1

Di Lorenzo Franzetti

«Era mio padre, si chiamava Vitalio. Devo quasi tutto a lui». Era suo padre. Giovanni Meazzo mostra con orgoglio una foto in bianco e nero: si vedono un bambino e un uomo, su un tandem. Il bambino guarda quell’uomo con l’ammirazione di un figlio per il suo eroe: oggi Giovanni, che ha 85 anni, guarda ancora quell’uomo con la stessa luce negli occhi.

Giovanni Meazzo, oggi, con la foto che lo ritrae in tandem con il padre

Giovanni Meazzo, oggi, con la foto che lo ritrae in tandem con il padre

Era suo padre. Tutto iniziò da Vitalio, che era veneto, ma si ritrovò piemontese. Che doveva partire per l’America, ma si fermò ad Alessandria. Che doveva fare il bracciante, ma s’inventò ciclista: «Eravamo in via Marengo, all’ingresso di Alessandria. Mio padre cominciò tutto da lì. Dalla sua passione infinita per la bicicletta». Riparazioni: tutto si aggiustava, la bici nuova era una rarità. Copertoni, camere d’aria, freni a bacchetta: niente era perduto, ogni guasto aveva un rimedio. Bastava ingegnarsi, lavorare d’intelligenza… «Era il 1928, mio padre iniziò l’attività e io nascevo». Giovanni e le bici, una vita sempre assieme… «Ero bambino e già riparavo le camere d’aria».

Primi anni Quaranta: i ragazzini che diventarono il vivaio della Siof, la squadra di Biagio Cavanna (al centro con gli occhiali scuri). Givoanni Meazzo è il secondo da sinistra

Primi anni Quaranta: i ragazzini che diventarono il vivaio della Siof, la squadra di Biagio Cavanna (al centro con gli occhiali scuri). Giovanni Meazzo è il secondo da sinistra

Era suo padre. Quello che lo fece crescere nel retrobottega. «Mia madre mi voleva bene, ma con mio padre stavamo bene assieme. Vivevamo soli, noi due». Giovanni nel retro, papà ad accogliere i clienti: operai, contadini, impiegati. «Avevo undici anni e mi insegnò a montare le ruote». Ogni giorno c’era qualcosa di nuovo da imparare, fino alla prima bicicletta fatta con le proprie mani…

Meazzo primo alla Ginevra -Martingny, cara per dilettanti

Meazzo primo alla Ginevra -Martingny, cara per dilettanti

Era suo padre, quello che saltava di gioia nel vederlo corridore: «Chiesi di correre in bicicletta ed era la sua felicità. Ma dovevo lavorare, se volevo fare il corridore: almeno mezza giornata, dovevo farla in officina ed era molto severo in questo». Una piccola bottega, all’ombra della guerra e dei fascisti, in un’Italia senza soldi e poca speranza… «Era il 1943, quando feci la prima gara, nonostante la guerra e la miseria». Fu in quegli anni che il ragazzino, Giovanni, conobbe il maestro, ovvero Cavanna: «Era lui che reclutava i migliori ragazzi della zona. In quegli anni la squadra più importante era il gruppo ciclistico Alessandrino, ma Cavanna, a Novi, aveva già in mente di costruire un gruppo di talenti, quello che poi divenne la Siof». Aveva 13 anni, quando si presentò da lui, che già aveva scoperto Fausto Coppi: «C’era un percorso di prova, Cavanna ci giudicava sul giro della Castagnola: se lo facevi in un certo tempo, ti teneva là con lui. Altrimenti eri scartato. Io fui promosso».

Era suo padre, quello che saltava i pasti per non far mancare mai il cibo a Giovanni: «La roba da mangiare scarseggiava, papà spesso digiunava per lasciare il pasto a me. Io non volevo che lui patisse la fame: e allora, anche io fingevo di essere sazio. Ma non era così». A scoprire quel segreto ci pensò il dottore: «Ci fu un periodo nel quale mi svegliavo di notte con i crampi allo stomaco. E a un certo punto, mia zia decise di portarmi dal medico. La sua diagnosi fece venire a galla la verità: “Signora, questo ragazzo non è malato, ha soltanto fame”, disse».

