Si chiamava Albert Richter, nacque a Colonia nel 1912. Per tutti lui era Teddy, cominciò presto a lavorare, costruiva angioletti di gesso e immagini religiose, e trascorreva il suo tempo libero al velodromo di Colonia, dove fu notato da Ernst Berliner, un ex campione a caccia di nuovi talenti: che però era ebreo, pertanto non godeva di buona reputazione al cospetto del regime, ma come allenatore aveva una buona fama.
Il ragazzino andava forte e cominciò presto a vincere: andò ad affinare la tecnica in Francia che era la patria mondiale della pista e nel 1932 vinse il Gran Prix de Paris: la Federazione tedesca, però, non lo mandò alle Olimpiadi di Los Angeles, dicendo di non avere i soldi per la trasferta. Di fatto però preferirono tenere a casa un atleta allenato da un preparatore ebreo “conclamato”.
A dire il vero anche Albert non risultava proprio un nazista ideale: il saluto a mano tesa non lo faceva, non portava la divisa con la croce uncinata, aveva l’aquila ricamata sulla maglia ed era l’unico della squadra che aveva questo tipo di atteggiamento. Ma vinceva: come a Roma, quando trionfò nel Mondiale per dilettanti su pista.
L’avversione per il regime di Richter non piacque ai capi nazisti: vincere senza fare il saluto nazista era considerato quasi un oltraggio. L’atteggiamento del corridore era visto come un esempio da non imitare.

L’inizio della Seconda guerra mondiale segnò il destino di Albert Richter: perché si rifiutò di arruolarsi e combattere. Perché non voleva sparare agli amici francesi. Siccome viaggiava molto nel mondo, per le corse in pista, il regime gli chiese di diventare una spia, ma rifiutò anche quella proposta.

Il 31 dicembre del 1939 i giornali del regime nazista pubblicarono una notizia: “Intercettato un contrabbandiere che nascondeva nella bicicletta 13.000 marchi di provenienza furtiva: lui, per la vergogna, si toglie la vita impiccandosi”
La verità però era un’altra: fu la polizia tedesca a ucciderlo. Il denaro non era rubato, ma erano i risparmi degli amici ebrei che quel giorno Albert tentava di salvare portandoli in Svizzera.
Al regime, però, non bastava averlo eliminato: il rischio era quello di farne un martire. Fu così che venne data una versione fasulla, cercando d’infangare la reputazione di Richter.
Sotto la guida di Joseph Goebbels (il ministro della propaganda), il regime decise di eliminare il nome di Richter da qualsiasi documento, targa o effige di sorta. L’allenatore ebreo era però riuscito a fuggire negli Stati Uniti: al termine del conflitto, fu quest’uomo a dire al mondo chi era stato Albert Richter. E mostrava una foto emblematica: con la squadra tedesca che faceva il saluto nazista, tutta la squadra, tranne lui, Albert Richter. Coerente e coraggioso fino alla fine.

Il giorno della memoria serve a noi tutti per non dimenticare quello che fu il punto più basso raggiunto dall’uomo contro l’umanità.
Noi in questi spazi naturalmente, trattiamo di sport e oggi, in questo giorno dalle tristi assonanze non possiamo dimenticare un uomo di sport come tanti, ma che come pochi ebbe il coraggio di ribellarsi allo scempio: e pagò con la propria vita.

[nggallery id=29]

Una risposta

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.