Anniversario Record dell'ora moser

di Guido P. Rubino (foto GR)

Il Record dell’Ora, all’inizio, non doveva essere di Moser. Enrico Arcelli, negli anni Ottanta, seguiva il Varese Calcio e, quando gli venne l’idea di sperimentare una prova del genere con un atleta opportunamente preparato, si rivolse allo sponsor del Varese Calcio, che seguiva anche una squadra svizzera. E si pensò di tentare il record con Daniel Gisiger, un pistard niente male.
Solo che quando il corridore sentì parlare dei metodi di preparazione che si stavano studiando, delle salite forza resistenza e tutto il resto, rimase perplesso. «Io quegli allenamenti non voglio farli» disse. Aveva paura di compromettere la sua preparazione e di non andare affatto più forte poi. E Arcelli rimase senza corridore.
Fu Enervit a proporgli Francesco Moser. Sembrava proprio l’uomo giusto e partì l’avventura con una preparazione mai vista prima che avrebbe rivoluzionato la storia dell’allenamento in bicicletta e la bicicletta stessa.

Due record a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. I giornalisti che non ci credevano, Moser era a fine carriera, si pensava, dove vuoi che vada. Poi qualcosa fece capire che non era un’impresa impossibile, anzi. L’investimento, per uomini e mezzi, era importante, il successo iniziava ad apparire come la naturale conseguenza di quell’avventura.

Quando Moser scese in pista, il 19 gennaio 1984, si disse che puntava a fare il record dei 20 chilometri.«Partì subito bene – ricorda Arcelli – i cronometristi, poco prima del via, ci chiesero quale record dovevano misurare. Gli rispondemmo di guardare ai 5, ai 10 e ai 20 chilometri, e Moser li fece suoi tutti e tre. Ma non si fermò».
Il corridore trentino sentiva la condizione buona e puntò direttamente a correre “por la hora”. Così lo incitava il pubblico presente al velodromo di Città del Messico. Non tanti italiani, perché i tifosi trentini dovevano ancora arrivare, ma il calore e gli incitamenti non mancavano.
Giro su giro la tabella di marcia era quella giusta e Moser, dopo un’ora, superò addirittura i 50 chilometri, arrivò quasi a 51: 50,808 per la precisione. Un boato di clamore che fece il giro del mondo.

Si racconta che quando avvisarono Merckx che il record non era più il suo limite (stabilito nel 1972) il belga attaccò il telefono in faccia al suo interlocutore con un secco “non ci credo”. Si dice che i Belgi, per difendere il loro re, si attaccarono ad un regolamento improbabile che avrebbe voluto il corridore in maglietta e pantaloncini corti. Quella mattina faceva freddo a Città del Messico, temperatura vicina ai 15 gradi centigradi e Moser aveva corso con calzamaglia e maniche lunghe. E allora provarono a dire che il record non era valido.
Chissà se fu per rabbia o per amore (dei suoi tifosi che intanto arrivarono dall’altra parte dell’Oceano) che Moser decise di rifarlo ancora. Il 23 gennaio, quattro giorni dopo, lo starter diede ancora il via a un’Ora che non ci si sarebbe aspettati. E stavolta fu addirittura il muro dei 51 chilometri a crollare: 51,151. È scritto sui calici levati a brindare a trent’anni esatti da quel giorno. Con i compagni di allora, qualcuno in meno perché trent’anni a volte sono troppi e a volte sono maledetti. Bollicine e vino rosso e il corridore che torna a quell’anno magico e allora, con la bottiglia in mano, non resiste: la agita e annaffia i presenti, come i tifosi di un podio che fu.

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