vigorelli

Di Mario Fossati (da uno scritto del 1983)

Il ciclismo personifica i percorsi. Le tappe di un Giro o di un Tour possono essere aspre, maligne, perfino idiote e (quando il pavé le incarognisce) anche immonde.

fossatiIl velodromo Vigorelli – questo ellisse lungo 397 metri e 39 centimetri – è l’ultima pista personificata che io conosca. Il vascello del Vel d’Hiv è affondato sulle rive della Senna. Il piccone demolitore ha sgretolato il cemento rosa del parc des Princes. Il Vigorelli è sfuggito agli indesiderabili, che lo avrebbero voluto degradare a Cinodromo. Mi ha detto l’ultimo custode, Renzo, che i piatti del rock, che la parrocchia con con sdegno eccessivo chiama i tremolanti, hanno increspato il parquet e ferito le curve.

Il Vigorelli, comunque, esiste. Il nostro velodromo, nella sua personificazione, è stato di volta in volta, talent scout, tremendo epuratore, propiziatore di exploits.

Primo Bergomi, primatista mondiale, campione d’Italia della velocità, uno scattista che la guerra ha bruciato, identifica nel Vigorelli una fucina di campioni. Dice Bergomi: se non hai classe al Vigorelli pedali nel vuoto. Se non conosci l’arte dell’allenamento t’imballi.

Per corrervi al meglio devi fare potenza sulla strada, o a mezzo della ginnastica, oppure della pesistica. Poi torni al Vigorelli e ti ritrovi leggero e asciutto.

Antonio Maspes, sette volte campione del mondo, ha scoperto il Vigorelli a quattordici anni.

«Terremotavo viale Certosa con una grossa Guzzi. Da via Arona veniva il rumore di un motore. Mi sono avvicinato alla sorgente di quel fragore. Era il Vigorelli».

C’era una corsa di stayer. L’anello di un rosso fulvo, la fascia di riposo di un delicato colore azzurro. Una linea nera traccita in una striscia d’un bianco lucido, abbagliante. Il traguardo.

I motociclettoni con il conduttore diritto come un derviscio sulla canna e il mezzofondista appallottolato al rullo. Maspes ne rimase incantato. L’indomani si presentava al Vigorelli pieno di religiosa speranza. (…)

 

Addio Maestro. Avrei voluto poterla incontrare tra il Vigo e l’ippodromo di San Siro. In una Milano che non ho mai conosciuto, ma che ho imparato a memoria, leggendo le sue cronache, le sue storie. Uomini, luci e ombre dentro lo sport, dentro la città: giovani in fuga verso la gloria, storie crudeli e avvincenti. Giornalismo col colore, fatti raccontati senza dimenticare le sfumature. Un mondo trascritto con la mano e l’umiltà del giornalista, la sua parola, la sua umanità: ecco il giornalismo a colori, quello che emozionava, che aveva sempre una sfumatura diversa.  Ho un senso di nausea in questo periodo, dovuto a un mix tra frustrazioni e rabbia: quasi impotente di fronte a un mestiere che va a rotoli e di uno sport (il ciclismo) che si sta spegnendo. Incolori: sia il mestiere, sia questo sport. Se tutto è ridotto a un clic e a un indice di Google, caro maestro, avrei dovuto infarcire il suo pezzo di donnine nude: allora sì che, nel web, ti fanno sentire importante. Più clic, più conti: e agli sponsor bisogna dare numeri sul web, così come sulla carta stampata (cosa che in questo ambito si riesce a fare magistralmente raccontando balle colossali)

Addio Maestro. Qui si lotta ogni giorno con chi la sa lunga, con chi sa tutto perché è veloce e a portata di clic: può bastare per arrendersi? Il Giornalismo fatto con umiltà, scritto con “la suola delle scarpe” non può ridursi alla favoletta che oggi, ancora si racconta ridacchiando, nelle redazioni più presuntuose. La sua scomparsa, caro maestro, viene “bollata” come la morte dell’ultimo giornalista del ciclismo eroico. Un modo per rinchiudere uno stile nel dimenticatoio, nel passato. Quel ciclismo non era eroico, ma era raccontato da maestri della Parola. Come lei, caro Maestro. E noi? Ci proviamo, caro Maestro, ci proviamo con la buona volontà e tanti limiti, ma si va avanti. (lf)

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