di Gino Cervi, foto di Makoto Ayano

Myriam Nordemann, parigina, aveva tre, quattro anni quando, nei caldi pomeriggi di luglio, chiedeva di essere svegliata dal sonnellino per poter vedere alla televisione la tappa del Tour de France.

Ne aveva pochi di più quando, a Saint-Malo, sotto un temporale scrosciante con un omerico capriccio costrinse la nonna ad attraversare a piedi le vie della città per cercare una figurina di Bernard Hinault.

Quando aveva sedici anni si appostava alla partenza chiedendo il favore di un passaggio per seguire “da dentro” una corsa ciclistica.

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Foto di Makoto Ayano

 

Intanto studiava, studiava: Lycée Montaigne, a due passi dai Jardins du Luxembourg. E dai e dai, alla fine ce la fece: nel 1992 trovò una testata per la quale scrivere le cronache ciclistiche, l’Union de Reims. Ma il budget per le trasferte era zero e, zaino in spalla, la Guide du Routard per cercare alberghi a poco prezzo, passava le sue vacanze al seguito delle corse, continuando a chiedere passaggi alle ammiraglie.

Il primo a “tirarla su” fu Antonio Salutini. Poi Vittorio Algeri. Algeri che le disse che quelli dell’organizzazione del Giro cercavano una voce francese per Radiocorsa. A Myriam non sembrò vero: un lavoro vero “dentro” il ciclismo. Era il 1998 e fece così il suo esordio al Trofeo dello Scalatore: le pareva di averlo sempre fatto quel lavoro lì.

Ma intanto studiava, studiava: studiava economia e le tematiche europee e studiava letteratura italiana: un po’ così, per non saper scegliere, si trovò con due tesi di specializzazione. Una sul governo Prodi e la zona euro, l’altra su Dino Buzzati al Giro d’Italia. Alla fine vinse Buzzati. E nel 2000 divenne addetta stampa della Fassa Bortolo di Ferretti, e poi corrispondente di Eurosport per il Giro e per il Tour. Il mondo delle corse è stato la sua seconda famiglia, fino al 2010, quando, con una pancia di otto mesi, ha lavorato per l’ultima corsa, Giro del Trentino. Poi due figli: Ismaele e Giosuele. Bellissimi.

copMa stare lontano dalle corse non si può. E un modo per sentirsi ancora dentro è stato scrivere un libro, come gli aveva consigliato di fare Philippe Brunel, fin dal 2007. S’intitola Ciclismo mon amour (Lampi di stampa, 150 pagine, 9,50: questa la pagina facebook) e segue il filo di quel Giro d’Italia di sette anni fa, per poi prendere il largo e raccontare di tante altre cose, passioni, paure, timidezze, sorprese. Come quando restò imprigionata dentro la Ferrari rosso fuoco parcheggiata nella villa triste di Marco Pantani, a Cesenatico; o come quando racconta del suo corridore preferito, Mickael Buffaz, che sembra uscito da un racconto di Zavattini; o della strana coppia, il Pasto e il Greg, che l’accompagnano con amicizia, ora scanzonata, ora paterna, lungo il Circo Barnum della corsa rosa.

Myriam Nordemann, che ha l’Alsazia nel nome e il Mediterraneo nel viso, è ostinata e visionaria come la sua concittadina Amélie Poulain, quando scopre in un dimenticato nascondiglio del suo appartamento, una scatola di giocattoli – con dentro delle figurine di ciclisti – appartenuta a chissà quale bambino. E decide di mettersi a tutti i costi sulle tracce di quel bambino ormai diventato uomo.

Myriam aveva una bicicletta. Gliel’aveva regalata il nonno, l’unica cosa che il nonno gli aveva regalato. Un brutto giorno milanese Myriam non ha più ritrovato legata al palo quella bicicletta, la sua bicicletta: e ha deciso che non sarebbe salita più in sella. Per lei che ha vissuto di biciclette, quella era l’unica bicicletta che si poteva pedalare. Resta quindi a tutti noi una missione: preparare nel fabuleux destin di Myriam-Amélie un’altra bicicletta da inforcare.

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Foto di Makoto Ayano

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