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Di Lorenzo Franzetti

Correva per la stanza, Daniel, con le scarpe di pezza che strisciavano sul legno. Attorno al tavolo vuoto, sfiorava le sedie come un velocista sull’anello più magico del mondo. Non era una pista qualsiasi, i suoi occhi vedevano la pista dei sogni: il Vel d’Hiv. Schiena ricurva, mani in avanti, come un ciclista: Daniel era un ciclista, l’eroe di migliaia di tifosi, che vedeva al posto di una credenza sgangherata, con i cassetti tarlati.

Il velodromo d'inverno, a Parigi, fu costruito nel 1909 e fu abbattuto cinquant'anni dopo

Il velodromo d’inverno, a Parigi, fu costruito nel 1909 e fu abbattuto cinquant’anni dopo

Un piccolo lampadario scendeva dal soffitto fino a un metro sopra il tavolo, proiettando ombre alle pareti, ombre che per Daniel erano la folla sugli spalti:  tribune ripide e gremite. Era tutto nella sua fantasia, perché al Velodrome d’Hiver non ci era mai entrato: si era immaginato, tuttavia, che quel posto dovesse essere la pista dei sogni, ne parlavano tutti, a scuola e al mercato. E lui ne era convinto, soprattutto dopo quelle due volte in cui era passato davanti, senza aver mai avuto il privilegio di varcarne l’ingresso.

j-cancaret-vel-dhiv1La prima volta fu per caso, con papà, una domenica pomeriggio, camminando su boulevard de Grenelle si era già incuriosito per un rumore di folla che si sentiva in lontananza. Poi con papà arrivò davanti al grande edificio, vicino alla Tour d’Eiffel, e vide anche i manifesti: c’erano ciclisti disegnati sopra, uno lo riconobbe. Era lui, il suo eroe, quello che tutti chiamavano Toto: alto e potente, elegante in bicicletta. E faceva impazzire e urlare la folla, là dentro. «Vieni via, andiamo che zia Dalila ci aspetta». Daniel ci aveva provato a fargli cambiare idea, strattonandogli la giacca, lì davanti a quel grande manifesto colorato, con i ciclisti disegnati: «Vieni via, ho detto, quello non è posto per te! Non li fanno entrare i bambini, ci sono brutte persone e donnacce, un postaccio».

Era un luogo di perdizione, diceva papà, ma il fatto che gli fosse proibito ne faceva un posto ancor più magico. Il Vel d’Hiv era il ritrovo di una Parigi che faceva la bella vita. I pistard erano vere e proprie star e i loro show, le loro sfide sul parquet, radunavano non solo appassionati, ma anche e soprattutto ricchi scommettitori, belle donne, delinquenti e prostitute d’alto bordo. Come nei teatri della Belle Epoque.

veldhivl14La seconda volta che vide il Vel d’Hiv da fuori, Daniel la ricordava con più orgoglio, e fu pochi giorni dopo quella domenica…  Perché aveva scoperto che sua sorella Abigaille teneva nel suo scrigno segreto proprio una foto di Toto. Louis Gerardin, detto Toto, era anche bello: non era soltanto spettacolare nelle sue sfide contro Michard, Faucheux e  Archambaud, ma piaceva anche alle donne. Anzi, era il più amato dalle ragazze, grazie soprattutto ai suoi occhi che facevano innamorare. E dopo la scoperta di quella foto, Daniel provò a convincere Abigaille a fuggire di nascosto con lui, per mettere in atto un piano segreto: tornare a boulevard de Grenelle e aspettare che dal Vel d’Hiv uscisse proprio lui, il bel Toto, dopo l’allenamento del pomeriggio. Non ci volle molto a convincerla. Abigaille, di otto anni più grande di Daniel, conosceva già benissimo Parigi e le sue strade…

L'ingresso del Vel d'Hiv

L’ingresso del Vel d’Hiv

Davanti all’ingresso del Vel d’Hiv avevano dovuto aspettare forse un’ora, forse più, prima vedere entrare e uscire qualche persona. Era un giovedì, non c’erano gare, gli operai erano al lavoro per preparare il galà del fine settimana. Kermesse, colpi di reni e champagne.  Improvvisamente, uscì un gruppetto di uomini che non erano operai, bensì corridori con le bici in spalla: erano loro, i grandi protagonisti al Vel d’Hiv. E tra quei giovanotti, subito, Abigaille aveva riconosciuto lui: il bel Toto indossava un cappotto grigio e scarpe di vernice, mentre camminava sul marciapiedi facendo scorrere accanto a sé anche una bicicletta, che teneva con una mano, sul manubrio. Era elegante Toto, non solo negli abiti, ma anche nei movimenti. Daniel si era accorto che Abigaille tremava dall’emozione, incapace di tutto, a pochi metri dai corridori: «Sbrigati!», gli disse. Le strappò di mano la foto di Gerardin e, senza vergogna, corse incontro ai pistard che si stavano allontanando dal velodromo… Un ragazzino che gli correva incontro: Toto se ne accorse e capì. Lo aspettò e gli fece segno di dargli la foto: «Come ti chiami?» domandò al bambino estraendo una meraviglia, era una penna stilografica, rarità assoluta che Daniel aveva visto soltanto nello studio del dottor Chany, l’amico di papà.

