Alzo la manina, come a scuola. Come l’ultimo dei ripetenti a scuola di giornalismo. La domanda consideratela un dubbio da perfetto ignorante… E se qualcuno si sentirà offeso, non è mia intenzione. Tuttavia, in questo periodo una coincidenza stride sulla stampa e sul web: si è letto e si leggerà molto su Moser. Si celebra un trentennale: un momento, indubbiamente storico per la storia del ciclismo. Il record dell’ora, a Città del Messico, stabilito ben due volte, nel gennaio 1984: quel 51,151 fu stabilito nello stesso giorno in cui venne inventato il Mac (per curiosità storica). Giorni fertili di progresso, dunque… Anche cyclemagazine.eu ha ricordato quei record, molti l’hanno celebrato come momento alto dello sport: indubbiamente lo fu, per certi aspetti legati alla ricerca sui materiali e all’alimentazione nello sport. Tuttavia non si può nascondere un altro aspetto: fu lo stesso Moser, sulle colonne del quotidiano L’Equipe, il 10 aprile 1999, ad ammettere di essersi sottoposto ad autoemotrasfusione per affrontare la sua impresa. «A quell’epoca era consentito», ha più volte sottolineato Francesco. «Sotto l’aspetto psicologico l’autoemo­tra­sfusione ha avuto un ottimo impatto sul corridore. Analiz­zando la curva di crescita del suo rendimento, non ho riscontrato particolari significativi dopo che l’ha praticata. Cre­do quindi che avrebbe mi­gliorato il record dell’ora anche senza farvi ricorso»: queste sono le parole rilasciate ai giornali dell’epoca da un altro personaggio noto e amato dal mondo del ciclismo, il dottor Giovanni Tredici, da moltissimi anni medico ufficiale in corsa del Giro d’Italia. Lette ora, quelle parole fanno sorridere: alla luce di quello che il ciclismo ha mostrato e vissuto nei successivi trent’anni… Tuttavia, nonostante questa macchia (di non poco conto), nessuno mette in dubbio (nemmeno osa) la grandezza di un campione come Francesco Moser e l’importanza di quel record. Nemmeno io lo voglio fare. Alessandro_Ballan,_2012_Giro_d'Italia,_SavonaTornando alla coincidenza stridente, leggo su quasi tutti i giornali e siti web anche della condanna dura, ferma, “a schiena dritta” e senza attenuanti di Alessandro Ballan, squalificato per due anni, per essersi sottoposto (sua stessa ammissione) a ozonoterapia nel 2009: una terapia che gli fu consigliata dopo essere stato costretto a interrompere l’attività agonistica a causa di un virus che si complicò in epatite. Questa è la ricostruzione dello stesso Ballan, con il quale ho da sempre un rapporto schietto e amichevole: tuttavia, non riporto la sua giustificazione, bensì preferisco fare riferimento a un’altra fonte, esterna, ovvero a quella di una testata “amica”, Cycling Pro, che notoriamente è tutt’altro che tenera e accomodante nel realizzare inchieste sul doping. Il malato Ballan si cura maldestramente, facendosi manipolare il sangue, commette un grave errore (come lui stesso ammette) e viene punito. Senza sacche nascoste nei frigo o dottori in incognito sui camper (ha i suoi lati oscuri, ma il caso Ballan parte comunque da un’ammissione di colpa). Da ripetente in giornalismo, tuttavia, continuo a non capire: perché mandare Moser in paradiso e, contemporaneamente, cacciare Ballan all’inferno? Uso spesso la parola ipocrisia, nelle mie critiche al sistema “ciclismo”: andrebbe forse usata anche stavolta, o è altra cosa? La riflessione, in questo momento storico del ciclismo, va fatta: è ora.

6 Responses

  1. Massimo Bacilieri

    Perché Moser fece qualcosa che all’epoca era consentito, e che per la sua natura non era neanche immaginato come “doping”. Ballan ha fatto qualcosa che è invece proibito in modo netto.
    E’ una differenza che dovrebbe essere chiara, lapalissiana, evidente.
    Altrimenti bolliamo come baro e dopato anche Fausto Coppi: qualcuno si sogna di pensare una simile sciocchezza?

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  2. Giovanni Bettini

    Bravo Lorenzo, forse non sei un ripetente della scuola di giornalismo, ma forse uno dei pochi che andrebbe promosso. Il discorso su Moser e Ballan per me è semplice. Come può un campione del mondo essere così “leggero” quando si tratta di curarsi con un metodo che è risaputo essere vietato? Non conosceva il regolamento Ballan? Il medico sociale dov’era? Perché non ha fornito una esenzione a scopo terapeutico? Perché devi chiedere al fattucchiere Nigrelli dove è meglio farsi curare? Un atleta tesserato anche se si sospende dall’attività rimane comunque a disposizione dei controlli anche se è fuori competizione. L’autoemotrasfusione l’ha sdoganata Moser attraverso un medico al quale il CIO aveva affidato noti protocolli antidoping. L’ipocrisia è questa…Fai bene comunque a stimolare la discussione. Sono con te.

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  3. Guido Rubino

    Secondo me non c’è nessuna macchia nel record di Moser. Né dal punto di vista medico che tecnico. Semplicemente, allora si poteva perché c’era un regolamento. Sarebbe come annullare tutti mondiali di F1 perché oggi le regole delle auto sono diverse.
    Quindi ok Moser e tiratina di orecchie a Ballan che, per quello che ha fatto, basterebbe già tutto il clima di sospetto e sfiducia che si è dovuto sorbire in questi anni. E penso che gli sarà costato pure economicamente oltre che psicologicamente. Non è già stato punito uno così?

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  4. Alessio Berti

    Bravo Lorenzo, ottimo spunto per riflettere, io la penso esattamente così e condivido, spero che su queste riflessioni si soffermi anche chi ha il potere di decidere ed eventualmente rivedere il tutto, ma si sa che nella vita c’è sempre bisogno di un asino da bastonare, anche inutilmente e questo è il suo turno….succedeva a scuola, nel lavoro e soprattutto nel ciclismo…c’è sempre bisogno dell’asino da bastonare cos’ gli altri asini si sentono meno asini

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  5. Mauro

    Da precisare che da quanto mi risulta Ballan era fuori competizione…con segnalazione scritta alla UCI da parte della squadra

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  6. riccardo clerici

    vorrei però ricordare che al momento del record si era già a conoscenza che un numero imprecisato di dilettanti (all’epoca) olandesi erano già morti per pratiche dopanti. Conconi (e il suo allievo Ferrari) fecero contemporaneamente le pressioni descritte da Donati nel suo libro. Poi ognuno creda ciò che vuole ma non usciremo mai dai vincoli in cui il doping ci costringe (noi e lo sport).

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