di poter aprire un proprio salone di parrucchiere: l’ho sentita qualche giorno fa, ci è riuscita. Vive in Russia e fa la parrucchiera. A scuole, noi due, dovevamo allenarci e gareggiare con i maschi. E ricordo, quando arrivai a scuola: passarono molti giorni prima che il nostro istruttore, Sergey, ci consegnasse le bici. Una cosa che attirava noi ragazzi, naturalmente era che avevamo diritto a una bicicletta da corsa. Ma quello era una sorta di premio che potevamo avere dopo aver superato test multidisciplinare: i primi tempi, infatti, anche se eravamo a scuola di ciclismo, dovevo fare gli esami di nuoto e vinsi anche una corsa a piedi. Inoltre, c’era molta teoria, soprattutto sulle regole e il codice della strada: per imparare a muoverci correttamente in allenamento. Solo dopo questi test, ci diedero le bici: io avevo un modello da corsa giallo».

«L’oro all’Olimpiade, mi ha rivoluzionato la vita»

Con la fine dell'Urss, Zoulfia è emigrata in Russia, poco prima di vincere l'Olimpiade (1996). Dal 2005, ha preso invece la cittadinanza kazaka e oggi segue un progetto di sviluppo del ciclismo femminile, da Astana all'Italia

Con la fine dell’Urss, Zoulfia è emigrata in Russia, poco prima di vincere l’Olimpiade (1996). Dal 2005, ha preso invece la cittadinanza kazaka e oggi segue un progetto di sviluppo del ciclismo femminile, da Astana all’Italia

Correva su pista, inizialmente, e pedalata dopo pedalata, Zulfia iniziò il suo giro del mondo: «Prima volta all’estero, in Inghilterra, ai campionati del mondo juniores: vinsi la medaglia di bronzo nell’Inseguimento. E poi non mi sono più fermata. Dalla cittadinanza russa fino al giorno che cambiò la mia vita: il trionfo olimpico». Vinse nella cronometro, una medaglia d’oro che resta un pezzo di storia per il suo paese, l’Uzbekistan, anche se conquistato con la maglia della nazionale russa. «Ad Atlanta, fu un giorno meraviglioso, di quelli impossibili da dimenticare: in ogni particolare, dalle emozioni ai consigli di Ugrumov, il mio allenatore, ai consigli di Vinokourov, mio coetaneo che ora mi ritrovo come punto di riferimento del team Astana maschile». L’oro al collo e la valigia: destinazione Italia, Europa. Fino a prendere casa in Svizzera, per amore: «Ma anche perché trovo questi posti, tra i laghi e le montagne, davvero  meravigliosi, perfetti per me».

Quattro Olimpiadi e un progetto che parte dal Kazakistan

Quattro Olimpiadi in carriera con un oro, ma anche un titolo iridato a cronometro, un Giro delle Fiandre, due successi alla Primavera rosa, quella che era la Sanremo femminile, palmarès da grande campionessa. E ora, il nuovo incarico, nell’Astana Be Pink, per aprire la strada, come ha saputo fare altre volte: «C’è molto da lavorare, ma essere un esempio, mi fa molto piacere. In Kazakistan il ciclismo femminile crescerà molto nei prossimi anni. Ora, vedo che caratterialmente le ragazze che corrono laggiù sono molto chiuse, timidissime. L’Astana Be Pink è la loro chance, ovviamente per le migliori che riusciranno a crescere bene».

A quarant’anni, il suo percorso continua: «Ho visto tutto il mondo, il ciclismo mi ha dato moltissimo. Io amo viaggiare, grazie allo sport ho potuto vedere molti Paesi: quando ti confronti con il mondo, migliori, cresci anche tu. E poi, il ciclismo è una grande scuola di vita a cui sono riconoscente: e anche se sono in poche le donne che riusciranno a emergere, io lo consiglio ugualmente. Perché t’insegna ad affrontare le difficoltà: il ciclismo è uno sport che t’impone di rispettare le regole, che t’insegna a convivere con la fatica, i sacrifici, che ti abitua a conquistare i tuoi obiettivi con il massimo dell’impegno. E poi, il ciclismo mi ha portato fino a qui: senza il ciclismo, non ci sarebbe nemmeno Angelina, la mia gioia più grande».

E ora spazio alla nuova generazione

Angelina si prepara a entrare, per la prima volta, in una scuola di ciclismo, molto diversa da quella che c’era a Tashkent: «Ha solo 5 anni, ma già vuole imparare. Angelina, mia figlia, è nata e vive in una realtà totalmente diversa dalla mia. Sicuramente le ragazze qui, in Italia e in Svizzera, hanno più chances, la bicicletta è una bella gioia: altrove non tutte hanno queste opportunità, ma una porta che si apre c’è sempre. E poi ti ritrovi sulla strada, che è lunga e faticosa per tutti: se hai testa e fortuna, poi andare molto avanti».

E questa è la piccola Angelina, che ama la bici alla follia e ha già chiesto di andare a una scuola di ciclismo

E questa è la piccola Angelina, che ama la bici alla follia e ha già chiesto di frequentare una scuola di ciclismo

La lunga strada di Zulfia Zabirova prosegue: con un paio di rotelline tolte dalla bici della figlia…

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