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Lauretta e Marta Binda nella casa di famiglia, a Cittiglio, con una bicicletta che papà Alfredo regalò alla nipote Alice

«Il ciclismo?  Non è roba da donne». Lo diceva Alfredo Binda: e il destino ha voluto che proprio a lui, al Campionissimo di Cittiglio, venisse intitolata la gara più importante del ciclismo femminile in Italia.

«Forse, però, se vedesse le belle ragazze che pedalano oggi, cambierebbe idea: me lo immagino sorpreso e direbbe: “però che bei tusànn”»: Lauretta Binda sorride al pensiero del padre campione che non vedeva di buon occhio le donne sulle biciclette da corsa. «Papà Alfredo era un uomo del suo tempo: nacque nel 1902, praticamente fine Ottocento. La donna di quelle generazioni aveva un ruolo ben preciso in famiglia e il ciclismo non era certo uno sport pensato per le donne, a quei tempi».

Ai piedi del Cuvignone, c’è ancora l’antica casa di Binda, a cui si accede attraverso un ponticello di legno: oggi come ai tempi di Albino e Alfredo ragazzi, che pedalavano in lungo e in largo per le valli varesine, per poi far ritorno lì. Oggi, la casa è ancora quella di allora e ci abitano nei fine settimana le figlie Lauretta e Marta che mai hanno pensato di poter diventare, un giorno, atlete del ciclismo, come il padre: «Non era una nostra fantasia – racconta Marta -, anche se oggi la bicicletta è una compagna quotidiana a Milano. Papà, però, diceva che in città era troppo pericoloso. Oggi c’è un’altra cultura».

Lauretta e Marta Binda con papà Alfredo e mamma Angela (foto archivio di famiglia)

Lauretta e Marta Binda con papà Alfredo e mamma Angela (foto archivio di famiglia)

Il ciclismo era il pane quotidiano in casa Binda, ma le gare sono sempre state tabù, anche perché lo stesso Alfredo, dopo aver chiuso la carriera da corridore, non è più risalito in bicicletta. Lauretta Binda non aveva principesse e cavalieri nelle sue fantasie di bambina: «Non erano Cappuccetto Rosso e Biancaneve, le  fiabe che ci raccontava: lasciava ad altri questo compito. Le sue erano storie di ciclismo, storie di uomini che pedalavano su strade polverose, storie di campioni e gregari, di affanni e tormenti, immagini vive nel ricordo se gli scorressero di fronte in quel momento». La memoria non sbiadisce, papà Alfredo era così, affettuoso con le figlie, devoto con il suo mondo, fatto di biciclette: e i ricordi più belli? «Più ancora di quelli da corridore, lui ricordava le sue imprese da commissario tecnico: ha vissuto in prima persona la rivalità tra Coppi e Bartali, ha toccato con mano certe vicende, alcune le ha conosciute solo lui».

E le donne? «Non erano fatte per il ciclismo, troppo faticoso, diceva lui. Non lo pensava proprio come uno sport femminile, anche perché le prime atlete che si vedevano negli anni Sessanta erano piuttosto mascoline. Però oggi le cose sono cambiate, le ragazze in bici, comprese quelle che gareggiano sono un’immagine che ispira bellezza. Credo che papà Alfredo avrebbe cambiato idea, oggi ci sono atlete che anche a livello tecnico, e non solo estetico, sono molto forti. Un altro mondo».

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Cimeli conservati dalle figlie: gran parte dei ricordi e degli oggetti sono conservati al museo di Cittiglio

Ben diverso da quello di Alfonsina Strada che gareggiava con lui: «La conosceva, Alfonsina, ma me ne parlava come di un personaggio strano, come di una donna stravagante, che faceva cose fuori dal normale. E di fatto, per quel mondo, era così».

Un mondo che a Cittiglio, il suo borgo natale nel cuore del Varesotto,  considerava le donne scandalose: tanto che gli anziani ricordano ancora le prediche di fuoco del parroco, nei primi anni Cinquanta, quando la maestra del paese fu la prima donna a girare in bicicletta e venne additata come cattivo esempio di moralità. Oggi, invece, quel paesino è la capitale italiana del ciclismo femminile.

Nel cortile di casa Binda, sempre a Cittiglio, Lauretta e Marta impararono ad andare in bicicletta: «Ci comprò due biciclettine, rigorosamente Legnano perché lui era legato a quella casa, e imparammo qui, sotto i suoi occhi». Oggi, in quella casa, c’è ancora una mini Legnano che Binda comprò per l’unica nipote che riuscì a conoscere, Alice, figlia di Marta: «Andammo tutti insieme a porta Genova, dove c’era il negozio della Legnano e prese la più piccola bicicletta in bottega, la più carina». Oggi, la nipote Alice pedala su una specialissima da corsa, non ha mai gareggiato, ma il vento in faccia mentre pedala le regala l’emozione unica di ogni ciclista. E avrà faticato sulle strade che tanto amava nonno Alfredo: «Quando da ragazze, fidanzate, si facevano le prime gite in bicicletta – ricorda Lauretta -, papà si divertiva a consigliarci le strade da fare, perché noi non e conoscevamo. E spesso e volentieri ci dava indicazioni di percorsi durissimi, dalla Ferrera al Brinzio, ovvero sulle salite che lui faceva in allenamento. E ridacchiava quando vedeva ritornare a casa mia sorella Marta, con la faccia stravolta dalla fatica».

Lauretta e Marta Binda, oggi

Lauretta e Marta Binda, oggi

Una donna sudata in bicicletta non era una bella immagine, secondo il campione di Cittiglio: oggi, le ragazze vengono nel suo paese a celebrarlo, a colpi di pedale e fatica: «Abbiamo un concetto di famiglia, ovvero, siamo convinti che ci sia un paradiso dei ciclisti, dove in questo momento papà Alfredo, starà sicuramente discutendo con campioni e gregari di ogni tempo, magari anche con Alfonsina Strada. E, certamente, da quel luogo apprezzerà queste donne». Le donne di Binda, oggi, sono tutto un’altra cosa.

 

 

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