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Di Lorenzo Franzetti – Foto di Guido Rubino

«Per fortuna che xè i Mericani e xè i coreani, se devo spetar gli italiani, g’avevo già finì». Carlo Gemmati, terza generazione di mani che saldano e fresano. Terza generazione di mani callose e passione ciclistica autentica.

I Gemmati e quei sette tubi, che diventano un telaio di bicicletta: una storia lunga quasi un secolo, iniziata nel 1919, tanti capitoli che potrebbero essere un grande romanzo: ma il romanzo, dai Gemmati, te lo leggi dentro le mura di una cascina diventata fabbrica.

«Vede cosa g’ho scrito su la casa? Velocipedi. E non automobili».  A Teglio Veneto un giorno arrivò Leopoldo Pirelli, in motoretta, che proponeva l’affare del secolo, vendere pneumatici per auto, ma lui lo rimandò a casa senza troppi complimenti, perché a Umberto Gemmati, il fondatore, quella storiella sul futuro dell’automobile proprio non lo convinceva.

A Teglio Veneto tira un vento gelido che sa di Friuli, un villaggio e un dialetto a metà strada tra due regioni, tanta gente che lavora. Tutto cominciò da lì, da una casa che diventò fabbrica, con Umberto, poi Mario e, infine, Carlo. Cicli Iride, una fabbrica che nel primo dopoguerra dava lavoro a 74 operai più tanti altri a giornata o direttamente a casa propria, perché a Teglio Veneto le case erano racchiuse in poche strade. Oggi un po’ di più, oggi sono cambiate molte cose sì: «Sono rimasto io e due tosi». Tre persone, più la signora Flavia, la mamma: la maestra del paese che, a metà della sua vita, rinunciò al posto fisso e andò a lavorare con i telai e le biciclette.

22022013-IMG_3766Gemmati, Iride, biciclette, dentro a pochi spazi. Il romanzo non lo trovi su pagine di carta, ma è scritto lì, capitolo dopo capitolo, sulle pareti, sul pavimento, sul soffitto: i personaggi prendono forma dalle parole e dalle memoria, ma anche e soprattutto da cento, mille foto ingiallite, vecchi poster alle pareti, biciclette di ogni età. Anche la polvere sa di storia, lì dentro. Anche la dima e la saldatrice.

Carlo monta le ruote e si ricorda di Coppi che, in Italia, è un po’ come Garibaldi: ha ispirato leggende ovunque, ha dormito in migliaia di letti in tutto il paese, ha cavalcato centinaia di biciclette. «Ma su questa ha pedalato davvero». E ne mostra una, appesa a una parete. «Solo pochi giri di pista, certo, per l’inaugurazione del velodromo di Portogruaro».

Storie di vecchi pistard e gregari di provincia, di vittorie incredibili e di cotte micidiali. Carlo salda i telai e scrive un nuovo capitolo del romanzo: «Con l’acciaio, la storia e le bici non finiscono in poco tempo. Oggi si vendono poche bici, ma si restaurano anche quelle vecchie. Perché ci si è accorti di quanto erano belle».

Esporta in America, in Asia, lavora per pochi intenditori: handmade bicycles, bici fatte a mano , da un grande maestro. Che sarebbe bello sentire raccontare per ore. Che bello ascoltarlo e farti insegnare. Quattro pareti impolverate, foto ingiallite e un’arte tramandata con passione, perché fare biciclette a mano è un’arte, che diventa globale… «Taiwan, Corea, Merica, mi ci vorrebbe quel cavolo di internet, ma qui è come in Burundi. La mia casa è ancora senza linea, non mi hanno ancora collegato al mondo. Si fa tutto come sempre, si arriva in Merica lo stesso».

Si fa tutto come sempre, tutto è senza tempo, come la signora Flavia che fa i conti in un ufficio che emana poesia, come Carlo che salda in un’officina che sembra un quadro fiammingo.

Sghei? Pochi. Tasse? Tante. Burocrazia? Troppa. Passione? «Quella la xè sempre, solo quella»

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Una risposta

  1. Gino Cervi
    Gino Cervi

    Grande reportage, testo e foto degni del miglior artigiano telaista. Secondo me è da cycle! 3. Cordenons, partenza della 10a tappa del Giro è a 40 km da Teglio Veneto. g

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