di Giovanni Bettini

Non è la prima volta e forse non sarà nemmeno l’ultima. Vedere uno sportivo litigare in maniera infantile con gli avversari o con gli attrezzi del mestiere quando le cose non vanno secondo copione è quasi una prassi. Lo spettacolo offerto al grande pubblico del ciclismo dal velocista tedesco Marcel Kittel (Giant-Shimano), caduto a 2,6 km dal traguardo durante la terza tappa della Tirreno Adriatico, non ha fatto altro che confermare la tradizione dei “lanci a due ruote”.

La reazione di Kittel ha creato stupore unito ad una buona dose d’imbarazzo se si pensa che il corridore viene lautamente pagato proprio dall’azienda che si è vista scaraventare con furia animale sull’asfalto il suo miglior prodotto. Da annotare sul taccuino pure il fatto che di questi tempi sono in tanti i cicloamatori ai quali è permesso solo sognare una bici come quella del ciclista tedesco, al punto che il gesto di Kittel è suonato anche come una mancanza di rispetto nei confronti di tutti gli appassionati che risparmiano con fatica qualche euro alla fine del mese da poter investire sulla propria passione. Come spesso succede però, si guarda al gesto e non s’indagano le ragioni di un’azione che per il suo carattere stra-ordinario merita un’attenzione in più.

Per far luce sulla violenta reazione di Kittel abbiamo fatto qualche domanda al dottor Salvo Russo, psichiatra, psicoterapeuta e psicologo dello sport.

Dottor Russo, come può un ciclista di primo piano arrivare ad una simile reazione? La manifestazione fisica della rabbia può essere un’espressione di problemi psicologici insiti nella persona, ma non necessariamente. Di certo chi mette in atto un qualsiasi comportamento eccessivamente aggressivo e/o violento dimostra una scarsa capacità di self-control a prescindere dall’origine dell’emozione in oggetto Quale processo cerebrale-fisiologico attiva uno sportivo durante la competizione? Durante la gara, l’atleta vive uno stato di coscienza alternativo: la “trance agonistica”. All’interno della trance, sono esaltate le funzioni utili alla prestazione come la vista, più acuta, l’udito, selettivo e più sensibile, la forza che viene amplificata al punto da ridurre la soglia del dolore. Tutto ciò avviene a causa di una discreta quantità di adrenalina che fisiologicamente il nostro sistema endocrino mette in circolo per andare incontro alle necessità del momento. Per questo motivo la maggior parte degli atleti intuiscono solo a gara conclusa d’aver subito ad esempio una piccola frattura. Analizzando questo meccanismo, si possono osservare reazioni abnormi in gara rispetto al comportamento abituale dell’atleta al di fuori dalla competizione. C’è da dire, però, che un’alta concentrazione di adrenalina non giustifica di per sé la perdita del controllo del comportamento. L’adrenalina amplifica, ma non determina, i comportamenti di una persona soprattutto se questa non è contemporaneamente sotto l’effetto di qualche sostanza stimolante psicoattiva come le anfetamine e la cocaina Quanta paura c’è dietro ad una reazione come quella di Kittel? Tanta. Sembra che la maggior parte delle reazioni aggressive siano legate all’emozione-paura. Si attacca per primi come “legittima” difesa Possiamo definire “debole” un atleta che applica comportamenti che nulla hanno da spartire con lo sport? Non proprio, ma possiamo senza dubbio definire un atleta di questo tipo come una persona che si è dimostrata incapace d’attuare un adeguata padronanza di sé Quali dunque le possibili soluzioni per arrivare ad una adeguata gestione emozionale dell’evento inatteso, come per esempio, la caduta nelle fasi cruciali della corsa? L’ottima gestione emozionale deve essere vista come un traguardo più che un punto di partenza. L’atleta saprà gestire le proprie emozioni quando le conoscerà meglio e soprattutto se è in grado di conoscersi meglio. A questo scopo, l’atleta dovrà imparare ad avviare un dialogo interno positivo, chiamato “self talk”, nel quale tutto ciò che succede viene visto come possibilità e non come ostacolo. Esempio: caduta ad un km dall’arrivo. Dialogo interno di tipo uno: “Che sfortuna che ho! Ma doveva capitare proprio a me adesso? Maledetto circuito, strada, bici, ecc…”. Dialogo interno di tipo due: “Meno male: sembra che non mi sia rotto niente. Adesso recupero subito il tempo perduto arrivando al traguardo al più presto. Domani sarà la mia giornata!”. Molto probabilmente a prescindere dal dialogo interno, il ciclista caduto arriverà comunque al traguardo con un forte ritardo, ma lo stato d’animo legato al dialogo interno di tipo uno sarà decisamente peggiore di quello legato al dialogo interno di tipo due Dopo aver tagliato il traguardo quali possono essere, se ci sono, le conseguenze emotive e psicologiche di una reazione violenta ed improvvisa? Nella stragrande maggioranza dei casi dopo episodi come quello di Kittel, l’atleta può andare incontro a sentimenti di colpa. Tenterà in maniera più o meno celata di attuare comportamenti riparatori che intimamente avranno solo un effetto relativo Cosa ci può insegnare allora il “caso Kittel” ? Che ad un ciclista non servono solo doti tecniche, aerobiche e muscolari straordinarie, ma anche una maggior conoscenza di sé unita alla capacità di gestire le frustrazioni. Altrimenti, gli esiti spiacevoli arrivano agli occhi di tutti Possiamo dire allora che il problema non è il gesto (il lancio della bicicletta), ma la gestione della persona? Tecnicamente direi che il vero problema è la gestione delle emozioni della persona. E questa dote non serve solo ai ciclisti o agli atleti in genere, ma in generale a tutta la popolazione. Vogliamo per caso dimenticare le reazioni che osserviamo spesso per strada ogni giorno per un precedenza mancata o per uno stop non rispettato? Dott. Salvo Russo – psicologo dello sport www.psicologiasportiva.it

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