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Un record pazzesco, tutto in un’ora, riassunto di una rivoluzione pensata, studiata, pedalata per mesi, anni. Città del Messico, la pista di Casola, il velocista bizzarro dell’era di Coppi. Città del Messico, la capitale dei record, come già era capitato a Mennea. Il velodromo, però, era il teatro della rivoluzione di Moser.

Moser Francesco da Palù di Giovo, dalle sue vigne fin dall’altra parte del mondo. Spinto dalla sua grinta, ma cercava un progresso… E il ciclismo del pane e marmellata era il terreno ideale per la scienza. Il ciclismo dei Moser, gente tosta col carattere, era perfetto per entrare in una nuova era.

Nel bene, nel male. Un giorno che ha segnato il ciclismo, la biciclette e chi ci correva. Bici per anni considerati ferri da fatica e che diventavano bolidi che sfidavano la fisica. La voglia di osare: quella non mancava. Osare e infrangere i vecchi tabù. Si abbattono i muri, nella storia, si tentano i record: per andare oltre. Non solo per una questione di minuti o secondi. Per varcare una soglia, il limite.

A Città del Messico, gennaio 1984, dal 19 al 23, si fece la rivoluzione: e tutte le rivoluzioni hanno avuto un prezzo da pagare. Compreso quella di Moser, delle ruote lenticolari, della bici rivoluzionaria, della preparazione scientifica, di alcuni preparatori chiacchierati.

Qualche anno fa, su quel pezzetto di storia, un manipolo ti finti esperti di ciclismo, un’autorità tutt’altro che autorevole, ha tracciato una riga su quei record, così come ha cancellato i successivi: in nome dell’assurdità, ovvero voltando le spalle alla tecnologia, al design, alla ricerca. Ora, la nuova gestione Cookson dell’Unione ciclistica internazionale vorrebbe riportare il record dell’ora nel mondo reale e attuale, rivedendo le regole stupide approvate anni fa… Insomma, la sfida sui velodromi sta per ricominciare. Il ciclismo finalmente torna al futuro.

Ricordiamo quell’impresa, grazie a un altro maestro di giornalismo, Adriano De Zan.

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