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Di Mario Schiavone

Le biciclette hanno segnato diversi momenti della mia vita, ci penso spesso a questa cosa. A cinque anni la prima caduta da una Graziella rosa di mia mamma a causa di un tamponamento di mio fratello: tre punti al ginocchio sinistro e due schiaffi alla guancia destra dopo l’intervento di sutura da parte del medico al pronto soccorso.

A otto anni la prima mountain bike: non ebbe molta fortuna a causa di un diavoletto domestico. Mio fratello, già artefice anonimo della prima caduta, pensò di testare il telaio della mia bicicletta parcheggiandola sotto le ruote gommate di una pala meccanica in moto nel cantiere di mio padre. Il telaio, raddrizzato alla meglio dal ciclista di paese, era palesemente deformato. Quando facevo notare la cosa a mia madre diceva sempre qualcosa come: “Te e tuo fratello, ci vuole un carro armato per tenervi quieti, altro che bicicletta nuova”.

A dieci anni la seconda mountain bike: mi tenne compagnia evitando ogni tentativo di sabotaggio: la controllavo a vista e non permettevo a nessun amico o cugino di montare sulla sella. Intanto, mio fratello che aveva appena scoperto il suo primo scooter non era più un elemento pericoloso per la mia vita da aspirante ciclista: ormai lui aveva le mani sporche di grasso perché preso dall’arte dello smontaggio dei motori 50cc e la testa sulle spalle delle maglie di lana calda indossate dalle amiche cui faceva guidare il suo motorino. Tutto aveva un prezzo: anche le sue amiche dovevano pagare la tassa per guidare il suo motorino, perché lui esigeva prestazioni naturali, a me- bambino di allora- poco chiare. Questo l’ho saputo anni dopo, da mio cugino testimone di quei baci con lingua che mio fratello barattava sfruttando al meglio il suo motorino.

A undici anni, dopo aver scoperto su una rivista che esistevano pedane di legno o di cemento liscio su cui ci si poteva allenare facendo acrobazie con una bicicletta feci di tutto per ottenere la mia bmx. Mia madre, preoccupata per le mie intenzioni, mi regalava molti giochi in scatole, marionette, fumetti, videogiochi… evitando sempre la richiesta della bmx. Dopo un’estate intera passata a vendere fumetti e francobolli e altri miei tesori segreti mi ritrovai ad avere una cospicua somma con cui comprare una bmx usata monomarcia con le ruote da venti pollici. La pagai cinquantamila lire: a me sembrò il miglior investimento della mia vita da bambino. Quel mezzo speciale aveva il telaio color grigio metallizzato, i cerchi delle ruote con l’adesivo “ambrosio” dorate, il blocco del manubrio “gt”, le leve dei freni “polygon”, il sellino “americano” e altri pezzi importanti (almeno per me bambino e aspirante ciclista che sognava di balzare da una pedana di legno all’altra facendo acrobazie freestyle) e unici ai miei occhi.

Quei pezzi da bmx (mi affascinavano sempre di più, più li vedevo montati sulle bici di amici di paese e cugini e più desideravo una bmx tutta mia) erano anche portatori di storie incredibili. Su alcuni di quelli posseduti da altri(i miei erano belli, ma c’erano sempre pezzi più belli in giro) giravano, di bocca in bocca, leggende molto originali. La più potente e viva (testimoniata a voce da molti, ma mai comprovata da prove fotografiche o arnesi frutto di quell’intervento di alto artigianato) di quelle storie sosteneva con gran forza che la bmx di Nicola, un caposquadriglia scout del paese più grande di me di qualche anno, avesse montato sulla sua bmx un paio di pedali composti da una lega speciale, perché forgiata fra le mani di un fabbro fiorentino venuto fino in Campania perché amico del padre di Nicola.

Quella bmx che tanto avevo desiderato, col tempo, mi ritrovai a rivenderla: volevo comprare dei libri a ogni costo perché in paese non c’erano biblioteche. Ripensandoci oggi il grande salto l’ho fatto proprio grazie a quella bmx: scoperti i libri ho evitato le pedane da free-style per vivere e fantasticare con quei mondi paralleli che nascono su carta. Guardandomi indietro, sorvolando tutti gli anni che mi separano da quel Mario bambino, credo di aver guadagnato tanto.

silverOggi, dopo tanti girini divenuti prima rane e poi-completato il loro ciclo biologico- parte del paesaggio naturale che vive sotto quei ponti che attraversano i ruscelli di paese, non ho più una bmx. Ormai ho trentuno anni e non ho ancora- per mia fortuna- la patente per l’auto.  La mia bici preferita è una bellissima city bike nera, dotata di ogni accessorio per l’aspirante “avventuriero urbano”. Mel’ha regalata un amico di recente, per premiare la mia voglia di scrivere storie. Dice il mio amico. La bici si chiama Silver(come la bici magica che c’è nel romanzo It di S. King, proprio quella) ed è abituata a percorrere strade colme di buche larghe che colmano gran parte del manto viabile maltrattato (il basalto della città in cui vivo) o a sopportare grida e tentativi di furto (cinque in una settimana) a ogni mia minima distrazione. Silver non percorre mai piste ciclabili: qui in Terra di Lavoro, se chiedi dove si trova la pista ciclabile, scoppiano a ridere in tanti. A me non viene da ridere, anzi quelli che ridono non hanno affatto ragione: c’è da provar vergogna per questa cosa, perché le piccole barriere urbane per i ciclisti sono grandi barriere insuperabili per i disabili che attraversano queste stesse strade. Girare in sella a Silver ha prodotto emozioni uniche e speciali: in bici puoi mimetizzarti meglio quando sei fra alcune strade colme di rifiuti abbandonati per scovare storie di cronaca rosa e al tempo stesso puoi girare in lungo e in largo cercando lavoro o spunti per nuove storie. Sia chiaro: questa bici non vola come quella che molti hanno visto in E.T., però spesso mi parla. Cosa mi dice la mia Silver? Dice che ha tante storie da raccontarvi. Tutte raccolte mentre lei, la mitica Silver, mi porta in giro. Rimanete su due ruote e col cuore nell’avventura, gli occhi per raccontarvi queste storie li metto io.

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