1 2Di Lorenzo Franzetti

Sarà un andirivieni di giornalisti, di cercatori di lacrime da telecamere. Sarà un porto per cuori addolorati da tutto il mondo, o semplicemente un approdo per curiosi. Succede ogni anno, ma stavolta di più. Per far tornare a galla il dolore di Cesenatico, come dieci anni fa: in paese lo sanno, sono già preparati. Perché Marco Pantani è un pensiero quotidiano, inevitabile. Tante cose, mille strade, ogni angolo del centro, ogni scorcio di lungomare rievoca immagini, in chi l’ha conosciuto in altre vesti. Non in quelle del corridore, ma in quelle del nipote del Sotero, del figlio della Tonina, del ragazzino monello o del “patacca”, della persona qualunque, sensibile: «Uno di noi», è tutta la Romagna a ricordarlo così.

Marco Pantani, a dieci anni dalla tragedia, a quindici dalla fine dei sogni, a venti da quel giorno dell’Aprica, quando da ragazzo mezzo pelato entrò nelle case di tutti gli italiani, spargendo emozioni dalla tivù, in sella alla sua bicicletta. Cesenatico è preparata, la gente del paese lo sa che ne parleranno tutti. Giù al porto canale, si riaccenderanno le telecamere, per la solita arena. Pantani santo, Pantani dannato, Pantani eroe, Pantani furfante, Pantani da ricordare nel modo più intimo, nonostante i giornalisti. Pantani da ricordare con lacrime opportuniste, per far lavorare i giornalisti.

Il vecchio porto canale di Cesenatico, che fu progettato da Leonardo Da Vinci

Il vecchio porto canale di Cesenatico, che fu progettato da Leonardo Da Vinci

A tu per tu con Marco, il ragazzo con la bandana: il tempo, si dice, lava via i ricordi e sbiadisce il dolore. Con Pantani non è così, è la più dolorosa tragedia del ciclismo italiano, non soltanto la fine triste di un campione. Una tragedia che parla alla coscienza. Sì, la tragedia di Pantani è la ferita inguaribile nella coscienza di uno sport umile, sincero e popolare. Una tragedia come quella, non la si può nascondere sotto al tappeto, come la polvere. Il ciclismo italiano l’ha fatto per troppo tempo: la stanza ora è pulita, signori, il ciclismo è cambiato! Ma la polvere è ancora sotto al tappeto. Da allora, questo sport non è più lo stesso. Perché la coscienza non tace. 4 Pantani è morto, ma non è vero che il Pirata non c’è più. C’è eccome. Non è una maledizione, ma un mito: il mito è come una pianta che non muore se la tagli, perché fa figli e germoglia in ogni briciolo di terreno fertile. Immortale. La tomba bianca di Marco Pantani mette i brividi a ogni animo sensibile. Eppure su quel marmo freddo si vede un germoglio: c’è un bigliettino, accanto alla foto del corridore. Un foglietto di carta, scritto a penna, con una calligrafia da bambino: è il messaggio d’affetto di una piccola ciclista. Si firma Asia Ranucci. Ha appena vinto il campionato italiano di ciclocross e gli dedica la vittoria. Asia è una bambina di Orvieto, che vive a centinaia di chilometri da Cesenatico. Asia ha undici anni e non ha mai visto né conosciuto Pantani. Quando il Pirata finì i suoi giorni nell’angoscia, dentro una stanza d’albergo, dieci anni fa, la piccola Asia riceveva le prime carezze dalla sua famiglia: solitudine e disperazione, a Cesenatico, amore e felicità, a Orvieto, quel giorno di febbraio.

Il Pantani che voglio raccontare comincia da qui, da una bambina che è arrivata sulla tomba di un mito e gli ha portato un po’ d’affetto. Dentro a un cimitero. Tra i vialetti e le tombe, solo donnette ingobbite, con le mani giunte. Quando il giorno è grigio è così. Dentro la cappella candida di Marco Pantani, i colori, invece, non sono mai mancati. (fine prima parte, continua)

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