Di Lorenzo Franzetti

Gli scrittori al Giro d’Italia: una volta c’erano, finalmente ne è tornato uno. Per ridare colore, poesia, umanità e potere della parola a uno sport che era ed è popolare, ma che soffre di molti mali e, soprattutto, non riesce più a entusiasmare per un tempo. Colpa del ciclismo, ma anche di chi questo sport lo racconta, incapace di una visione alta, da scrittore, concentrato invece in piccole manie ed esasperazioni tecniche. Il ciclismo senza umanità e ridotto a una mera questione tecnologica e di numeri non arriverà al 2020… “Tutti primi sul traguardo del mio cuore” è il racconto di Fabio Genovesi, reduce da un Giro d’Italia che abbiamo in parte condiviso. Un Giro d’Italia che ha saputo raccontare con l’impronta di un affabulatore o di un romanziere, con umanità. Martedì 21 gennaio, alle ore 19 da Upcycle, il bike café di via Ampère, a Milano, ospiterà qesto scrittore per un incontro con i lettori e gli appassionati.

Al suo primo Giro d’Italia da inviato, Fabio Genovesi, scrittore toscano, ha incassato un successo sorprendente, sulle colonne del Corriere della Sera. Non un giornalista, ma uno scrittore: ovvero, un occhio più sensibile, un punto di vista diverso, forse più vicino alla gente, a un pubblico da riportare sulle strade del ciclismo.

Gruppo neve

Fabio Genovesi ha vinto, a suo modo, il Giro d’Italia 2013: da scrittore. Una bella rivincita della parola scritta, nei confronti di un ciclismo ipertecnologico, uno sport che vive nell’era delle dirette televisive totali. La parola, il racconto, l’occhio attento alle immagini forti, vissute in prima persona, respirate in carovana. Sulle colonne del Corriere della Sera, Fabio Genovesi (un paio di romanzi di grande successo, all’attivo) ha riportato in auge il racconto, quello che sfida internet e i social media, con un racconto più lento, da gustare.

«Un’esperienza bellissima, questo mio primo Giro d’Italia, che ho affrontato senza mai fare programmi anticipati. Senta timori, ho preferito raccontare storie guardandomi attorno, giorno per giorno. Uno scrittore al Giro non è una novità: solo che, magari, in un passato recente, molti autori sono venuti in carovana, lavorando magari con anticipo, con articoli già pronti con largo anticipo: la cosa più sbagliata, secondo me, è quella di raccontare il ciclismo con uno schema programmato. Wiggins, il favorito della vigilia in questo Giro, ha dimostrato in prima persona i limiti della programmazione, su tutto. Giorno dopo giorno, la Corsa rosa ha offerto spunto da cui partire per raccontare».

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Vive a Forte dei Marmi, Fabio, ma è cresciuto a pane e ciclismo: «Nella mia famiglia, si è sempre guardato il Mondiale di calcio con un occhio solo, distrattamente. Il ciclismo, invece è quasi una religione. Il Giro di Toscana, insomma, è sempre considerato un grande evento, qui».

Raccontare il Giro: l’hanno fatto in molti, ma il punto di vista di Fabio Genovesi ha cambiato la prospettiva anche al pubblico. Ci è riuscito grande con umanità…«Ho avuto il vantaggio della passione. Il ciclismo per me è una passione vera e questo mi ha aiutato. Certo,una cosa che mi ha stupito in negativo è stata proprio la presenza di molte persone, al seguito e in sala stampa, che non erano appassionate».

Con la stessa umiltà di Nibali, la maglia rosa 2013, Genovesi si è accostato al lavoro dell’inviato con l’umiltà di un giovanissimo alla prime armi col mestiere… «Ho cercato di scrivere con passione. In un epoca in cui il puro fatto è visibile da tutti, in tempo reale, ecco che diventa fondamentale la prospettiva, il saper vedere qualcosa in più, in un’altra direzione rispetto a quella che le telecamere hanno già mostrato in ogni più piccolo dettaglio».