Era suo padre, quello che per primo vide Giovanna. Una bella ragazza che sarebbe diventata la moglie di quel ragazzino: «Mi piaceva il pattinaggio – ricorda la signora – e ricordo anche la prima volta in cui entrai nel negozio di via Marengo: era per far riparare le rotelle dei pattini. E mi resta bene impressa l’immagine di quel ragazzino timido che s’intravvedeva appena, nel retrobottega. Avevamo la stessa età».

Giovanni Meazzo in fuga. Alle sue spalle, il papà Vitalio lo segue in motocicletta

Giovanni Meazzo in fuga. Alle sue spalle, il papà Vitalio lo segue in motocicletta

Era suo padre, quello che si emozionava a ogni corsa: «Mi seguiva in tutte le gare, con la sua motocicletta. E quando vincevo era più felice lui di me, piangeva spesso di gioia. Come quella volta che, da dilettante, vinsi una gara a Chieri. Organizzò una festa con tutti gli amici e gli appassionati, al bar Felice, vicino al nostro negozio. Erano feste semplici, con poche cose, ma c’era tanta felicità». Giovanni, tra bottega e corse in bicicletta, cresceva e faceva strada: dalla Siof di Cavanna proseguì il suo cammino, fino al debutto tra i professionisti, alla Ganna. Per Cavanna, Giovanni era il Meazzìn: «Il Meazzìn è come un francobollo, diceva: perché ero uno che non si staccava mai. Se battezzavo la ruota di un campione, non cedevo assolutamente».

Giovanni Meazzo, in maglia Ganna, alle spalle di Fausto Coppi

Giovanni Meazzo, in maglia Ganna, alle spalle di Fausto Coppi

Era suo padre, quello che versò lacrime amare, quando vide Giovanni soffrire al Giro d’Italia, in preda alla tendinite: «Era il 1950, io sbagliai alcune cose nell’allenamento. E al Giro, quegli errori mi costarono caro: nella tappa che arrivava a Genova, proprio mentre passavo nei dintorni di Alessandria, mi prese un dolore indescrivibile al ginocchio destro. Quel giorno arrivai settimo, ma cominciò il mio calvario. Pensai mille volte di tornare a casa, ma non volevo perché rischiavo di essere licenziato: il mio principale, alla Ganna, aveva minacciato di non darmi lo stipendio se mi fossi ritirato. Io provai a resistere, ma alla fine mi arresi: in Toscana, durante una tappa, ero staccatissimo e chiesi a un giudice di gara di squalificarmi, d’inventare un pretesto. Così non ero io a ritirarmi, ma il giudice a escludermi… Il mio capo andò su tutte le furie comunque, ma non mi tolse lo stipendio, almeno». Da allora, i problemi ai tendini compromisero la sua carriera: «E mio padre pianse molte notti, forse addirittura per una settimana intera, quando nel 1952 decisi di smettere».

Era suo padre, quello che gli diede la forza per prendersi la rivincita. Nel lavoro. «Non riuscii a diventare un campione, ma quando decisi di chiudere la carriera, fummo più uniti e concentrati sul negozio e sulla produzione di biciclette». Fu così, grazie al sudore e alle tante ore in officina, che Giovanni trasformò una piccola bottega in un’azienda, la cicli Meazzo, che ad Alessandria diventò un mito del dopoguerra.

Meazzo AlessandriaEra suo padre. E ancora lo guarda con gli occhi del bambino che fu. Perché, nell’animo, non è mai cambiato, è ancora il Meazzìn.

(continua)

Una risposta

  1. Avatar
    ORLANDO Pietro Giorgio

    Ho letto quest’articolo e mi sono venuti in mente tantissimi ricordi, certamente fra i primi della mia vita. In via Marengo abitavo al numero civico 21 (secondo la numerazione di allora) e lì ebbi modo di conoscere il sig. Giovanni, suo padre Vitalio e, naturalmente, le loro biciclette. Il mio primo mezzo a pedali fu una “Meazzo” e a questo marchio fui fedele per anni (Via Marengo, Piazza Garibaldi e Via Casalbagliano), fino a quando, purtroppo, il mio uso sistematico dell’automobile non ebbe il sopravvento sulla bici. (per fortuna che mia sorella, un po’ più anziana di me, viaggia ancora con una bella “Meazzo” per le vie alessandrine).

    Rispondi

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.