di Gino Cervi, foto di Lorenzo De Simone

«Mi su no a ti, ma a mì me ciapa un magùn…». Avrà settant’anni, forse qualcuno di più. Cappelletto e giubbotto, che oggi sembra tornato l’inverno e c’è da ripararsi sotto la tettoia, e stringersi alla parabolica che sale come un muro di listelli di legno grigio. Chissà quanto forte devi pedalare per girare lassù in alto.

Lo chiedo al Piero Pambieri, milanese di viale Zara, tanta giovinezza passata in bicicletta, soprattutto sulla pista del Vigorelli, fine anni ’50, inizio ’60. «Sì, bisognava pedalare, e forte. Ma non era così difficile. Io, che facevo la velocità, ad esempio, sono caduto una sola volta, e perché mi ha portato giù uno che è caduto sopra di me, in curva…»

Scuote la testa, il Pambieri: «Nel 1997 il Comune di Milano ha speso fior di soldi, soldi pubblici, centinaia di milioni di lire di allora, per rimettere in sesto la struttura: le travature della pista, i listelli, e poi per rendere ignifughe le strutture in ferro delle tribune e delle coperture; e poi le tribune, le facciate e i locali interni, spogliatoi e via… E per cosa? Per farci due o tre riunioni… Poi più niente, il silenzio, l’abbandono. E la Federazione che non muove un dito… Che tristezza, che vergogna. Se penso alla gente, a migliaia, che veniva, il mercoledì, alle riunioni su pista, sessant’anni fa. Ci trovavi la passione dei milanesi per la bicicletta, e per la pista…»

Pambieri è stato un buon dilettante e il Vigorelli, come per tanti altri suoi coetanei, è stata un po’ la sua seconda casa. Qualche vittoria, tante gare tirate fino all’ultimo: ma quel che contava era la pratica, quotidiana, appassionata. Mai esasperata. Vincere sì, contava anche allora. Ma si correva per il gusto di correre e di confrontarsi. «Io avevo uno sprint lungo, mi mancava il rush finale. Dovevo anticipare la volata: vede, partivo là, alla fine della penultima curva. Sparavo a tutta per 300-250 metri. Qualche volta andava bene. Spesso mi rimontavano. Soprattutto se toccava confrontarmi col Vanni, Vanni Pettenella. Un amico, lui di Bruzzano, io di viale Zara: ci allenavamo insieme, ma contro di lui, in gara, non c’era mai storia. Troppo forte.»

Il giorno di apertura del Vigorelli, nelle giornate di primavera – si fa per dire, sembra novembre… – del FAI, arrivano a frotte a visitare la “Pista magica”. In mezzo c’è il verde sintetico del campo da football americano. Pazienza. Se questo è il modo di tenerlo aperto, di tenere in vita un mito come il Vigorelli va bene anche così. Però non basta.

Vengono a frotte i vecchi pistard, come a visitare un vecchio amico, un po’ malandato, con l’emozione di chi si ricorda con nostalgia di quando era tirato a lucido e il timore di leggergli negli occhi i giorni, forse le ore contate.  Me li presenta, uno a uno, Gianni Bertoli, memoria storica di questo posto, anche se lui, mezzacalzetta, come si definisce, al Vigorelli non ci ha corso, o ci ha corso poco. «Ma si veniva qui anche solo per parlare, per ascoltare le storie. Era il nostro bar. Questo è il Carletto Capra, genio e sregolatezza. Fosse stato più attento a fare una vita da atleta, non avrebbe sfigurato al confronto coi migliori. Il Carletto annuisce malizioso: si vede che sottoscrive il motto di Renzo Zanazzi che commentava così, rivolgendosi al fratello Valeriano, le raccomandazioni dell’Avocatt Pavesi, quando erano giovani atleti della Legnano: «Uei Valeriano, quel lì l’è mat: gh’emm vint’ann e ne dis de ciulà no…»

Dino Galanti è ancora lustro come un bel violino stagionato. Gianni Bertoli lo chiama l’uomo da un milione di chilometri. Tanti ne ha fatti nella sua vita da ciclista: oggi, 22 marzo 2014, nell’anno in corso ne ha fatti già quasi 6000; la media è di circa 20.000 l’anno; se si considera che pedala da più di cinquant’anni… il conto è presto fatto, e probabilmente per difetto. Il Galanti ha in mano delle foto. Premiazioni al Vigorelli. La mitica Società ciclistica Azzini.

Arriva una bella signora che dice: «Mi ricordo anch’io dell’Azzini. Me ne parlava sempre mio papà. Però lui correva per lo Sport Club Genova, i rivali di sempre…». «Come si chiamava suo padre?» le chiede il Galanti. «Mio papà era Primo Bergomi!»… Stupore, ammirazione tra i presenti. Primo Bergomi, milanese di via Tortona, classe 1917, è stato campione italiano di velocità tra i professionisti nel 1940, nel 1943 e nel 1945, dopo esserlo stato tra i dilettanti nel 1939. Memorabili suoi duelli su pista, al Vigo, con Italo Astolfi, l’amico-rivale. Racconta la signora Daniela Bergomi, che è tornata a visitare il Vigorelli con la figlia e il nipotino: «A mio papà piacevano le corse su pista. Ma di soldi ce n’erano pochi, anche per il biglietto d’ingresso. L’unico modo per poterci essere era… correre. Fu così che provò una volta. Gli diedero una bicicletta che era tre misure più piccola della sua. Ma c’era la stoffa e strabiliò tutti in quella prima gara. Lo vide anche il signor Brambilla, titolare della BSA, mitica casa produttrice milanese. Che lo prese da parte e gli chiese: “Te piasariss curr cunt ona mia bicicletta?”. Rispose mio papà: “Sciur Brambilla, mi piassariss sì, ma i sò biciclett cùsten tropp per i mè tasc”. “T’ho minga dumandà se te voeuret cumprà ona mia bicicleta; t’ho dumandà se te voeuret curr!” fu la replica del sciur Brambilla. Mio papà non credeva ai suoi occhi: uno dei migliori costruttori milanesi gli offriva di correre con una sua bicicletta. Si misero d’accordo, scelse una cromata e chiese quando doveva passare per le misure. Rispose il Brambilla, squadrandolo da capo a piedi: “Tì pensa a curr, che a fa i biciclett ghe pensi mì”. Quando tornò la bici era già pronta, perfetta, senza bisogno di prendere le misure…»

Storie da Vigo. Ce ne sarebbero un’infinità da raccontare, anche di quelle che non parlano di campioni del mondo e record dell’ora. Sarebbe ora che qualcuno cominciasse a raccoglierle in un libro. E Gianni Bertoli, con le storie minori, ma non per questo meno importanti, dei suoi amici pistard Piero Pambieri, Dino Galanti, Carletto Capra, Federico Fontana e Enrico Castoldi, sarebbe l’autore giusto. Sono tutti lì, che si fanno fotografare con Sante Gaiardoni, che ha più aneddoti che scatti, e la Mery Cressari, che cinquant’anni fa al Vigo fece il record femminile dei 100 km.

Mi giro per dire al Gianni della mia idea, intanto che lui sta indicando al Pambieri un punto delle tribune: «Te se regordet? Sérum là quand ad aspettare l’arrivo del Lombardia del ’56. Non avevamo mica capito chi fosse quel che avesse bruciato il Fausto sul filo del traguardo. Darrigade quel giorno portava il cappellino che gli nascondeva la pelata biondiccia…».

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.