«Un euro per ogni granfondista, da destinare al settore giovanile del ciclismo». Davide Cassani, da commissario tecnico, lancia un’idea. Lo fa sulle colonne della Gazzetta dello sport, con una proposta semplice, molto facile da realizzare. E lo dico con orgoglio, perché anche io la sostengo da anni, fin dai tempi in cui lavoravo come redattore alla rivista Ciclismo. I granfondisti e il resto del ciclismo, due mondi separati: i cicloamatori e il futuro del nostro sport che non si parlano, che non collaborano. Il problema parte da lontano, da quando il ciclismo amatoriale è diventato un vero business, soprattutto con il boom delle granfondo in Italia.

granfondo

Il popolo dei granfondisti, in Italia, conta almeno 25.000 appassionati

Si parla di 25.ooo ciclisti che, almeno una volta all’anno, partecipano a una granfondo. Con iscrizioni a pagamento, naturalmente, spesso anche costose: per la Maratona dles dolomites, per esempio, 9.000 ciclisti sono pronti a sborsare  97 euro d’iscrizione. Con la Nove Colli, sono 12.000 amatori che sborsano 60 euro. Non per fare i conti in tasca agli organizzatori delle granfondo, che oggi sono eventi che richiedono impegno anche professionale e quindi oneroso, è evidente che in quel mondo c’è una vera economia (senza voler affermare che si voglia lucrare sugli amatori). Un mondo che viaggia su un binario differente rispetto al ciclismo giovanile che si aggrappa al volontariato e che è sempre a rischio di scomparire causa costi di gestione delle squadre, burocrazia, costi di organizzazione delle gare.

Le granfondo muovono un business, il ciclismo giovanile fatica a sopravvivere

Le granfondo muovono un business, il ciclismo giovanile fatica a sopravvivere

Il tema mi sta a cuore e sta a cuore a Cyclemagazine: il ciclismo amatoriale che spesso scimmiotta il mondo dei professionisti, che a volte offre un’immagine esasperata, lontana dallo spirito che dovrebbe animare l’andare in bici. Questo non ci è mai piaciuto, l’abbiamo contestato e combattuto anche con il nostro lavoro su questa testata. La passione vera, genuina e non miope ed egoista: vogliamo alimentare questa passione. E se ami il ciclismo non puoi non aiutarlo, difenderlo, farlo crescere: se si è disposti a sborsare migliaia di euro per una specialissima in carbonio, per l’ultimo modello di scarpe da ciclista, per partecipare alle granfondo, perché mai si dovrebbe negare un piccolo contributo per il ciclismo giovanile, per uno sport da far crescere nel modo più sano.

Ogni granfondo nasce, almeno in teoria, per valorizzare un territorio, per promuovere le bellezze naturali e le opportunità ciclistica di località che investono sulla passione ciclistica: cari organizzatori, valorizzare un territorio, significa anche alimentare il ciclismo giovanile locale. Molti lo sanno e s’impegnano in questa direzione, ma potrebbe essere una regola fissa: un euro per ogni granfondista, da devolvere alla causa. Oppure, perchè no? Rendere obbligatorio, nel contesto degli eventi della granfondo, organizzare una gara giovanile (allievi, giovanissimi o esordienti). Per una gara della categoria giovanissimi, bastano 2.000 euro, e si sfrutterebbero strutture e strade già chiuse al traffico per la granfondo. In questo modo, inoltre, porti alle granfondo il ciclismo delle famiglie: con i papà, le mamme e i figli tutti a loro modo coinvolti da un evento per loro.

In un paese che organizza più di 250 granfondo (ma se contassimo anche tutte quelle specifiche per la mountainbike, saliamo di numero), è possibile che i cicloamatori finalmente tendano la mano a un movimento che soffre? Certo, c’è un altro aspetto però, che va combattuto ed è tipico italiano: la Federazione, per voce ora di Cassani, propone una buona idea. Però, da quel pulpito deve venire un messaggio sempre più credibile: stop agli sprechi. Tutti, in ogni ambito. E salvaguardare il nostro patrimonio, quello che già abbiamo in mano e che rischiamo di perdere: una rete di società ciclistiche sane, fatte di passione genuina, una quantità di strutture da valorizzare, come i tanti velodromi da riaprire. E’ inutile continuare con l’antifona di voler costruire impianti coperti e più attuali: non è meglio cominciare a sfruttare quel tanto, davvero tanto, che abbiamo e che non viene salvaguardato?

Fare rete, l’abbiamo scritto più volte in questi giorni, per il bene della bicicletta e del ciclismo: due mondi da sempre lontani, come quello delle granfondo e quello dei settori giovanili, provino a dialogare e ad aiutarsi. Ma la Federazione, usando un termine che piace al primo ministro, provi a “rottamare” certe vecchie abitudini che non muoiono. Cassani sarà il rottamatore del ciclismo che non ci piace? Ce lo auguriamo e ne avrebbe le capacità.

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