Pasquale Muto (a destra) con i ragazzini del velodromo di Marcianise

Pasquale Muto (a destra) con i ragazzini del velodromo di Marcianise

Di Lorenzo Franzetti

A Natale, a Marcianise sono tanti i bimbi che sognano una bici sotto l’albero: Cosimo, Denise, Salvatore, Luca, Betty.  Nomi a caso corrispondono a tanti occhi pieni di speranza e di emozione. I bimbi di Marcianise hanno visto alcuni loro coetanei pedalare, divertirsi in sella a una bicicletta da corsa: là, attorno al velodromo, e anche in pista. Che mondo meraviglioso dev’essere il ciclismo… Vento in faccia, libertà, velocità, sorrisi in compagnia, il fiatone quanto basta per superare la salita, ma poi giù, in discesa. A Marcianise, i bimbi non hanno un futuro facilissimo davanti: tra Napoli e Caserta, le realtà per i ragazzi delle periferie non è delle migliori.

marcianisevelodromo

La bici può essere, tuttavia, un esempio: una strada alternativa, una via d’uscita verso una crescita sana, soprattutto di principi e valori. La bici, una scuola di vita: e se a insegnare è un ex ragazzo come loro, caduto nell’errore del doping?  Pasquale Muto sognava di diventare un campione, ma ora che non ci è riuscito, cammina e pedala a testa alta lo stesso: anche se ha sbagliato. E i bambini di Marcianise, che lo aspettano al velodromo, lo guardano come un eroe, come un fratello maggiore che può insegnare loro cose meravigliose. Con quella bici, vento in faccia e senza paura della fatica.

Pasquale Muto, da professionista

Pasquale Muto, da professionista

«Certo, ho sbagliato, ma un ragazzo che fa tanti sacrifici onestamente, quando arriva ai vertici del ciclismo, quando si trova ad andare in bici per mestiere, arriva a un bivio: e a me hanno, ahimé, detto sempre che per fare il professionista non c’era scelta, si doveva accettare il compromesso. Il professionismo è una realtà in cui c’è molta ipocrisia. Ora ho chiuso con quel mondo, ma la bici rimane la mia vita: perché mi ha insegnato molto».

Pasquale, uno dei tanti ragazzi del Sud: partito da adolescente, con la valigia, la bici e tante speranze. «Destinazione il Nord, dove c’era l’unica possibilità per fare strada nel ciclismo». Sacrifici e fatica, soddisfazioni e amarezze, dentro a un mondo complicato e controverso, quello delle squadre ciclistiche di vertice. Tante speranze, ma ancor più fatica. Fino a quel giorno di due anni fa, quando arrivò la telefonata dal Coni: «Ero in Spagna, nelle Asturie, quando mi chiamarono e mi comunicarono di essere stato trovato positivo».

Il mondo che sembra crollargli addosso, uno sbaglio che nel ciclismo è ben più di una colpa: è una macchia che ferisce, che segna. Pasquale Muto, uno dei tanti, finiti sul giornale con la solita storia: epo e vergogna. Fine dell’avventura… Il teatrino che segue, per molti ciclisti dopati, è abbastanza simile: ora va di moda fare i pentiti “a pagamento”, ovvero a confessare con tanto di conferenze stampa e soprattutto libri e biografie varie… Molti si sentono vittime del sistema, altri dei capri espiatori, altri finiscono nella depressione (vera o virtuale) e si affidano a twitter.  Il “dopo” di Pasquale Muto è un’altra storia: «Ringrazio Dio di avermi dato una famiglia con grandi valori: è grazie alla mia famiglia e a chi mi sta accanto, se ho ricominciato a vivere meglio di prima. Col lavoro». Il giorno dopo la positività all’epo, infatti… «A casa mi hanno aspettato e mi hanno trovato subito un lavoro: ho ricominciato subito, col guadagnarmi da vivere, onestamente, come tutti». Noleggio con conducente: oggi Pasquale Muto fa l’autista in giro per l’Italia. «E la bicicletta è comunque la scuola di vita che mi aiuta anche ora: il ciclismo ti insegna a sopportare la fatica, ti tempra, impari a non arrenderti e a vedere sempre l’orizzonte, oltre la salita. Questo è ciò di cui sono riconoscente al ciclismo».

Una simpatica caricatura di Pasquale Muto

Una simpatica caricatura di Pasquale Muto (autore Angelo Ciaramella)

A Marcianise, i ragazzini aspettano Pasquale, ogni settimana, con il sorriso sulle labbra. Tra loro, probabilmente, non ci sarà nessun campione di domani, ma futuri uomini e donne, mamme e papà: «E a questi futuri uomini normali, la bici è preziosa, perché insegna a non temere le difficoltà. Anzi, con la fatica si convive e si gioisce». Un impegno, questo di Pasquale, intrapreso in condivisione con altri due amici ciclisti, Salvatore Apicella e Antonio Marzano: «Loro due sono molto più attivi di me, ma anche io mi dò da fare tutte le volte che poss».

La sua valigia, di quando era ragazzino, ora non c’è più: Pasquale era partito per cercare fortuna, ma la sua fortuna era lì. Nella sua terra, con la sua gente: e ora pedala a testa alta.

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