Juliana Buhring

Juliana Buhring

Di Lorenzo Franzetti, foto di Guido Rubino e archivio Juliana Buhring

Occhi grandi, dolci, che hanno visto davvero tanta vita, nel bene e nel male. Juliana Buhring è una ragazza cosmopolita, che conserva nella dolcezza del volto, l’innocenza di quando era bambina: «La mia patria è il mondo, anche se da un po’ mi sono stabilita in Italia». Il destino ha scelto per lei. La bici le ha offerto una nuova strada, una strada che nemmeno lei avrebbe immaginato fosse tanto stimolante. Quasi una rinascita, anzi un cambio di vita radicale. «Per una come me, sì, visto che non sapevo nemmeno com’era la bici, fino a qualche anno fa».

juliana5Ci sono tante motivazioni che spingono le persone a pedalare, non è mai una scelta banale. Per Juliana, tanto meno: Juliana ha scelto di pedalare per gridare al mondo la sua storia. È nata e cresciuta in una setta religiosa nota come Children of God (poi The Family) . Lasciata la setta nel 2004 , ha avuto il coraggio di denunciare: le violenze sui bambini all’interno di quella setta. Dal 2004 spende la sua vita a favore di cause umanitarie per i bambini maltrattati in  tutto il mondo. Dal 2009 collabora con un’associazione la Safe passage foundation, che opera a favore dei bambini nei conflitti e che subiscono violenze nelle sette, proprio come è accaduto a Juliana.

Tre anni fa, Juliana è arrivata a Napoli , quasi per caso, dopo aver vissuto in 30 paesi differenti. La sua prima vera battaglia la vince nel 2010: la setta Children of God viene sciolta. Nel frattempo, in Italia trova l’amore e nuovo entusiasmo: grazie alla bicicletta.

«Volevo fare qualcosa per me, che mi aiutasse a trovare nuove emozioni, ma anche qualcosa per i bambini vittime degli integralismi. Non avevo mai pedalato, mi venne l’idea di farlo: ma intorno al mondo».

Da zero, nell’agosto 2011, inizia otto mesi di preparazione: per un giro del mondo in 152 giorni, per 29.000 km, attraverso 18 paesi, in quattro 4 continenti… Che dire di tutto cio? Roba da Guinness dei primati: «Con 29 forature – sorride Juliana -, ma il mio era un gesto per dimostrare che ogni persona può ambire a grandi imprese. Non bisogna essere superatleti per sognare in grande. Ed è stato un’esperienza unica, che ho voluto vivere spinta dalla mia causa, quella per i bambini maltrattati nelle sette religiose».

Senza sponsor, Juliana ha ottenuto il sostegno di Maria Grazia Cucinotta. E la bicicletta gliel’ha offerta Mario Schiano, celebre costruttore di biciclette, a Napoli. Il resto ce l’ha messo lei, con la sua grinta.

juliana3Da maggio a dicembre 2012. Da sola, anche se nella tappa finale, a Napoli, è stata scortata da centinaia di cicloamatori e amici. Mai avuto paura? «Con la paura ci si confronta sempre, ma l’importante è vincerla».

La forza mentale, in imprese come queste, è tutto. Juliana la trovava dentro di sé e grazie alle letteratura. Sì, perché il suo compagno di viaggio era un i-pod con audiolibri: «Mentre pedalavo, ovviamente fuori dal traffico, ascoltavo romanzi».

“Perché facciamo quello che facciamo?” Lo ha scritto il suo autore preferito, ascoltato attraverso gli Stati Uniti, l’India e l’Australia: Chuck Pahlaniuk, in The Diary. “Tutti quanti moriamo. L’obiettivo non è quello di vivere in eterno, ma di creare qualcosa che lo faccia al posto nostro”.

«Ma anche Charles Bukowski, l’ho ascoltato parecchio». Da Pulp:  “ Voglio dire, potrei essere chiunque, che importanza ha? Che cosa c’è in un nome?”

«La lettura più impegnativa? Guerra e pace, pedalando in Europa, ma comunque edificante».

Grandi scrittori, bici e libertà: «Sì, perché la bici ti dà proprio questo grande senso di libertà. Anche se fatici, se hai mal di gambe, questo senso di libertà lo vivi ugualmente. Per un motivo semplice, credo: perché in bici hai il tempo per pensare. E io nel mio viaggio ho pensato molto, ed è stato molto importante».

Juliana6Anche nei momenti difficili? «Sì, soprattutto in quelli. I momenti peggiori li ho passati in India: soprattutto perché non stavo bene, avevo problemi di dissenteria ed era un vero problema. E la gente era un po’ diffidente nel vedere una donna così che pedalava da sola. Comunque ho incontrato gente che mi ha aiutato. Altro momento difficile? In Turchia, a difendermi dai cani randagi. Un problema per i ciclisti laggiù. E il freddo, negli ultimi giorni, in Italia».

Cosmopolita, la sua patria non è un posto preciso, dice, ma Juliana a Napoli si trova bene: «Qui c’è un perfect mix. Nel senso che è la perfetta commistione tra Europa e Africa e lo vedi e lo senti. Napoli». Nei prossimi giorni uscirà in Italia il suo libro dal titolo “Essere innocenti”, la storia della sua vita travagliata, della sua infanzia difficile e del riscatto, finalmente, da donna.

E la bici? «Non l’ho più lasciata. L’ho scoperta per caso, ci ho fatto il giro del mondo. E ora è la mia vita. Sto preparando la mia prossima impresa. Ad agosto parteciperà alla Transcontinental raca da Londra a Istanbul». Sarà la prima donna a prendere parte a questa gara.

 

 

 

 

 

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