Paul Gerardin, detto Toto, tra i protagonisti di questo racconto

Paul Gerardin, detto Toto, tra i protagonisti di questo racconto

«Io sono Daniel, ho sei anni e farò il ciclista, come te. Ma la foto è di mia sorella Abigaille» e Daniel la indicò col dito, mentre la ragazza rimaneva timidamente a distanza. Immobile, sorridente, rossa d’emozione. “Ad Abigaille…”   e ci mise la firma.

f1.highres«Mi raccomando Daniel, ti aspetto qui al velodromo, quando sarai corridore ci faremo una bella volata. E porta anche tua sorella!» e Toto si allontanò, alzando il braccio, per salutare la ragazza.

Non gli parve vero, gli sembrò di sognare. Da quel giorno, Daniel aveva avuto una sola certezza: avrebbe fatto il corridore e non vedeva l’ora di poter avere una bicicletta. La foto di Toto, ritornò invece, tra le cose segrete di Abigaille. A lui, però, di quell’autografo non importava nulla, perché Toto gli aveva dato molto di più: un appuntamento. Anzi, aveva lanciato la sfida.

Erano passati molti mesi, anzi più di  un anno da quelle due volte. Faceva molto caldo, quella sera in casa, l’estate toglieva il respiro ai grandi. Daniel l’aveva intuito, mentre osservava i volti preoccupati, affaticati, tesi di mamma e papà. Che non parlavano finché non gli ordinarono: «Vai a letto, basta correre intorno al tavolo. Stai sudando e fai troppo rumore. Silenzio e a dormire». Un ultimo giro di pista, per salutare le ombre della folla e un “ va bene” prima d’infilarsi in camera: gli occhi preoccupati di papà, però, gli erano rimasti nei pensieri, quella notte.

Tra li 16 e il 17 luglio 1942 la polizia francese catturò oltre 13mila ebrei di cui oltre 4mila bambini. Li rinchiuse al velodromo, prima di trasferirli alla stazione, destinazione Auschwitz

Tra li 16 e il 17 luglio 1942 la polizia francese catturò oltre 13mila ebrei di cui oltre 4mila bambini. Li rinchiuse al velodromo, prima di trasferirli alla stazione, destinazione Auschwitz

«Svegliati Daniel, sbrigati! Si va via». Daniel sentì il fiato di sua mamma vicino all’orecchio, ma non era mattina, gli sembrava ancora notte: rimbalzò in piedi, tra il sonno e la veglia, nel pieno dei suoi sogni. E si accorse che in casa c’erano molte persone: in cucina c’era papà che riempiva una borsa, due pagnotte e una bottiglia d’acqua. E con lui c’erano tre poliziotti. Che ci faceva la polizia, in casa sua?

Gli autobus in coda trasportavano gli ebrei al Vel d'Hiv

Gli autobus in coda trasportavano gli ebrei al Vel d’Hiv

Presto Daniel si ritrovò a scendere le scale di corsa, per mano ad Abigaille, davanti ai poliziotti e a mamma e papà, che avevano la stessa faccia preoccupata della sera prima. Che cosa stava succedendo? Perché la polizia? Dove li stavano portando? Daniel aveva paura, ma non osava dire nulla. Rimaneva in silenzio, sperando di essere ancora dentro a un brutto sogno.

Salirono su un autobus pieno di altra gente, i poliziotti rimasero sul marciapiede, mentre l’autobus partì: a Parigi albeggiava, le strade erano deserte, la calura era placata da un vento che sembrava di primavera. Daniel era in silenzio, ma la paura svanì improvvisamente. Il brutto sogno cambiò non appena quell’autobus rallentò e si fermò, proprio di fronte al Vel d’Hiv:  sul marciapiede c’erano poliziotti ovunque, ma là in fondo, le porte del velodromo erano… aperte!

Che strano sogno, dalla paura si ritrovava, sì, al velodromo dei sogni. E non capiva come e perché, ma era lì, stava entrando proprio lì. Con mamma e papà preoccupati: ah ecco perché erano preoccupati! Per i delinquenti e le donnacce. «Papà non aver paura, là dentro c’è Toto che mi conosce, possiamo stare sicuri che non ci succederà niente». Osservò Abigaille e vide che tremava, proprio come quella volta con Toto, ma non sorrideva: “Non c’è d’aver paura!”, avrebbe voluto gridare. Tuttavia, per soggezione verso tutti quei poliziotti non disse nulla.

rafle3Le porte del Vel d’Hiv erano alle sue spalle… meraviglia! Daniel rimase a bocca aperta per svariati minuti, non appena si ritrovò al centro della pista. L’anello in legno tutto attorno, gli spalti e i palchi gremiti: gente ovunque. C’erano anche odore di escrementi e sudore, ma le sensazioni  spiacevoli, Daniel non le avvertiva affatto. C’era la pista, la pista in legno. E la gente arrivava in continuazione, la folla era ovunque: «Ma quando comincia? Quando arriveranno i ciclisti?». Papà non rispondeva, rimaneva in silenzio, con lo sguardo basso.

