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Di Fausto Coppi

Avevo ormai quasi trent’anni quando, nel 1949, disputai e vinsi il mio primo Giro di Francia.

Vi domanderete, e con tutte le ragioni, come abbia potuto decidermi ad andare al Tour. Anch’io me lo domando ancor oggi e con profondo rammarico. Potessi ritornare indietro! Devo però aggiungere che le mie rinunce ai Tour del ’47 e a quello del ’48, più che da me, dipesero da altri; da tutti coloro, amici e meno, che mi venivano a dire di non andarvi. Affermavano tutti – e non so con quali argomenti – che il Tour non era una corsa fatta per me; dicevano ch’era una corsa troppo severa nella quale mi sarei trovato a malpartito, nella quale avrei fatto i capricci, sarei impazzito per il logorio nervoso, più ancora che fisico, al quale sarei stato sottoposto. Ora non è che quelle voci mi convincessero, però m’intimorivano anche perché, come v’ho detto, provenivano da parte di persone di mia fiducia. Soprattutto al Tour del ’48 io sarei andato volentieri se avessi trovato almeno uno capace di farmi coraggio. Restai a casa e con buona pace di Bartali che infatti lo vinse. Oggi, dopo l’esperienza che mi son fatto in materia, vi dirò che il Tour io lo trovai esattamente l’opposto di come me l’avevano descritto. E’ una corsa atroce fin che si vuole, irrazionale direi per il modo assurdo col quale vien combattuto dal primo all’ultimo minuto, questo sì: però rimane sempre una corsa veritiera al mille per mille, una corsa che non può eleggere che il più forte. Sotto questo aspetto, in quegli anni, doveva essere la mia corsa ideale né mi so proprio convincere di come gente esperta di ciclismo mi ammonisse di restare a casa.

Come sapete vi andai la prima volta nel ’49 forse anche perché ai tanti che mi dicevano di non andare si era aggiunto anche Bartali. Da come Bartali mi parlava del Tour, pareva volesse addirittura intimorirmi. Il Tour nelle sue espressioni, doveva essere l’inferno in terra, una corsa nella quale non sarebbe stato possibile “fare i furbi” come al Giro. Io capii fin troppo bene l’antifona e se potevo ancora avere dei dubbi fu proprio lui a farli cadere. Se Bartali parava così era segno che il Tour potevo vincerlo. E difatti quell’anno vi andai.

(Tratto da uno scritto del 1956, apparso sulla rivista Il Campione)

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