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di Guido P. Rubino (foto GR)

La ragazzina che è arrivata da Upcycle per curiosare sugli occhiali di una nuova start up (è un’azienda che prova a partire, ma detta in inglese fa più figura) si è fatta vincere dalla curiosità ed è andata nella seconda sala di questo posto insolito e molto trend (sarebbe “di tendenza”, ma così fa più effetto) di Milano. Si aggira tra biciclette lucidissime guardate, fotografate, ammirate e toccate con attenzione e curiosità dai visitatori.

Alberto Masi mostra il libro che parla della sua storia

Alberto Masi mostra il libro che parla della sua storia

Oggi si parla di storia con un monumento delle biciclette che furono. Si parla di storia con un monumento che ancora è: Masi. Faliero prima, Alberto, il figlio, poi. Si presenta un libro: “Masi, storie di campioni e di biciclette”, perché Masi è un nome che forse non è conosciuto ai più, ma di biciclette ne ha fatte tante, anche a quelli che correvano con altro. Che ci vuole? Bastava metterci su la scritta giusta ed era fatta. Perché certi corridori si fidavano solo di Faliero e di come sapeva saldare i telai e mettere in sella lui i ciclisti.

Storie che si sovrappongono, odore di vernice fresca delle biciclette appena restaurate e di grasso antico dei modelli di Bartali e di Coppi ancora con i tubolari di allora. Tele strappate e gomme cotte dal tempo.

E altre storie che si sovrappongono. Come quella di Mario Ottusi, figlio di Giuseppe. Meccanico quasi per caso quando da ragazzino seguiva il padre, meccanico di Charly Gaul. «Me la cavavo bene e una volta Gaul disse: “voglio lui a curare la mia bici” – racconta – e mi ritrovai promosso primo meccanico sul campo, senza volerlo».

Una delle signore più eleganti presenti alla mostra: una bici di Maspes

Una delle signore più eleganti presenti alla mostra: una bici di Maspes

Una storia di meccanica e di selle. Le selle Ottusi, i corridori se le litigavano e loro le preparavano per farle durare anni. «Anche perché a volte ci voleva pure un anno di attesa per riuscire a soddisfare tutti – continua Mario – e non era semplice». I corridori erano esigenti e la sella era qualcosa di personale più delle scarpe. «Pensa che c’era Peter Post che le rompeva le selle – racconta oggi Mario Ottusi – in pista pedalava in un modo strano, tirava con le braccia e spingeva sulla sella che a volte andava a rompere addirittura il telaio. Ce n’era da lavorarci lì».

Mario Ottusi, poi, ha preferito abbandonare le selle e dedicarsi ad altro: scarponi da sci:
– Ma come?
– sai cos’è, rendono di più. Ormai non ne faccio quasi più, ma prima ero il più bravo. Li svuotavo e ne rifacevo la parte interna.

Ancora foto e tante firme per Alberto Masi. Il suo libro è a un prezzo notevole, come le sue bici. Ma si sa che una Masi..

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