Era pieno giorno, il caldo insopportabile, anche l’odore di merda cresceva,  ma Daniel sembrava vivere in un giorno di primavera: solo l’attesa, la lunga attesa, in mezzo a quella pista, lo affaticava. “Presto arriverà Toto, pensava, e con la sua bici farà tutto il giro e io lo saluterò. E magari riuscirò a provare quella bici che non ho mai avuto”.

I prigionieri furono rinchiusi al velodromo senz'acqua, né cibo, né toilette

I prigionieri furono rinchiusi al velodromo senz’acqua, né cibo, né toilette

la rafleAttesa infinita, tanto che Daniel non riusciva più a starsene fermo seduto. Era di nuovo notte, non aveva mangiato che un pezzetto di pane, ma sentiva di avere energie sufficienti per quella sfida, quella volata sognata per mesi. Le ombre della folla e la folla, davvero immensa, erano lì: e si ritrovò a correre sul legno della pista, con le sue scarpe di pezza, in posizione da ciclista. Piegato in avanti, come Toto, dentro a un gruppo di bambini… Tutt’intorno, facce disperate, ma quei bambini correvano e immaginavano di pedalare su bici meravigliose, con il vento in faccia e l’adrenalina degli sprinter. Daniel correva sulla curva che si alzava ripida verso le tribune, correva ed era felice. Pensieri che avrebbe voluto gridare, ma che gli rimanevano nel cuore: “Che bel regalo, papà, alla fine ti sei convinto. E presto arriverà Toto a farti sorridere, perché Toto vi farà sognare tutti. E le ragazze arrossiranno tutte e vincerà la sua volata. E io, forse, proverò a batterlo”.

Dal velodromo, gli ebrei furono trasferiti alla gare d'Austerlitz per caricarli sui treni

Dal velodromo, gli ebrei furono trasferiti alla gare d’Austerlitz per caricarli sui treni

Il monumento eretto per ricordare la Rafle, la retata, nel luogo dove sorgeva il velodromo

Il monumento eretto per ricordare la Rafle, la retata, nel luogo dove sorgeva il velodromo

Dalla corsa, alle braccia di sua madre, in poche ore, sfinito e rapito dal sonno. Daniel si addormentò col suo faccino bianco e pieno di felicità, dormiva col sorriso. E non si svegliò, non voleva svegliarsi da quel sogno, il giorno più bello dentro al velodromo dei sogni. Sicuro che l’indomani al risveglio avrebbe trovato finalmente Toto e gli altri pistard, ad attenderlo. Il sonno profondo e meraviglioso dei bambini lo tenne lontano dalla disperazione del mattino dopo. Daniel si sarebbe svegliato su un treno affollato con destinazione ignota. «Ci fermeremo dentro un altro velodromo?».  Abigaille varcò il recinto di filo spinato con una foto autografata nascosta nei vestiti, Daniel con la felicità nei pensieri, dentro a un mondo di ciclisti, animato dalla fantasia.

 

Il velodromo dei sogni, il luogo della vergogna

Il velodromo d’inverno, a Parigi (voluto originariamente da Henri Desgrange) e fu teatro di grandi sfide su pista per quasi cinquant’anni, dal 1909 al 1959, quando fu abbattuto (dopo che era stato in parte danneggiato da un incendio). Si trovava nei pressi della Tour d’Eiffel.

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ragle2Quello che era la pista più frequentata dai ciclisti e dal pubblico, divenne il luogo della vergogna: il Vel d’Hiv resta nei ricordi dei francesi soprattutto per la “rafle”, la più immensa retata di ebrei organizzata in Francia: accadde tra il 16 e il 17 luglio 1942, quando la polizia francese, in accordo con la Gestapo e le autorità naziste, fecero arrestare 13.152 ebrei e li rinchiuse al Vel d’Hiv, senza acqua né cibo, né toilette. Tra le persone fatte arrestare, oltre 4.000 erano bambini. L’operazione venne denominata, dalle forze di polizia, “vento di primavera”.

Tutti gli ebrei rinchiusi al Vel d’Hiv vennero internati ad Auschwtiz.

 

toto2Louis Gerardin, detto Toto

Louis Gerardin era un pistard francese, vincitore del titolo mondiale dilettanti nella Velocità nel 1930. Fu uno dei grandi protagonisti delle Sei giorni dell’epoca, una vera e propria stella del Vel d’Hiv, dove infiammava il pubblico sfidando altri campioni celebri di allora, tra cui Lucien Michard e Lucien Faucheux.

Dal pubblico era soprannominato Toto ed era molto amato dalle donne: Louis Gerardin, nel Dopoguerra, fece parlare molto di sé anche per la sua storia d’amore con Edith Piaf. Toto rimase nel mondo del ciclismo anche da allenatore: era, infatti, il preparatore di Daniel Morelon, altro celebre pistard transalpino.

 

Gilbert Becaud dedicò una canzone a quel tragico evento e fu cantata da Annie Cordy.

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