Il ciclismo è uno sport “letterario” ancora oggi? «Certo che lo è, ma occorre non forzare troppo. Il ciclismo deve essere raccontato per quello che è, evitando di sfociare in parole ridondanti. Cercare di forzare troppo la mano si corre il rischio che il ciclismo diventi uno show fasullo. Il ciclismo vive nelle strade, a diretto contatto con la gente. Nasce già come storia, come avventura…».

Uno sport “letterario”, il ciclismo, che però fatica a sedurre scrittori o giornalisti di grande scuola, come accadde in passato con Buzzati, Pratolini, Brera, Pasolini e molti altri… «IL passato così importante, è un aspetto rischioso per uno scrittore. Intimorisce essere preceduti da grandi nomi della letteratura . Oggi si scrive molto di calcio… gli scrittori scrivono di calcio. Ma è anche vero che lo scrittore di oggi è più sedentario, imborghesito forse. Spesso manca la curiosità di veder le cose».

Giro d'Italia 2013 - 20esima Tappa  -    -  Silandro - Tre Cime di Lavaredo - Vincenzo Nibali vincitore di tappa e detentore della maglia rosa -   (Gio Auletta / Pentaphoto)

Nibali è un personaggio ideale, dal punto di vista letterario? «Vincenzo Nibali sarebbe un personaggio perfetto, in una storia letteraria: spiazza il lettore perché è uno di noi. IN passato, nel ciclismo, ci campioni erano quasi inarrivabili: nel senso che Indurain lo vedevi lassù, come una vera stella. Così come anche Contador è il talento nato. Nibali, però è più vicino alla gente comune: la sua grande dote è l’umanità. Quando scrivi una storia è molto comodo che le figure corrispondano a quelle che ti aspetti. Nibali non è un personaggio, bensì una persona. Con molte cose da raccontare, più sfaccettato, mai banale».

Fabio Genovesi è innamorato del ciclismo perché… «Mi piace perché è uno sport per  metà individuale e per metà di squadra».

Uscire dagli schemi “classici”: il ciclismo prova a recuperare pubblico o a conquistarne di nuovo. La ricerca narrativa di Genovesi tiene conto anche di questo:  «Il problema è che di ciclismo non ne parla nessuno e quando se ne parla diventa un tema specifico, solo per iniziati. Così, il ciclismo cade spesso nell’autoreferenziale».

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Il colombiano Edwin Avila

La storia più bella raccontata in questo Giro? «Quella di Avila, velocista colombiano, alla prima partecipazione al Giro d’Italia. L’ho incontrato per caso, mentre aspettavo un’altra intervista, al suo compagno di squadra e di stanza, Darwin Atapuma. Avila mi ha colpito molto per le sue doti umane, ma anche fisiche, considerando che era al primo Giro d’Italia e che praticamente non aveva mai corso su strada. Avila mi ha colpito anche perché era sempre solo».

Il maltempo, la scarsa qualità di molte immagini televisive, hanno un po’ rilanciato un modo antico di raccontare, con la rivincita della manodopera… «La magia di questo sport aumenta quando è ascoltato o immaginato».

Un aspetto deludente? «Il fatto che al Giro, tra giornalisti e addetti ai lavori, ci siano molti che non nutrono passione. Molti non lo apprezzano nemmeno, il ciclismo. A me il Giro non ha deluso affatto, seguirlo come inviato mi ha consentito apprezzare ed amare ancora di più questo sport».

 

Fabio Genovesi, nato a Forte dei Marmi nel 1974, ha esordito con il romanzo Versilia Rock City (Transeuropa 2008). Ha scritto soggetti per il cinema, spettacoli teatrali, reportage per “Rolling Stone” e altre riviste musicali, si è occupato di ciclismo giovanile per il quotidiano “Il Tirreno”, ha insegnato italiano negli Stati Uniti e ha tradotto autori di culto come Hunter S. Thompson. Scrive per Vanity Fair.

La sua grande passione è la pesca.

Bibliografia
Il bricco dei vermi e altri racconti, Franche Tirature 2007
Versilia rock city, Transeuropa 2008
Prima o poi casco, Sassoscritto 2008
Guida letteraria alla sopravvivenza in tempi di crisi, Transeuropa 2009
Esche vive, Mondadori 2011

Tutti primi sul traguardo del mio cuore, Mondadori 2013

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